TRADIZIONI GASTRONOMICHE ARBERESHE
Il patrimonio culturale arbëreshe
non si manifesta solo attraverso la lingua, la solennità del rito
greco-bizantino, le secolari tradizioni popolari o il canto, ma anche
nell’ambito della realtà gastronomica.
Questo aspetto della
identità etnica degli italo-albanesi per secoli si è sostanziato di una
cucina semplice, quasi povera, perché gli elementi primi che la
costituivano erano i naturali e genuini prodotti della terra: l’olio, la
farina e il vino. Con questi, i nostri antenati furono capaci di
realizzare di generazione in generazione una vasta gamma di portate,
tutte dagli aromi speciali e dai sapori indimenticabili.
Va, comunque,
sottolineato che specialmente negli ultimi decenni del secolo scorso, si è
registrata una inevitabile, progressiva e massiccia ibridazione fra
la cucina arbëreshe e quella italiana, che ha
oscurato alcune testimonianze peculiari della gastronomia della “piccola
patria” italo-albanese, surrogata con le infinite proposte alimentari
industriali, che fanno breccia nei palati di tutti, specialmente dei più
giovani.
Tuttavia, nonostante, il processo di omologazione
della cultura dominante , che tende ad assorbire tutto ciò che è diverso,
anche nel campo gastronomico resistono, come miracolosamente avviene con
l’idioma materno e tranne qualche caso con il rito, testimonianze delle
più ataviche tradizioni culinarie che non conoscono sofisticazione alcuna;
fatte di sapori e odori unici, e …della magia di una volta. Testimonianze
che ultimamente sono rivalutate e proposte con molto successo da qualche
attività commerciale anche a fini turistici.
Volendo passare in
rassegna la lunga e variegata lista delle pietanze più note e comuni a
quasi tutte le aree di idioma albanese nella provincia cosentina , la
presentiamo attraverso le festività religiose e i cicli dell’anno, in
modo da dare una carrellata il più possibile omogenea.
Seguendo il ciclo dell’anno, è con il Carnevale,
festa popolare nel cuore dell’inverno, che hanno inizio le allegre
tavolate. Il pomeriggio di martedì, comitive di giovani in giro per il
paese ancora oggi annunciano la morte del Carnevale. A S. Demetrio Corone
è chiamato “Cu Nikolla”, tramandato dal collettivo popolare nelle
sembianze di un vecchio vestito di stracci, che un tempo chiedendo
l’elemosina o qualcosa da mettere sotto i denti, veniva accontentato con
carne di maiale e abbondanti bevute di vino . Questa tradizione, con le
varianti del personaggio e delle consuetudini che differiscono da comunità
a comunità, è ancora praticata in questo centro e in qualche altro
viciniore. E’ usanza molto diffusa tra i giovani ritrovarsi la sera di
martedì davanti a una tavola ben imbandita per festeggiare in allegria la
fine della festa.
Si incomincia con i gustosi antipasti. Soppressate e
prosciutto dagli aromi e dai sapori indimenticabili la fanno da padroni,
tra una prelibata varietà di sott’oli e sott’aceti, genuini formaggi,
ricotte e il fragrante pane cotto sul forno a legna , quest’ultimo spesso
abbrustolito e bagnato con profumato olio di produzione locale .
In questo periodo, il primo piatto per il pranzo,
ma anche per cena, è una vera prelibatezza: “fillilet”, i fusilli
fatti con il ferro usato per i lavori a maglia, che solo le abili mani
delle donne più esperte riescono ad arrotolare dentro la pasta. Conditi
con denso sugo di maiale o di castrato, fillilet sono il piatto
“sovrano” nelle grandi occasioni o quando si vuole andare sul sicuro con
un ospite gradito o di riguardo.
La saporita carne suina alla brace o quella
succulenta di capretto, quest’ultima preparata in spezzatino
(interiora al sugo), irrobustito dal bruciante e immancabile peperoncino
usato anche nei fusilli, che solo il buon vino novello locale riesce a
contrastare, ricompare tra le seconde pietanze. A volte non è esclusa la
presenza a tavola della carne di pollo, quasi sempre ruspante, preparato
al sugo o al forno con contorno di patate , in sostituzione del capretto o
dell’agnello. Il formaggio, duro o morbido, non può mancare, come neanche
la frutta di stagione, accompagnata da quella secca che vede trionfare gli
squisiti fichi secchi avvolti, così come detta la tradizione, in foglie
del frutto medesimo, ripieni di mandorle , schiacciati, riscaldati al
forno e infine rifiniti da una nevicata di zucchero.
In occasione di una ricorrenza molto sentita tra le
comunità arbereshe ancora legate al rito greco-bizantino, la
commemorazione dei defunti, sul solco delle millenarie tradizioni
pagane che ricordano le Agapi, (i pasti religiosi comunitari) e le
Anesterie (le antiche feste greche dedicate a Dioniso, divinità legata
anche al culto dei morti) , riaffiorano tradizioni le cui origini si
perdono nella notte dei tempi, addirittura nella religione pre-cristiana.
Una peculiarità, che tuttora si riscontra in non
poche comunità del cosentino il giorno della commemorazione ( molto spesso
un sabato di febbraio o ricadente nella prima settimana di marzo) , è
quella di spiegare una tovaglia sulle tombe dei propri estinti e
consumare all’aperto un boccone di pane e salame, accompagnato dal buon
vino del posto, ”assieme ai defunti”. E la sera, consumando l’ultimo atto
per ricordare i cari estinti, ricalcando così millenarie tradizioni pagane
secondo le quali il giorno in cui venivano ricordati, i morti
partecipavano ai banchetti preparati dai vivi, gli uomini, ma oggi anche i
più giovani e i ragazzi, si ritrovano in gruppi per consumare una cena
che è la fotocopia di quella che tiene uniti i partecipanti al banchetto
del martedì di Carnevale.
Da gennaio in poi, intanto, ricorre un’altra
“festa”, quella dei suini.
L’uccisione del maiale, era fino a qualche decennio
fa un giorno memorabile e molto atteso, in quanto la povera bestia
costituiva una autentica fonte di ricchezza per l’economia di molte
famiglie, dal momento che ogni sua parte poteva essere opportunamente
sfruttata. Oggi, invece, del maiale si selezionano le parti più
pregiate. Le interiora più sottili per le salsicce, quelle più larghe
per le soppressate, i capicolli e i prosciutti; ma non mancano le famiglie
che ancora consumano “fritullat” le frittole, ossia i brandelli
di carne rimasti attaccati alle ossa bollite e che sono sfuggiti al taglio
del coltello. Colesterolo e problemi di digestione permettendo, c’è ancora
chi mette da parte “drudhëzit”, gli
avanzi della bollitura conservati in contenitori di terracotta, ottimi da
spalmare sul pane una volta raffreddati, e le cotenne salate e mantenute
dalla gelatina ottenuta dal grasso dello stesso animale. Trattamento
diverso e più accurato per la preparazione delle salsicce e delle
soppressate, ma guai a sbagliare dosaggio nell’aggiungere il sale e il
pepe, come anche i semi di finocchio. Assaggiata la carne più volte per
accertarsi del giusto sapore, essa viene poi insaccata negli intestini
servendosi di imbuti in lamiera e spinta all’interno con il pollice. I
forellini praticati con un sottile ago consentono alla carne fresca di
respirare. La sera, in compagnia degli amici e di qualche parente più
stretto, è ancora consuetudine in molti centri ritrovarsi presso
l’abitazione di chi ha macellato il maiale, per godere insieme un meritato
riposo davanti alla tavola in cui la carne del suino è sovrana e si
accompagna ad abbondanti e generose bevute di vino.
Pasqua. Sono i dolci i piccoli capolavori dell’arte culinaria
pasquale.
Ancora oggi, come un tempo facevano le nostre
nonne, le donne arbëreshe riescono a preparare,
anche se il forno è quasi sempre l’elettrodomestico della propria cucina
anziché quello a legna di una volta, autentiche leccornie e in diverse
forme; secondo il parere di tanti addirittura superiori di sapore ai
prodotti dolciari che il consumismo più sfrenato propone in questo periodo
dell’anno. E’ decisione ardua assegnare il primo posto al dolce più
“buono”. Oltre ai tarelet, i gustosi taralli, spicca il
caratteristico çiçi, un dolce dalla forma di un bastone di pasta ,
piegato in due e intrecciato; alla ripiegatura del bastone si infila un
uovo sodo. E ancora il kulaçi, un grande pane con un largo buco al
centro , la riganata, preparata con farina, zucchero pezzi di noce,
uva passa e bagnata con olio. La sua pasta, arrotolata su se stessa a
spire, non viene fritta ma messa a forno. In qualche comunità, per la
gioia dei più piccoli, si preparano ancora la pulza , una specie di
gallinella e shporteza, un dolce a forma di panierino .
L’abbondante pasto della Domenica di Pasqua ricalca, tranne per alcune
varianti dovute alla scelta di inserire portate legate alla moderna
gastronomia, la tavolata della sera del Martedì di Carnevale.
Natale. Già dal giorno di Santa Lucia, si
respira aria di festa e i grandi preparativi gastronomici hanno inizio.
In segno di buon augurio si invitano gli amici più stretti o anche i
vicini di casa, per assaggiare i krustulit, dolci a forma di enormi
gnocchi che si friggono nell’olio d’oliva nostrano e vengono innevati di
zucchero; la xhurxhullena (davvero difficile la sua pronuncia !)
, una specie di torrone condito con miele, zucchero e a volte con il
sesamo. Dal sapore indimenticabile sono qinullilet, fatte con uova,
lievito, farina, ricotta , fritte nell’olio e ricoperte di zucchero a velo
o di miele. Vige ancora la consuetudine di mandare le fritture natalizie
assieme a una bottiglia di buon vino novello ai parenti e agli amici
colpiti da un lutto recente. La sera di Natale si continuano a
rispolverare secolari usanze, come quella di alimentare al massimo il
fuoco e, prima di sedersi a tavola, di dare da mangiare in abbondanza agli
animali che si hanno in casa (ma anche a quelli che si tengono nella
stalla), così che “non possano lamentarsi tra loro nel caso il padrone li
lasci a stomaco vuoto ”. A cena, tutti alle prese con le tredici
cose, ossia con un banchetto imbandito da tredici pietanze (in alcuni
centri queste sono nove ) diverse da consumare sia pure sotto l’aspetto
meramente simbolico. I piatti d’obbligo sono a base di pesce dal momento
che la vigilia di Natale è bandito mangiare carne. Fino a non molto tempo
fa lo scettro spettava al baccalà cucinato con olio, pomodoro,
prezzemolo, basilico e cipolla. Nonostante la forte tendenza a rifornirsi
di pesce nelle pescherie, va detto, comunque, che “i tradizionalisti”
legati al classico piatto di baccalà sono ancora in tanti. Anche la prima
portata è all’insegna della semplicità: le acciughe con la mollica.
Puliti, infarinati e fritti, i pesciolini sono conditi con pane, menta,
spicchi d’aglio sminuzzati e aceto. Un piatto povero quanto si vuole, ma
dal sapore che non si dimentica, e soprattutto ricco di tradizione.
Dolci nunziali
Bukunotet :
una pasta sottile di farina, uova e marmellata avvolta dalla sfoglia di
pasta e infornata.
Viskotinet :
confezionati a forma di piccole torte, immersi nell’acqua bollente e
infine messi nel forno.
Viskotet :
biscotti fatti con impasto di farina, un pizzico di sale e aromatizzati
con semi di anice.
Kulaçi :
grande ciambella con un largo buco al
centro, autentica “torta nunziale” di una volta. E’ confezionata in casa
della sposa con farina di puro grano, uova e mosto cotto (merikot), Spesso
viene decorata con ornamenti artistici rossi e bianchi e ricoperta di
zucchero. E’ tradizione che gli sposi, in piedi l’uno di fronte all’altra,
infilata una mano ciascuno dentro una cavità della “torta nunziale” tirino
ognuno dalla propria parte. Una volta spezzato il kulaçi,
chi si ritrova tra le mani la parte più grande avrà “il comando” nella
vita coniugale.