CONSIDERAZIONI LINGUISTICHE SU ALCUNI TERMINI DI CASTROREGIO
di Francesco Marchianň
Non č mia abitudine scrivere in italiano sulle pagine di Jeta
Arbëreshe (nr. 27, A.III, giugno 2004) ma un piccolo ed interessante
dizionario di termini della parlata arbëreshe di Castroregio, curato dal
bravissimo Nino Rusciano, mi ha indotto a far alcune considerazioni
linguistiche alla luce della parlata spezzanese e di quella schipetara
nonostante io non sia un esperto in materia.
Qui di seguito cerco di dare una spiegazione linguistica e semantica dei
seguenti termini:
kriepoçez, -a: termine composto da krie (testa, parte
superiore) + poçe (pignatta) + -za (suffissoide
diminutivo/vezzeggiativo). Il Rusciano giustamente traduce capriola.
Il cranio spesso eufemisticamente viene chiamata in arbëresh poçe/pignatta
: quindi la testa si rovescia e ritorna alla sua posizione naturale
come si fa con la capriola (kockatrumbull);
kropënalë, -a: in arb. il letame o sterco si chiama koprč<
gr. κόπρος, -ή. Il Rusciano traduce “terreno ben concimato, ricco di
letame”. Il suffissoide - nalë/naltë in alb. significa “sopra,
superiore, in alto”. Infatti il letame per la concimazione si sparge
sopra il terreno adibito ad una coltura;
llargunčsh, -i: Rusciano traduce “demonio, diavolo”.
Infatti: llargu (prej) nesh” “Sta lontano da noi” ossia “Vade
retro, Satana!”;
ngjungjë, -e : tradotto con “lento, goffo”. In Spezzano
Albanese abbiamo il termine “njunjë, -a” che significa appunto “persona
goffa o maldestra nel parlare”;
pandaçkë, –e : tradotto dal Rusciano in “antipatico, vanitoso”
che ben si lega allo spezzanese “pandŕshkë, -a” cioč “persona
grassa” riferito alle donne;
rmbŕlle, -a: tradotto correttamente in “molare” che in arb.
č “dhëmbŕll, -i”. Il suono /dh/ diventa /r/ avendo
quasi lo stesso luogo di articolazione;
subůllk, -u: “bara con Cristo morto per la processione del
Venerdě Santo”. Il termine deriva da “sepulcru(m)” cioč “sepolcro”
che indica il luogo della Deposizione del corpo del Cristo dopo la
morte;
trěez, -a: il Rusciano traduce: “lčndine; le uova che il
pidocchio delle capo lascia attaccato ai capelli”. A Spezzano
Albanese le lendini vengono chiamate “frie,-et” . La th
diventa f in alcune comunitŕ : infatti le biche, in arb. “fimonč,
-čt” diventano “thimonč, -čt”.
Per ulteriori approfondimenti si rimanda a:
Emanuele Giordano, Fjalori i
Arbëreshvet t’Italisë/Dizionario degli Albanesi d’Italia”, Edizioni
Paoline, Bari, 1963.