ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Lajme ka Shën Mitri / Notizie da San Demetrio Corone
 

VIAGGIATORI INGLESI NELLE COMUNITA’ ALBANESI  DI CALABRIA

E’ stata davvero nutrita la schiera di viaggiatori inglesi, ma anche francesi e tedeschi, che dal XVII secolo agli anni ‘40 del secolo scorso hanno visitato la Calabria.

La maggior parte di essi erano sconosciuti letterati, archeologi, naturalisti, eccentrici scrittori, pittori, e anche ufficiali-scrittori dell’esercito napoleonico, cronisti, ritrattisti, nonchè precettori di giovani appartenenti a famiglie nobili o ricche. La seconda metà del Seicento  segnò in Europa  l’inizio di un nuovo fenomeno che  raggiunse la sua epopea nel corso dei cento anni successivi e soprattutto nell’Ottocento: il Grand Tour, ossia il viaggio che i rampolli delle famiglie nobili e dei ricchi borghesi intraprendevano al termine degli studi in quei paesi del vecchio continente centri del sapere allo scopo di ampliare i loro orizzonti culturali.

Ad accendere e ad alimentare maggiormente nei viaggiatori stranieri il desiderio di visitare le comunità calabro-albanesi è stato quasi sempre lo sfarzoso costume femminile di gala, simbolo assieme alla lingua e al rito greco-bizantino della loro identità culturale.

Tra i primi coraggiosi intellettuali britannici che si avventurarono verso il Sud d’Italia nella seconda metà del 1700 vi fu HENRY  SWINBURNE  (1743 – 1803) . 

Pur non avendo mai  visitato un paese albanofono, in “Travels in the two Sicilies” l’autore menzionò la minoranza arbëreshe nel capitolo dedicato alla  comunità grecanica di Bova, confondendone però i suoi abitanti con gli italo-albanesi.

Swinburne, infatti, riportò che gli abitanti di questo centro fossero di origine e di rito greco ma che non discendevano dalla Magna Grecia, bensì provenienti dall’Albania, commettendo così un errore storico.

Precise, tuttavia, sono state le informazioni sugli arbëreshë, sin dai tempi della venuta dei primi profughi in Puglia, Calabria e in Sicilia. Egli rilevò pure che  gli uomini parlavano calabrese mentre le donne comprendevano solo il loro idioma. Anche il rito greco e il suggestivo rituale del matrimonio sono stati oggetto di descrizione  da parte di Swinburne. Un’altra precisa narrazione è stata quella fornita sul Collegio italo-albanese di San Benedetto Ullano, di cui egli ricorda il grande merito di aver contribuito a preservare il rito greco.

Riguardo al matrimonio, invece, egli annotava che le donne arbëreshe più belle andavano in spose ai sacerdoti, e di esse esaltava l’orgoglio e la fedeltà verso i mariti.  


RICHARD KEPPEL CRAVEN (1779 – 1851)

Dalla sua penna di scrupoloso topografo e osservatore attento, nel 1821 venne fuori  “A tour through the Southern Provinces of the kingdom of Naples, una riuscita pubblicazione sulla periegetica calabrese e siciliana.

Visitando Casalnuovo e qualche altro comune del reggino dal toponimo greco, egli  pensò di trovarsi in paesi di lingua albanese, incappando così  nello stesso errore commesso da Swinburne.

Dopo le informazioni sulle vicende storiche che caratterizzarono l’arrivo dei profughi in Italia, l’aristocratico inglese riportò, inoltre, che la popolazione calabrese non conosceva né l’albanese né il romaico, anzi ne confondeva  i due idiomi, e aggiunse che la gente dei centri calabresi non tenevano le popolazioni delle comunità di origine albanese in grande considerazione; anzi le descrivevano come “barbari che difendono con uguale gelosia il territorio e le loro donne”.

Craven  sottolineò, altresì, alcuni  elementi peculiari della loro identità culturale, come il coraggio, il senso di appartenenza, la dedizione al lavoro, lo spirito di indipendenza e anche la tendenza a staccarsi dai calabresi. Da qui il giudizio formulato da questi ultimi di “asociali”.


EDWARD  LEAR  (1812-1888)

Nell’agosto 1847 Edward Lear è a Bova. Nel suo libro di viaggio Journals of a Landscape  Painter in Southern Calabria, egli fa subito chiarezza sulla  origine dei suoi abitanti, ricordando la  ferma volontà di quella gente a fare sapere  la loro esatta identità: non vi è alcuna affinità tra loro e gli albanesi giunti secoli prima in questa regione, in quanto l’insediamento è di origine molto più antica e inoltre è di lingua greca. Il pittore-scrittore inglese suffraga la sua tesi riportando l’opinione di studiosi italiani in merito alla storia degli arbëreshë, e riferisce che le emigrazioni sono state sei e hanno dato vita a quarantacinque comunità sparse nel Regno di Napoli, ma tra queste non figurano Bova, né Africo né Condufòri. (Condofuri). Da qui, l’autore del Journals apre una nota sulla errata tesi che questi centri fossero di origine albanese, sostenendo che sarebbe degno di interesse conoscere le ragioni che indussero i sui connazionali Swinburne e Craven a riportare che la gente di Bova fosse originaria dell’Albania. Lear aveva visitato il Paese delle aquile e aveva avuto modo di conoscere gli usi della popolazione e ammirare soprattutto il costume. Da qui, la certezza che Bova non poteva essere di origine albanese, non avendo riscontato alcuna traccia dell’abbigliamento maschile e femminile né delle usanze della sua popolazione nel Paese prima visitato.


JOHN  ARTHUR  STRUTT   ( 1819 – 1888)

Nel 1838 questo pittore e scrittore  inglese, assieme all’amico poeta William Jackons, intraprese un viaggio a piedi in Calabria, senza scorta, né armi, affrontando pericoli e disagi non indifferenti.

A Caraffa, comunità arbëreshe in provincia di Catanzaro, i due furono aggrediti e derubati da un gruppo di ladruncoli della zona. Fu solo grazie all’intervento di un certo “Don Domenico Cefaly”, una altolocata persona del luogo, che ai due inglesi venne riconsegnato quanto era stato loro sottratto.

La relazione del viaggio apparve su A pedestrian tour in Calabria and Sicily  nel 1842. Si trattava  di una raccolta di lettere-diario, viva e soprattutto visiva, in quanto prevalsero i temi più congeniali all’autore: i soggetti da disegnare, quali le persone, i paesaggi e i colori. Il viaggio si  sviluppò lungo il percorso Lauria, Castrovillari, Tarsia, Rogliano e Tiriolo, Catanzaro, San Floro, Cortale e Monteleone.

Da esperto pittore, l’autore  si è interessato  più alla osservazione e alla descrizione di ciò che gli stava attorno.

E’ in una  trattoria di Spezzano Albanese che Strutt per la prima volta si  trovò faccia a faccia con gli arbëreshë, e fu  la stranezza dell’idioma ad attirare la sua curiosità.

Il visitatore straniero scrisse che gli albanesi in Calabria abitavano in molti villaggi e tra questi riportò il centro di Santa Sofia d’Epiro, precisando quanto fosse difficile incontrare in essi qualcuno che parlasse  l’italiano.

Anche Strutt rimase affascinato dal costume femminile. Nel descrivere l’abito delle donne di Spezzano egli annotò che questo consisteva in una camicia molto scollata e dalle ampie maniche, il suo colore era  rosso ed era tenuto addosso da due spalline.


GEORGE  GISSING  (1867 – 1903)

Lo scrittore inglese scrive  sulle comunità calabro-albanesi  nel suo libro di viaggi più noto: By the Ionian sea. Nel capitolo intitolato “Catanzaro” l’autore riporta le annotazioni dedicate agli arbëreshë di Calabria. L’intellettuale tardo-vittoriano ha già un punto di riferimento importante in questa città, Pasquale Cricelli, un cordiale signore che esplica le funzioni di viceconsole e che gli fa da guida. I due raggiungono una elegante farmacia ubicata sulla strada principale di Catanzaro, dopo un po’ entra un gruppo di contadini, uomini e donne. Incuriosito dal loro aspetto, Gissing chiede al suo amico informazioni. Don Pasquale li chiama “Greci” e spiega che vengono da un paese di montagna dove la lingua popolare è ancora un greco alterato.

La peculiarità della lingua induce a pensare che quei contadini siano  arbëreshë di qualche comunità albanofona non distante da Catanzaro, quale Andali, Caraffa, Tiriolo o Vena di Maida. Osservando il gruppo di italo-albanesi nella farmacia, l’attenzione del viaggiatore inglese è attirata da una circostanza: le donne avevano un bambino attaccato alla schiena insieme ai vari acquisti fatti in città; e nonostante il peso che dovevano trasportare esse “camminavano diritte e con il passo agile delle montanare”.


NORMAN  DOUGLAS  (1868 -1952)

E’ il visitatore  di origine austro-britannica che fece della Calabria la sua meta prediletta e, meglio di qualsiasi altro viaggiatore straniero, seppe fornire uno dei resoconti più celebri, cogliendone l’intima essenza e la più autentica identità: “Old Calabria” (1915); la pubblicazione più riuscita e interessante della letteratura di viaggio nel Sud d’Italia. L’opera è il magistrale frutto delle sue visite in questa regione, la prima delle  quali avvenne nel 1907, la seconda e la più lunga nel 1911.

Spezzano Albanese è il primo centro che l’infaticabile camminatore visita. Vi arriva con un carro in un infuocato mezzogiorno del luglio 1911 da Castrovillari, dove è giunto in treno da Cosenza. Qui tocca con mano il senso di accoglienza e la cordialità calabro-albanese entrando in una bottega, dove una gentile signora  gli offre la possibilità di riposarsi e di mettere sotto i denti qualche cosa, in quanto essendo  il paesino in subbuglio per un caso accertato di colera, l’ospite non trova nulla da mangiare. Douglas è colpito dallo “sfarzoso costume” della donna, dal lavoro di  filatura secondo gli “usi patriarcali” in cui la affabile bottegaia era intenta e dalla lingua albanese, che all’orecchio impreparato dell’ospite sembra “finlandese”.

Il secondo paese arbëresh visitato è Vaccarizzo. Qui, l’autore di Old Calabria  coglie altre impressioni e rimarca un aspetto già sottolineato a Spezzano e ripetuto in altri centri calabro-albanesi: la sporcizia e la trascuratezza delle strade e, per la prima volta, “lo scarso senso nutrito da queste popolazioni meridionali della casa”.

Da qui la ferma convinzione che per la gente del posto l’abitazione non sia il punto di riferimento topografico fisso e preesistente, come ogni centro geografico, ma un centro sociale, passibile di “essere trasferito da un luogo all’altro purchè il loro clan sia riunito”. Douglas, descrivendo questo aspetto dei centri arbëreshe, è il primo visitatore straniero a cogliere  l’elemento urbanistico della gjitonia  (il vicinato).

Da Vaccarizzo Albanese lo scrittore raggiunge San Demetrio Corone, dove  viene a sapere che “prima di lui nessun altro inglese aveva mai messo piede in questo paese”, e ancora una volta sottolinea che albergo, cibo e strade in questo centro “lasciano molto a desiderare”. A San Demetrio  ha la fortuna di assistere a un matrimonio celebrato in rito greco all’ingresso della chiesa principale, e in questa occasione descrive attentamente l’abito nuziale della sposa. Simpatica davvero è l’ironia di Douglas nel descrivere la donna, secondo lui “la più brutta del paese”, e la celerità con cui il prete celebra il matrimonio, “a velocità record”, essendo probabilmente molto annoiato del suo ruolo. Il capitolo XXIII di Old Calabria è interamente dedicato a San Demetrio Corone e al suo vanto storico-culturale, il Collegio di Sant’Adriano.

L’intellettuale di origine britannica è al corrente della buona reputazione dell’Istituto, paragonato a uno dei  “venerabili edifici di Oxford”.

Da San Demetrio egli più di una volta si reca nella pittoresca frazione  Macchia Albanese, che gli  appare un gruppo di case malridotte appollaiate su una lingua di terra.

Ma è su Girolamo De Rada, il più noto poeta arbëresh  nativo di questo centro nel 1814,  che si accentra la attenzione di Douglas, fornendo al lettore del suo Old Calabria  lunghe e puntuali annotazioni.

Gli itinerari calabresi percorsi dai viaggiatori stranieri del Grand Tour oggi rivivono  nel Parco letterario denominato “Old Calabria”. Proprio come il capolavoro dell’anticonformista  scrittore austro-britannico.

Adriano Mazziotti

la foto in bianco e nero è la piazza principale del paese come è apparsa a Douglas in occasione della sua visita nel 1911. L’allegato ND  Elba contiene la foto di Douglas.

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