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DOMENICA 30 LUGLIO LA FESTA DI SANTA VENERE A SANTA SOFIA D'EPIRO

SANTA PARASCEVE O VENERE

Fu martirizzata sotto Antonino Pio verso il 160, prende il nome dal giorno settimanale in cui nacque, cioč di venerdģ, in greco paraskevģ . Ha goduto di una grande popolaritą durante il Medioevo e su di lei sono state scritte non meno di quindici passiones e un Elogio, riportati in manoscritti dei secoli XI e XVI; pochi di questi testi perņ sono stati pubblicati. Di una sola  passio si conosce l'autore, Giovanni, prete dell'isola di Eubea (1495; Cod. II C 33 della Bibl. Naz. Di Napoli), mentre le altre sono anonime; l'Elogio č stato scritto da Giorgio Acropolita nel sec. XIV (Cod.  Ambros. P 210). 

La storia di Santa Paresceve e soprattutto le meravigliose peripezie del suo martirio, costituiscono un vero e proprio romanzo, caro ai cristiani dei secoli antichi che rimanevano edificati di fronte agli esempi dei santi, pur senza prestar fede ai fatti narrati, che costituivano soltanto un abbellimento letterario per destare l'interesse del lettore: tormenti subiti, miracoli straordinari, discorsi apologetici, ecc. La vita e il martirio di Santa Paresceve presentano tutti questi caratteri e, inoltre, due particolari risultano assolutamente inverosimili: l'esistenza di un monastero femminile a Roma nella seconda metą del sec. II, e la pubblica predicazione del Vangelo ad opera di una fanciulla, cosa discordante coi costumi dell'epoca e contraria al divieto fatto da s. Paolo alle donne di predicare la parola di Dio.

Ed ecco il riassunto delle quattordici pagine che un autore greco moderno ha dedicato alla Santa Paresceve: nacque a Roma sotto l'imperatore Adriano da genitori cristiani, ricchi e pii, che avevano ottenuto con le loro preghiere la sua nascita. Essi morirono quando la figlia aveva ventisei anni e Paresceve vendette i beni che aveva ereditati e distribuģ il ricavato ai poveri; poi si ritirņ in un monastero femminile della cittą. Dopo un certo tempo abbandonņ il monastero per predicare pubblicamente la dottrina cristiana, ma, denunciata da alcuni giudei ad Antonino Pio come ostile alla religione ufficiale, comparve davanti all'imperatore, il quale, vanamente, dapprima con promesse poi con minacce, tentņ di farla apostatare. Per punirla fece riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le posero sul capo senza alcun danno per lei. Molti pagani vedendo questo prodigio si convertirono e l'imperatore li fece uccidere o esiliare. Riportata in prigione, un angelo viene a confortare Paresceve e la libera dai ceppi. L'indomani viene condotta nuovamente davanti all'imperatore che la fa appendere per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, ma senza alcun successo. Si ricorre allora ad un altro supplizio: viene preparata una grande caldaia piena di olio e pece bollente ed in essa viene immersa la Santa; ella con le proprie mani getta sul viso dell'imperatore uno spruzzo del liquido bollente e alla fine esce ancora una volta indenne; Antonino si converte, lei lo guarisce delle sue piaghe e lo battezza! Successivamente Paresceve si reca in altre cittą per continuarvi il suo apostolato: arriva in un paese governato da un certo Asclepio che la interroga sulla sua religione e rimane turbato dalle sue risposte; poi la fa condurre fuori della cittą in una grotta abitata da un terribile drago. Ella traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono battezzati. Alla fine Paresceve arriva in una cittą governata da un certo Taresio che si oppone egualmente alla predicazione del Vangelo e ricorre al supplizio della caldaia nella quale viene versato oltre all'olio e alla pece, anche piombo, ma la santa non soffre alcun danno. Successivamente viene fatta sdraiare a terra, inchiodata con dei paletti, duramente colpita con flagelli e riportata infine in prigione: durante la notte le appare Cristo circondato dagli angeli che la guarisce da  tutte le sue ferite.
In occasione di una nuova comparsa davanti al governatore, Paresceve si fa condurre nel tempio di Apollo e apostrofa la statua dell'idolo affermando che non ha alcun valore; Apollo risponde che egli non č affatto un dio. Allora alcuni sacerdoti ingiuriano la martire, la cacciano via dal tempio e chiedono con alte grida a Taresio di metterla a morte. Egli la fa decapitare, ma la martire non muore senza aver pronunciato prima un discorso apologetico. I fedeli raccolgono il suo corpo. Lo seppelliscono segretamente e la tomba diventa meta di pellegrinaggi e numerosi miracoli vi si compiono. Nell'Italia meridionale č venerata con i nomi di s. Venera, Veneria o Veneranda. La memoria della santa figura soltanto nei minei moderni il 26 luglio.

Ngjisk Godino

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