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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
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Continuità del rito greco in Spezzano Albanese dopo il 1668

Uno degli episodi più inquietanti, per il modo con cui è avvenuto e per le famiglie che ha coinvolto, e meno indagati della storia spezzanese rimane, senza dubbio, il cambio del rito greco in latino nel 1668.

Per raggiungere tale scopo alcuni nuclei familiari di rilievo del paese (Cucci, Magnocavallo, Ribecco,…) non esitarono a rinnegare la fede degli avi ed a calpestare la dignità e la libertà di culto dei fedeli e dei papàs di rito greco.

Alcuni anni dopo la fatale data del 1668, alcuni discendenti della famiglia Cucci, che tanta parte ebbe nel mutamento del rito, tenteranno invano di ripristinare l’avita religione mettendo a disposizione il proprio prestigioso status sociale e, addirittura, dimora e quindi mezzi economici.

Questa presa di posizione celava forse un tentativo tardivo di riscatto? Contrasti fra famiglie per il controllo degli affari della Chiesa locale? Oppure era il nobile gesto di persone che erano venute a conoscenza delle trame ordite contro il papas Basta?

Non siamo in grado di dare una risposta agli interrogativi posti, ma in questa occasione si metteranno in evidenza tante famiglie, compresa quella del Vig. Juris Doctor Clericus Angelo Cucci, uomo dotto sfuggito alle indagini degli storici locali e al quale si tenterà ora di dare la giusta collocazione storica e sociale.Non bisogna non citare, inoltre, la disponibilità degli arcipreti D. Carlo Ragona (1675-1727) e D. Parisio Ribecco (1685-1763) che saranno presenti in molte funzioni da loro celebrate o dagli omologhi di rito greco provenienti dai vari paesi arbëreshë dei dintorni.

Agli inizi del XVII sec., i fedeli del piccolo “Casale di Spizano” avevano come loro parroco ilo papas D. Martino Barbato, coadiuvato da una schiera di clerici che celebravano le funzioni nell’unica parrocchia di “S.ta Maria di Spizano” (ora Santuario di S. Maria delle Grazie, patrona del paese) e nel frattempo si edicava alla cura dei terreni presi in affitto, attività svolta anche da altri confratelli e concittadini.

Il clero arbëresh, fino alla seconda metà del XVI sec., dipendeva dall’Eparchia di Ocrida (Ohri, cittadina albanese della Macedonia) che inviava annualmente un vescovo ordinante con l’approvazione della Chiesa cattolica.

Agli inizi del secolo successivo questi rapporti si diradarono per poi scomparire del tutto sia a causa del ferreo controllo turco, sia perché Roma cercava di attirare sotto la propria influenza i fedeli di rito bizantino temendo da parte loro prese di posizione riformiste. Infatti siamo in piena epoca di Controriforma e di guerre di religione che insanguineranno l’Europa settentrionale e centrale per circa un trentennio.

In questo stesso periodo dal “Collegio Greco” di  Roma partivano alla volta di Spizano due giovani e coltissimi sacerdoti Costantino Kalocratis di Verrìa (Saloniccco) e Georgios Verivos che fondarono nel paese una scuola di alta cultura, istituzione che aveva il compito di preparare missionari arbëreshë del posto da inviare come evangelizzatori nella zona di Himara (Albania del Sud) e nell’isola greca di Chio.

Negli archivi parrocchiali non compare alcun riferimento riguardante i due citati sacerdoti e la scuola da loro diretta (ci riserviamo comunque di pubblicare nel futuro un interessante lavoro sul loro operato).

L’unica istituzione per la preparazione culturale e liturgica del clero arbëresh era il “Collegio Greco” di Roma (sito in Via del Babbuino) dove si recarono a studiare gli spezzanesi D. Teodoro Barbato (+1653), figlio di D. Martino, e D. Parisio Ribecco, futuro arciprete latino, il quale però “si partì per indisposizione di stomacho fisico”.

Verso la metà del XVII sec. in Spizano si registra la presenza di molti sacerdoti latini celebranti: è l’inizio del cambio del rito greco!

Dopo la morte del Papàs D. Martio Ribecco (1592-1662), gli succede D. Nicola (o Niccolò) Basta (?-1666) che subirà molte tribolazioni da parte di alcuni notabili del posto e del feroce Principe Spinelli di Cariati, tutti legati da cospicui e comuni interessi economici da tutelare nel territorio della piccola comunità spezzanese.

Essendo in piena epoca di Controriforma e facendo leva sulla paura e l’ignoranza della popolazione, il consiglio dei notabili fece firmare ed inoltrare, a varie riprese dal 1662, al Sant’Uffizio di Roma le richieste per il cambio del rito adducendo come motivo la profonda ignoranza in cui giaceva il clero locale, l’incomprensione della liturgia bizantina e la durezza delle penitenze quaresimali. Altri cittadini, invece, ribadivano di essere abituati alla liturgia latina e quindi ritenevano superflua quella greca.

Il paese si spaccò inevitabilmente in fazioni ed il povero D. Nicola Basta, dopo tante minacce, l’esilio in San Lorenzo del Vallo  ed il sequestro, si rifiutò di abiurare morendo di stenti, il 31 agosto 1666, nel carcere del castello di Terranova, nonostante la Santa Sede avesse imposto l’ordine alle autorità religiose di non mutare il rito e di rispettare la volontà dei sacerdoti greci.

Nella redazione degli atti l’economo D. Antonio Capparello (di Acquaformosa), che sostituì il Papàs Basta dal 1665, non spese una sola parola a favore del suo superiore, non redasse l’atto della sua tragica fine e né riportò cronache di violenze.

I fatti, invece, dovettero essere, cruenti e violenti tanto da indurre, circa mezzo secolo dopo, il Vescovo P.Pompilio Samuele Rodotà ad affermare che il rito in Spezzano Albanese fu cambiato “con sangue e rumor di catene!”.

Una laconica postilla redatta dal primo arciprete latino D. Vincenzo Magnocavallo (1635-1688), il giorno 8 marzo 1668, segna l’inizio ufficiale del cambiamento. Questi ricoprirà l’incarico per sette anni (fino al 1675) ai quali seguiranno un anno di vacanza e poi la nomina ad arcipreti di D. Marco Antonio Brunetti (dal 1677 al 1680) e D. Martino Luci (dal 1681 al 1688).

Il 1688 sarà un anno cruciale per la Chiesa spezzanese perché decedono gli arcipreti Luci e Magnocavallo segnando l’inizio di un ventennio di vacanza.

D. Vincenzo Magnocavallo doveva essere una persona con carattere intollerante, prepotente e collusa col potere temporale poichè nessun suo successore ebbe l’ardire di celebrare o permettere funzioni in rito greco, cosa che accadrà subito dopo la sua scomparsa, e per molti anni di seguito!

Infatti l’8 ottobre 1689, su  licenza della Curia di Rossano “ à R. D. Antonio Capparello ab Acquaformosa interrogatus fuit cl.cus Paolus Cortese filius D. Joannis Cortese et Margarita Capparello ex Acquaformosa et Maria filia D. Cl.ci Dom.ci Mag.llo et Cintiae Capparello coniugum hujus Terrae, et habito eorum mutuo consensu solem, matrimonio per verba in domi coniunxit more graecorum”.

I matrimoni fra spezzanesi ed arbëreshë dei paesi vicini saranno circa un centinaio (dal 1669 al 1741), però solo quelli contratti fra membri di famiglie abbienti e di rilievo saranno annotati dagli arcipreti spezzanesi con più cura e dovizia di particolari.

Si apprende così che molte “interrogationes” e matrimoni avvenivano, non solo nelle case dei Cucci o di altri notabili, ma anche in quelle di famiglie umili, qui non riportate.

Nella celebrazione dei matrimoni di rito greco la famiglia Cucci svolgerà un ruolo di primo piano come recitano le particulae che si riportano, qui di seguito, in ordine cronologico.

Il 17 maggio 1711, su licenza della Curia Rossanese e dell’Arc. D. Carlo Ragona, il Papàs D. Scipio Cortese, di Lungo, unisce in matrimonio, “domi et graece”, il concittadino Marco A. Cortese con la spezzanese Diamanta Cucci.

Così, il 28 aprile 1712, Gennaro Baffa e Caterina Marchianò, entrambi di S. Sofia, furono uniti in matrimonio da D. Carlo Ragona dopo essere stati interrogati “in aedibus Mag.ci Franc.ci Cucci”, padre del citato Cl. D. Angelo Cucci.

Il Cl. Salvatore Cortese di Lungo, il Magn. Alessandro Cucci ed il Magn. Berardino Bovino di Terranova, l’8 maggio 1720, “coronas imposuerunt sponsis graecorum more, vel ut dicunt ritu graeco”, celebrante il R. D. Nicola de Marchis di Lungo che unì in matrimonio Pietro A. Capparello e Lucrezia de Rosi “in domo Michelangeli de Rosi”.

Di particolare interesse risulta la data del 23 maggio 1725, quando D. Carlo Ragona nella chiesa parrocchiale interroga il “Clericum Antonium Nucito, et Julia Franzino, ambos d.ae terrae” e congiunge in matrimonio (latino o greco?) “ac in missa benedixi”. Nel 1732 la coppia sarà allietata dalla  nascita della piccola Serafina.

Il Nociti sarà presente come teste e padrino in tanti matrimoni e battesimi perché certamente svolgeva il suo ministero sacerdotale nella chiesa spezzanese.

L’Arc. D. Gennaro Marchianò di S. Demetrio, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, esamina pubblicamente il Magn. Costantino Baldo, di S. Giorgio, ed Isabella Cucci unendoli “ in matrimonium ritu graeco”, il 25 settembre 1726.

D. Pietro Baffa, di S. Sofia, il 25 gennaio 1740, unisce in matrimonio il compaesano cl. Giuseppe M. Becci con la Magn. Lucrezia Cucci, “domi V.J. D. Magnifici Angeli Cucci”. Agli sposi vengono imposte le corone secondo il rito greco.

Il 29 gennaio 1741 “R. D. Franciscus Frascino oeconomus Casalis Porcilis de licentia mei infrascripti Archip.ri domi sub ritu greco interrogavit Franciscum de Pace et Juliam Brunetto”.

Questo è l’ultimo atto in cui compare a chiare lettere l’amministrazione del sacramento in rito greco.

Comunque nel paese, già nel 1685, in pieno rito latino, era economo D. Domenico Frega di Lungo che sostituiva spesso l’Arc. D. Martino Luci. Considerato il luogo di provenienza, era il Frega sacerdote latino o greco?

Inoltre nel 1732, muoiono il Cl. Salvatore Chinigò, di S. Giorgio, e la moglie Camilla Minisci che vivevano in Spezzano da molti anni.

Perché questa presenza di sacerdoti di rito greco in Spezzano Albanese?

D. Angelo Cucci (1691-1761), uno dei massimi sostenitori del ripristino delle fede orientale,  essendo clericus (diacono?) di rito greco non poteva officiare le cerimonie religiose in cui era presente. Era un uomo di legge, e forse anche medico, che rivestiva anche il titolo di Magnificus conferito alle personalità che godevano di ottima posizione economica e sociale. Da sua moglie, la Magnifica Beatrice Marchianò, ebbe i figli Rosa (1721-1763), suora laica consacrata a S. Domenico, il medico Dott. Luigi Giorgio ed Isabella (+ 1791) che saranno presenti in molti battesimi come padrini e testimoni.

Un tentativo di ripristino del rito greco fu effettuato nel 1744 dal medico D. Alessandro Cucci che cercò, invano, di insediare nel suo “Ritiro del Carmine” l’ordine basiliano.

Il suo pronipote, l’Arc. D. Vincenzo M. Cucci, agli inizi del XIX sec., scrisse sul frontespizio in pergamena di un libro parrocchiale “Vox dissona, una religio” volendo marcare la sua totale chiusura verso le altre fedi ed il mantenimento dei privilegi e benefici che il cambio del rito apportò a tante famiglie, forse compresa la sua, nel tragico anno 1668.

Questo lavoro, ora ampliato, è stato tratto da URI (“Il tizzone”) – Bollettino interno del “Bashkim Kulturor Arbëresh” di Spezzano Albanese. A. V, n° 5 , Sett./Ott. 2001, pag. 2.

 Altri dati da me reperiti sul cambiamento del rito si possono consultare in :

Francesco Marchianò: Dopo il cambio del rito greco a Spezzano Albanese, in “Katundi Ynë” , A. XXXIX, - n° 97 – 1998/4, pag. 15.

Francesco Marchianò

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