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LAUREA HONORIS CAUSA AD ISMAIL KADARE
Il 10 giugno a Palermo presso il palazzo Chiaramonte, alla presenza di varie
autoritą, dell’Eparca di Piana degli Albanesi, Sotir Ferrara,
dell’Ambasciatore della Repubblica d’Albania, Llesh Kola, e di numerosi
intervenuti, viene conferita la laurea honoris causa in scienze della
comunicazione sociale ed istituzionale allo scrittore albanese Ismail Kadare,
pił volte candidato al premio Nobel e membro d’onore dell’Accademia
Francese.
Il preside della Facoltą di Scienze della Formazione, prof. Michele Cometa,
cosģ inizia la sua Laudatio . Grande č il privilegio dei poeti: a loro č
concesso di sognare i sogni dell’umanitą, i sogni di un popolo e Kadare ha
sognato i sogni dell’umanitą dalla prospettiva della sua Terra “ l’Albania
“, una nazione, storicamente martoriata per secoli e secoli, che non ha mai
conosciuto la parola “ libertą “. Ogni suo romanzo altro non č che
un’allegoria profonda che riconduce il lettore alla storia della sua Terra.
Il preside chiude la Laudatio col sottolineare il senso profondo che il
Kadare dą alla letteratura. “ Un giorno i sogni sarebbero usciti dalla
prigione del sonno, sarebbero emersi alla luce, avrebbero occupato il posto
che loro spettava nel pensiero, nella esperienza e nell’azione… . Un giorno
si sarebbe fatta giustizia “.
Di questa giustizia la letteratura č il sogno inestinguibile.
Ismail Kadare sogna con noi.
Alla Laudatio segue la motivazione della laurea, letta in italiano dalla
prof.ssa Patrizia Lendinara ed in albanese dal prof. Matteo Mandalą.
Toccante e molto significativa č la lectio magistralis del neolaureato,
pronunciata con la voce del cuore, “la letteratura di una lingua proibita “,
“ la sua lingua “, “ la lingua albanese “.
Cosģ si esprime il Kadare : il comunismo ha dovuto inventare una nuova arma,
che si sarebbe poi rivelata fatale nei confronti della letteratura, ha usato
un vero stratagemma, la creazione di una razza di scrittori, una razza che
con le proprie mani avrebbe dovuto distruggere l’arte della parola.
La lingua albanese č l’unica, fra tutte le lingue dei Balcani, alla quale fu
proibita la scrittura per cinque secoli, in quanto sotto la dominazione
ottomana.
Agli Albanesi furono concesse tante cose, ma mai la libertą di scrivere
nella loro lingua. Questo divieto provocņ danni irreparabili.
Alunni ed insegnanti sono stati massacrati perché sorpresi in flagrante
durante le lezioni segrete di lingua. Come puņ una lingua proibita reggersi
in piedi ?
La prima frase scritta in lingua albanese risale all’8 novembre 1462 ed č di
carattere religioso, quella religione la cui professione sarą vietata
durante il periodo della dittatura comunista.
Nel 1555 si ha il “ Meshari “di Gjon Buzuku.
Nel 1592 con Luca Matranga, arbėresh di Piana degli Albanesi, si ha la prima
poesia colta della letteratura albanese.
Tra il 1566 e il 1622 Pjetėr Budi, prete cattolico, scriveva alcuni versi.
Della tradizione scritta ben poco č sopravvissuto.
Durante l’esodo albanese verso l’Italia, per sfuggire alla dominazione
ottomana, molti libri e manoscritti sono andati perduti.
L’Albania sembrava essere rimasta mutilata per sempre.
La lingua incominciava a subire gli influssi della cultura turca; la
religione incominciava a cedere: l’Islam si faceva avanti.
Pjetėr Bogdani, vescovo cattolico, originario della Kosova, percependo i
rischi di tutto questo, decise di intraprendere qualcosa di titanico,
assumendo la responsabilitą di sostenere sulle sue spalle il mondo nel
momento in cui rischiava di crollare.
Questo titanismo ricomparirą, oltre al periodo della Rilindja con Naim
Frasheri, verso la fine del XX secolo, durante il dramma della Kosova.
In tutta questa triste situazione che cosa avrebbero potuto fare gli
scrittori albanesi se non arrendersi ed abbandonare l’arte della scrittura.
La cultura albanese non avrebbe potuto recuperare ciņ che aveva perso.
A questo punto ci fu il ritorno alla vecchia tradizione rapsodica della
letteratura orale, una strada illusoria.
Un’altra alternativa fu l’uso di altre lingue europee, in primis del
latino.
Si trattņ allora di una letteratura solida e forte che, vestendo panni
latini, faceva palpitare il dramma albanese.
Era sorta l’idea, incoraggiata anche dagli invasori, di ricorrere ad una
certa letteratura a caratteri arabi, cercare di amalgamare la letteratura
albanese con quella turco-ottomama, senza tener presente che la lingua
albanese aveva origini ben diverse da quella ottomana. Questa posizione
sarebbe stata fatale se avesse attecchito nella cultura albanese.
Un’ultima soluzione era quella di scrivere una frase in albanese in un
contesto redatto in latino, trovare un rifugio per la propria lingua in
pericolo di vita nel freddo corpo di una lingua che di vita non ne aveva
pił.
Lo scrittore conclude asserendo: la lingua del mio popolo ha trovato la
propria salvezza in quella lingua non pił viva, il latino, ma senza la quale
non si puņ nemmeno immaginare la civiltą europea.
Le parole calde e il tono di voce del Kadare hanno scosso gli animi di
tutti i presenti, ma soprattutto degli Arbėreshė, che in quel momento, con
prolungati applausi, si sono uniti pił che mai alle sorti del popolo
shqiptar, condividendo le loro sofferenze umane e letterarie e quanto hanno
dovuto patire per salvare questa letteratura, questa lingua scritta, la
lingua poi dei nostri padri, che oggi noi rischiamo di perdere
definitivamente, in quanto sopraffatta anche da una massificante
globalizzazione.
Nel pomeriggio, in seno all’incontro annuale degli Arbėreshė, “Shega”,
viene assegnato allo scrittore shqiptar il premio “Besa”, consistente in un
brez d’argento e in una pergamena, per aver dato un contributo di studio
alla minoranza arbėreshe.
La giuria č composta da Elio Cardinale, preside della Facoltą di Medicina e
presidente onorario, Giuseppe Cangelosi, presidente dell’Unione dei Comuni “
Besa “, Matteo Mandalą, albanologo (UNIPA), Francesco Altimari, albanologo (UNICAL),
Mario Giacomarra, sociologo (UNIPA), Giorgio Petta, giornalista (La
Sicilia), Vizar Xhiti, addetto culturale dell’ambasciata della Repubblica
d’Albania, Pietro Manali, dirigente Unione Besa e Segretario.
Per l’occasione si č fatto omaggio di un saggio dello stesso Kadare
“Hamleti, princi i vėshtirė”, tradotto in italiano” Amleto, il principe
scabroso” dallo scrittore arbėresh Giuseppe Schirņ di Maggio.
Dopo i convenevoli di rito da parte delle autoritą presenti, lo scrittore
commosso ringrazia tutti gli intervenuti, auspicando un avvenire migliore
per la sua patria ed augurandosi un continuo scambio culturale tra gli
Arbėreshė e gli Shqiptarė, i quali hanno unica origine e stesse radici nella
terra d’oltremare, l’Albania.
Vincenzo Cilluffo
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