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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
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LE SCUOLE  CELEBRANO IL GIORNO DELLA MEMORIA

Le celebrazioni del “giorno della memoria” incentrate sulla presenza nel territorio di Tarsia del campo di concentramento di Ferramonti, si sono svolte quest’anno in simbiosi fra le scuole dell’obbligo dei due comuni limitrofi di Tarsia e Spezzano che hanno così voluto dare un segnale forte a tutta la società civile sempre più sonnacchiosa verso un dramma che sta alle radici stesse della nostra ripresa civile e democratica.

Ferramonti - Chiesa - Sinagoga

Il progetto si prefiggeva, fra l’altro, di approfondire la conoscenza dei valori democratici per poterli apprezzare e quindi proteggere e far capire che l’olocausto non è stato un incidente della storia ma e accaduto perché uomini, organizzazioni e governi hanno fatto del pregiudizio e dell’odio razziale una filosofia di vita, cercando di giustificarla a livello culturale, introducendo il mito della razza superiore.

L’intero ciclo si è concluso il 27 gennaio nella sala del “Cinema Italia” di Spezzano Albanese, dove una rappresentanza di alunni delle quinte classi elementari dei due comuni, ha messo in scena “Il Silenzio dei vivi” di Elisa Springer, uno dei lavori documentali più raccapriccianti e più significativi dell’intera shoah. Il testo narra la vicenda personale dell’autrice nata a Vienna nel 1918, deportata prima ad Auschwitz poi a Bergen-Belsen, dove condivide la baracca con Anna Frank e quindi nel lager di Terezin a Praga, da dove esce miracolosamente viva il 9 maggio del 45, tre giorni prima della famigerata “soluzione finale”, all’arrivo delle truppe russe alleate.

Alla drammatizzazione erano presenti oltre ai dirigenti scolastici dei due istituti, dott. Giuseppe Montone Antonio Vulcano, i sindaci di Tarsia, Panebianco e di Spezzano, Corsino, il presidente del consiglio di circolo oltre che sindaco di Terranova, Libonati, l’assessore alla cultura del comune arbëresh, Carolina Luzzi, gli ispettori Miur prof. Francesco Fusca, prof. Aldo Pugliese, prof Domenico Torchia e il direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, dott. Ugo Panetta.

Ma la tragedia della shoah era stata gia rivissuta dagli alunni nel corso della stessa mattinata con la deposizione di una corona di alloro nel campo di concentramento di Ferramonti, e la sera del 24 con una significativa manifestazione, tenutasi presso la sala consiliare del comune arbëresh, nel corso della quale sono stati presentati i lavori grafico-pittorici e plastici degli alunni e recitate poesie per interpretare la realtà di Ferramonti, luogo di sofferenza e di isolamento.

L’impegno profuso dal corpo docente nel trattare i delicati temi del razzismo, della solidarietà e della pace fra i popoli, ha dato i suoi frutti, vista la qualità  degli elaborati che sicuramente lasceranno un segno positivo nelle formazione del carattere e nella perpetuazione di una memoria storica, la sola che può salvarci da analoghe future catastrofi.

Nel complesso delle manifestazioni molto significativa è stata la testimonianza della giornalista Pupa Garriba che ha segnato un momento di partecipazione corale ed emotiva ad una tragedia vissuta in prima persona ed in tenerissima età quando è in formazione quel complessivo bagaglio culturale che poi ci accompagna per tutto il resto della vita. Il confronto che la Garriba ha avuto con gli alunni nella mattinata del 25 presso l’aula magna delle scuole elementari di Spezzano, si è caratterizzato come una lezione di storia attraverso la cronaca di un’emarginazione e una fuga disperata e rocambolesca attraverso la frontiera con la Svizzera per tentare di sfuggire alla deportazione nazista.

La giornalista Pupa Garriba

Pupa Garriba nata a Genova il 2 gennaio 1935, gia all’età di tre anni ha iniziato un calvario legato alle sue origini ebraiche che, seppur terminato giuridicamente alla fine del conflitto mondiale, non ha mai cessato di produrre effetti sulla sua personalità, sulla sua cultura, sulla sua sensibilità di cittadina costretta fra le tante cose a ricorrere all’occultamento delle proprie generalità per nascondere tale appartenenza. Pupa Garriba, infatti, non è altro che lo pseudonimo di Carla Dello Strologo, cognome che testimonia le sue origini ebraiche, oggi una razza come tante altre, allora un marchio indelebile che portava diritto ai forni crematori.

Le fu vietata la frequenza dell’asilo in quanto ebrea. Le fu vietata inizialmente la frequenza della scuola elementare per gli stessi motivi e le pietose bugie del padre Angelo Dello Strologo, non facevano che acuire una sensazione terribile di emarginazione che non trovando motivazioni logiche riusciva solo a screditare ai suoi occhi la figura e l’immagine paterna dal quale, pure, inizialmente, aveva assorbito quei valori di lealtà e di dignità che sono oggi fra i requisiti fondamentali  della persona umana.

Nella sua pagella rilasciata dal Direttore Didattico del 13° circolo di Genova che attesta la promozione alle terza classe elementare, che prevede la materia di “nozioni varie e cultura fascista” già dalla prima classe, è anche evidenziata a chiare lettere la sua appartenenza alla “Razza ebraica”. L’allora “Ministero dell’Educazione Nazionale” doveva ben classificare le differenze razziali per meglio colpire al momento opportuno. E infatti quando l’odio razziale si era ben instaurato nel regime e anche in Italia i campi di concentramento tentavano di recintare le persone col filo spinato, credendo di poter fare altrettanto con le loro idee, la famiglia di Angelo Dello Strologo, (munito di documenti falsi che attestavano le origini napoletane del suo nuovo cognome Buonomonte), tenta la via del rifugio in Svizzera per evitare la deportazione in Germania

Guidati dai contrabbandieri, pagati poi con  una mezza banconota da una lira (l’atra metà poteva essere ritirata a Genova ad operazione conclusa) per evitare di essere rivenduto ai tedeschi, come spesso avveniva, (per ogni ebreo pagavano 5 mila lire, 3 per una donna e 2 mila per un bambino), sono abbandonati in mezzo alle nevi nella notte fra il 4 e 5 gennaio 1944 a ridosso della frontiera Svizzera. Sembra fatta. Ma il paese elvetico, per quanto neutrale, non vuole eccessive rogne e con disposizione “confidenziale” del 13 agosto 1942, impartisce precise istruzioni alla polizia di frontiera per non accogliere disertori, prigionieri di guerra, rifugiati politici e razziali e tante altre categorie di disperati che cercavano di sfuggire alle deportazioni in Germania. L’ingresso avviene alfine grazie ad un estremo stratagemma del padre che spacciando come pistola la torcia che aveva in tasca, minaccia un omicidio-suicidio. Di fronte al rischio di scandalo che ne sarebbe seguito venne autorizzato l’ingresso e l’internamento per 4 mesi nel campo di Brengam. La vita era salva ma il trattamento non era certo dei migliori. «Mentre in Italia ci chiamavano sporchi ebrei – dice la Garriba – in Svizzera ci apostrofavano come sporchi italiani».  Non altrettanta fortuna ebbero altri 14 suoi familiari internati ad Auschwitz, di cui una sola, alfine, riuscì ad avere salva la vita. Il rientro in Italia avvenne nel luglio del ’45. La ripresa fu lunga e faticosa essendo forte la voglia di dimenticare. Oggi  Pupa Garriba vive ed opera a Roma come giornalista.

Raffaele Fera

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