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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA LAJME

 

N° 5  settembre – ottobre 2003

Dalla Piana di Sibari al Tirreno attraverso i valichi del Pollino e dell’Orsomarso

I greci, i romani ed i normanni commerciavano il sale di Lungro

Una proposta:  valorizzare le “salarie” ed inserirle negli itinerari del Parco

di Maria Frega

 

La miniera. Iniziamo da questo numero una serie di servizi sulla storica miniera di salgemma di Lungro che ha cessato nel lontano 1976 la sua millenaria attività estrattiva, per decisione dell’Azienda dei Monopoli di Stato. Motivo, a pretesto del drastico provvedimento, fu l’esaurimento del bianco minerale, dimostrato con una contestatisima relazione di parte redatta dall’ing. Bianchi. La miniera fu una delle più importanti d’Europa, già conosciuta dai coloni greci di Sibari e di Thurii. poi dai romani di Copia, località queste prossime al bacino salifero. Ne fa cenno Plinio il Vecchio (24 d.C.) nella sua opera “Naturalis Historie”, avendola visitata, si dice, quale prefetto, essendo di stanza con la flotta romana a Capo Misseno. Sia i sibariti che i romani la sfruttarono, dando forma ad un fiorente commercio del salgemma che era trasportato, con i mezzi di allora, lungo sentieri montani che dalla pianura sibarita raggiungevano le coste tirreniche nei pressi di Scalea, in un porticciolo alla foce del Lao, e da qui con le navi verso Roma imperiale. Allora le navi, attraversando il “biondo” Tevere attraccavano al molo dell’Isola Tiberina. Ad avvalorare questa ipotesi, conforta non solo il riferimento al naturalista Plinio ma anche al fatto che nei pressi di Lungro sembra che si siano riscontrate tracce di resti della prima età del ferro, ellenistici e romani (Cnf. Vincenzo Perrone, Evoluzione del sistema viario antico tra il Pollino e la Piana di Castrovillari, con nota di Floriana Cantarelli, edizioni “il Coscile”, Castrovillari, 1996).

 I Normanni, durante la loro permanenza in Calabria, impararono a lavorare gli insaccati di maiale salandoli col salgemma che ricavavano dalla miniera naturale di Lungro. Il salgemma era trasportato a dorso di mulo in pezzi anche da 50 Kg, usando diversi sentieri di montagna che si chiamavano "salarie". Il salgemma che forniva questa miniera è stato sempre considerato di ottima qualità sia nell’uso alimentare che industriale.

Le vie del sale. Erano queste le vie del sale che, ancora oggi, si possono ripercorrere sui monti dell’Orsomarso del Parco Nazionale del Pollino. Il bacino salifero di Lungro, circa 400 mtr di altitudine, si trova a meno di due km a sud-est dell’abitato. Lo si raggiunge dalla piana sibarita agevolmente trovandosi tra le prime colline che costeggiano il torrente Grondo a confine tra i centri di Altomonte, Acquaformosa e Lungro. Da Lungro il percorso si fa accidentato ed irto, trovandosi le sovrastanti montagne ad una quota media di 1500 m.. Poi l’altipiano, dove le carovane attraversavano facilmente le affascinanti vallate che rendevano agevole il percorso delle mulattiere sino all’Argentino. Da qui il percorso discendeva, quasi a precipizio, verso la costa tirrenica tra canaloni, pareti rocciose e corsi d’acqua che formano spettacolari cascate. Si raggiungevano così i centri pedemontani di Orsomarso e Verbicaro e oltre, seguendo la valle del fiume Lao.

Altre strade, usate in passato per il trasporto del sale, sono disseminate specialmente nella parte Sud Occidentale del massiccio del Pollino e sulla piana Sibarita.

Un percorso del sale, o “via dei salinari”, che gli studiosi hanno ben individuato è quello che dalla importante via romana, partisse da ovest un tracciato che da nord di Campo Tenese, attraverso le montagne, raggiungeva la miniera di salgemma di Lungro. Altra via segnalata è quella che passava per il Crocile di Maroglio e collegava Cassano alla miniera di Lungro. Molto importante viene ritenuto il crocevia di Cammarata che verso ovest conduce alla Salina di Lungro e verso est all’antica Thurii. Infatti, a questa miniera convergevano da tutte le direzioni le cosiddette “vie dei salinari”. (Cnf. V: Perrone, Evoluz...…,op. cit.). In questa stessa interessante pubblicazione, Floriana Cantarelli in una sua nota ricorda che il sito di Lungro presenta resti della prima età del ferro, ellenistici e romani, collegandoli con i siti del Coscile e di Cammarata. Potrebbe questo avvalorare l’ipotesi di una via del sale di epoca ellenistica e romano imperiale.

Alta strada del sale da San Sosti, attraversando il valico del Palombaro (1002 m.), porta diritti a Buonvicino sul Tirreno, nei pressi di Diamante. “Un’autostrada del tempo andato, lungo la quale sono transitati tonnellate di salgemma che, dalla Salina di Lungro, rifornivano i porti della costa per poi essere distribuite in tutta Italia” (Cnf. Emanuele Pisarra, A piedi sul Pollino, Ediz. Prometeo, Castrovillari 2001).

Sorgenti di acqua salata si trovano a Nord della salina, nella valle del T. Grapio, ed una lente di salgemma, coltivata nel passato, è intercalata nel lembo messiniano affiorante a Fontana di Tavolara, a Sud di Monte Palanuda, circa 9 km a NW di Lungro ( Cfr. Cesare Roda, L’industria mineraria di Calabria: il salgemma, in Sviluppo, aprile-giugno, editore Carical, 1979). Qui esisteva una cava a cielo aperto di salgemma, dove le popolazioni dei comuni dell’hinterland si approvvigionavano del minerale per uso familiare, ma molti vi praticavano la vendita in contrabbando. Nel 1848 quei luoghi furono teatro di aspre lotte tra i contrabbandieri, povera gente che traeva una modesta rendita per il sostentamento della famiglia, e le guardie nazionali, inviate per reprimere il furto del salgemma (Cfr. A.Frega, La lotta per il sale a Tavolaro, Apollinea n. 3-2001).

I sentieri che s’inerpicano sull’altipiano, meglio conosciuto come del Palanuda, seguono meravigliose vallate tra lussureggianti faggete e vasti pianori, costeggiando talvolta i corsi dei torrenti ricchi di fresche acque. Questi luoghi colpirono l’attenzione di alcuni viaggiatori stranieri del Gran Tour, come Duret de Tavel, un brillante ufficiale francese, componente delle Commissioni militari in Calabria nel 1808. In una delle lettere, indirizzate al padre del 31 agosto 1810, racconta del suo viaggio da Belvedere Marittimo a Lungro, attraverso i percorsi di montagna. Un viaggio non certo agevole, anche per noi oggi, se percorriamo la strada istmica ex SS 105. Lasciamo all’ufficiale francese la descrizione:

“A Belvedere abbandonammo la costa, dopo avere distaccato una compagnia che doveva occupare la batteria di Cirella, un paesino situato qualche miglio più a nord. Proseguimmo attraverso delle alte montagne coperte di fitte foreste e solcate da profonde vallate. Questa parte della Calabria è una vasta landa abbandonata agli uccelli predatori, ai lupi e ai cinghiali e attraversata da sentieri coperti da un fogliame che non permette ai raggi del sole di penetrarvi.  Dopo aver percorso venticinque miglia in questa zona singolarmente pittoresca, arrivammo al villaggio di Lungro, presso il quale esiste una miniera di salgemma sfruttata senza intelligenza e senza profitto, e che invece potrebbe essere di grande utilità per la Calabria e procurare un’entrata considerevole per il governo”.

Proposta. Il comune di Lungro e stato uno di quelli che ha scelto di rimanere fuori dal territorio del Parco, lasciando solo alcune parti di esso all’interno del perimetro protetto, come parte del Piano di Campolongo, un suggestivo angolo di brande bellezza paesaggistica. Una scelta, comunque, che ha tagliato fuori questo comune da ogni possibile beneficio d’intervento progettuale, così come lo hanno ottenuto gli altri comuni ricadenti in zona parco. Sono scelte queste che poi nel tempo si fanno sentire. Le aree protette sono considerate oggi delle peculiarità e facilmente s’inseriscono negli itinerari turistici settoriali.

Con questo nostro servizio vogliamo mettere in rilievo un aspetto nuovo, poco conosciuto ma ingiustamente tenuto in poca considerazione. Dalle nostre parti spesso la scarsa conoscenza del territorio e della sua storia fa si che non emergano i valori di alcune risorse ambientali che altri, in altri luoghi, avrebbero già da tempo valorizzati. E’ il caso delle salarie o delle vie del sale che abbiamo seppure sommariamente descritto.

Sarebbe opportuno che l’ente del Parco Nazionale del Pollino prendesse in esame la possibilità di ripristinare i vecchi tracciati delle vie del sale, con opportune indicazioni delle distanze, dei riferimenti storici per cui un tempo erano percorsi dalle carovane, allestimento di aree di sosta con il minimo confort per il turista.

Inoltre, quella cava di salgemma di Tavolaro, inutilizzata da piu di un secolo, nascosta da una folta vegetazione spontanea, potrebbe rappresentare, per il nostro itinerario, una testimonianza visiva posta quasi a meta percorso lungo l’itinerario della via del sale.

Vorremmo che almeno le autorità preposte all’Ente Parco prendessero in esame questa proposta che rappresenta un altro aspetto della grande e vecchia montagna del Pollino: un vero scrigno naturale che racchiude tanta parte di storia della sua gente.

Che ne pensano gli amministratori del comune di Lungro, i più direttamente interessati?

Speriamo che l’iniziativa possa essere sostenuta anche dalle altre amministrazioni comunali interessate del versante tirrenico, come Verbicaro e Orsomarso.

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