Il Llambadhor
spezzanese alla luce di nuovi documenti e ricerche
di Francesco
Marchianò
Gli Arbëreshë (Albanesi d’Italia) sono
ormai da anni oggetto di studio da parte di antropologi, linguisti,
storici ecc., fenomeno che, negli ultimi tempi, si è accentuato grazie
alla recente legge di tutela che dovrebbe garantire agli appartenenti di
questa antica comunità altri anni di sopravvivenza.1
Questi
specialisti, Arbëreshë2
e non, si sono interessati di tradizioni religiose, di riti, della
lingua, della cucina e, recentemente, anche del costume di gala che,
grazie alla ricchezza, allo sfarzo e alla difficoltà di realizzazione
dei suoi componenti, diventa un capo di abbigliamento etnico molto
prezioso sotto tutti gli aspetti e, perciò, oggetto di studio.3
L’interesse verso
il costume di gala Llambadhòr4
scaturisce dal fatto che esso dovrebbe rappresentare uno dei simboli
dell’identità etnica e culturale degli Albanesi d’Italia mentre ogni sua
componente racchiude vari significati nei diversi insediamenti albanesi.
Condurre ricerche nel campo della
costumistica etnica significa entrare in un vasto ambito che si estende
dalla storia all’arte sartoriale, dalla tintoria alla semiologia, ecc…
domini, questi, che ingenerano polemiche o sollecitano, per fortuna,
nuovi studi o approfondimenti.
Ma uno degli
interrogativi che viene posto più sovente è se questo costume sia stato
portato in Italia dagli Albanesi o se sia stato prodotto in loco
come naturale frutto di un’evoluzione dovuto al contatto con le
popolazioni italofone vicine e delle innovazioni apportate dalla moda.
5
Partendo dal
costume llambadhòr di Spezzano Albanese, questa ricerca intende
dare un contributo ad una definizione, sicuramente non risolutiva,
dell’abbigliamento di gala degli Arbëreshë, che si presenta molto vario
nelle diverse aree dell’Arbëria, attraverso dati storici, spiegazioni
linguistiche e componimenti poetici e narrazioni .
6
A questo punto
sarà bene fornire una breve introduzione storica sulla presenza della
comunità degli Arbëreshë in Italia le cui vicende, per un certo periodo,
sono strettamente legate a quelle della loro antica madrepatria:
l’Albania.
Nel Medioevo, l’Albania e l’Italia hanno sempre
intrattenuto rapporti, grazie a quel corridoio-canale che è il Mar
Adriatico allora dominato dalla Repubblica di Venezia . In questa bella
città, come anche in altri centri della costa adriatica dalla Dalmazia
ad Otranto, erano presenti delle comunità di albanesi che esercitavano
il commercio oppure si arruolavano nelle milizie stradiote delle varie
signorie o compagnie di ventura.
7
Dopo la battaglia di Kosova, nel 1389,
tutta la parte meridionale della Penisola Balcanica cadde sotto il
dominio dell’Impero ottomano che impose ai vari principi lo status di
vassallaggio. Molte furono le rivolte che gli albanesi condussero contro
i Turchi fino a quando non apparve la figura di Giorgio Castriota
Skanderbeg (1403-1468). Questi, dopo aver unito i vari principi albanesi
sotto la propria guida e aver stipulato trattati di mutuo aiuto con il
Vicereame di Napoli, condusse una strenua lotta contro gli invasori
turchi.
Proprio in base al trattato di Gaeta (1451),
Skanderbeg inviò, anni dopo, un corpo di spedizione di soldati albanesi
per aiutare il Re Alfonso I a combattere contro i francesi. Questi i
furono l’avanguardia di una massiccia presenza albanese che, dopo la
morte di Skanderbeg, a più ondate coinvolse anche la popolazione civile
fino al XVIII sec.
8
Molti profughi
albanesi vennero accolti nelle nuove terre dove svolsero mansioni di
braccianti in casali abbandonati di feudi laici o
ecclesiastici del Meridione mentre altri, i più agiati e colti, si
rifugiarono in centri popolosi dove continuarono ad esercitare il
proprio mestiere di commercianti, artigiani, ecc… .
9
Quindi condizioni di estrema miseria
caratterizzano gli Arbëreshë di allora che, nella nuova patria,
portarono solo le braccia per lavorare ed eventualmente difendersi.
A questo punto
sarebbe vera follia far risalire a quel periodo il Llambadhor
arbëresh che, invece, presenta, almeno nel caso delle aree del Pollino e
della Sila Greca, caratteristiche ottocentesche.
A confortare
questa tesi ci vengono in aiuto anche le carte dotali stipulate dai
notai dal XVI sec. in cui vengono nominati degli Albanesi in cui non
appare alcun elemento riportabile al costume in oggetto.
10
Le donne della
prima metà del XVII sec, in Spezzano Albanese, molto probabilmente
indossavano qualche indumento tipico dell’epoca, cioè la “guarnacca”
o “guarnaccia” ed il “vardacore”, che corrispondono
rispettivamente alla zimarra (lunga sopravveste a maniche larghe) ed al
farsetto (specie di gilet senza maniche), ma che non si accostano
affatto al llambadhòr, né lessicalmente e né come
funzione.
11
Sarà solo dalla
seconda metà del XVII sec. in poi che le condizioni generali di vita
degli Arbëreshë miglioreranno riflettendosi anche sul loro modo di
vestire, per cui nelle carte dotali o in componimenti poetici cominciano
ad apparire descrizioni più dettagliate del costume di gala e termini
arbëreshë ad esso connessi.12
Da un’attenta
lettura delle carte dotali del XVIII sec. appare un elemento nuovo nella
descrizione dei costumi llambadhor, il gallone, un accessorio che
subirà trasformazioni, grazie alla tecnica, nel secolo successivo.
13
Questa finitura
di foggia militare che serviva a rendere più sgargianti le uniformi di
quel periodo fa, dunque, la sua incursione nel campo della moda
influenzando l’abbigliamento femminile.14
Questo nuovo
particolare dato ci induce, quindi, a considerare anche il xhipùn,
il cortissimo corpetto, ricco di larghe gallonature sul dorso, sul petto
e sul giro polso che, se si esclude il vezzo femminile dei ricami dorati
sulle maniche, richiama la stessa tipologia delle uniformi dei reparti
di cavalleria europei prima, durante e dopo il periodo di Napoleone.
15
Oltre che col
gallone, le donne, inoltre, lo abbellivano di finissimi ricami dorati
sulle maniche che richiamavano motivi floreali o astrali. L’effetto era
ottenuto con “speqète e kanotìlje” la cui applicazione richiedeva
pazienza ed abilità in quanto la loro fattura era quasi microscopica.16
L’origine non
arbëresh del termine fa intuire che l’uso di questi materiali applicati
al nostro costume risalga al XIX sec. quando l’incremento degli scambi
fra le comunità arbëreshe ed i grossi centri italiani, soprattutto con
Napoli, sono diventati più intensi.
L’allora capitale
del Regno delle Due Sicilie era punto di riferimento economico,
culturale e morale dei sudditi meridionali che lì si recavano per
studiare, per commerciare, cospirare e conoscere le nuove tendenze della
moda. Questi contatti, diretti o indiretti con Napoli, hanno fatto sì
che molti termini del suo pittoresco dialetto fossero assimilati dagli
albanesi.17
Ritornando al
costume di gala, quindi, si nota che esso era molto elaborato oltre che
ricco nelle stoffe intessute di fili d’oro con seta o lana pettinata (kastòr),
elementi, questi, che lo rendevano molto diverso dal costume ordinario
e quotidiano paqàn.18
Tra gli accessori
che rendono ancora più maestoso e completo il llambadhòr bisogna
citare il velo di tulle, chiamato fllosh, con ricami in oro o
argento, recante spesso il monogramma della proprietaria.19
Ma come si presentava il costume di
gala spezzanese durante tutto il XIX secolo?
Se nei secoli
precedenti si hanno come punti di riferimento solo atti notarili, nel
XIX sec., per fortuna, letterati arbëreshë e viaggiatori del Grand Tour
ci hanno lasciato disegni e descrizioni, più o meno attendibili, che
ora utilizziamo, seguendo un ordine cronologico, per cercare di definire
il llambadhor spezzanese.
Il 24 maggio 1840
giunge in Spezzano Albanese il nobile viaggiatore, scrittore e pittore
inglese Sir Arthur John Strutt che trova il paese in festa per la festa
di S. Maria di Costantinopoli. Dopo aver descritto la rozzezza degli
uomini spezzanesi in una taverna, invitato ad una valla (ridda)
da due premurose fanciulle, egli non può non notare l’evidente
contrasto in quel giorno di festa: “Il costume delle donne
sbalordisce. I capelli sono raccolti in trecce e formano un nodo sulla
nuca all’antica. La camicia ha maniche larghe ed è molto aperta sul
petto. Il vestito, rosso, di un sol pezzo, è sorrettola due elaborate
spalline, ed un corpetto verde chiuso da lacci dorati, indossato o no a
volontà completa l’abbigliamento”.20
Come si può
vedere si è ben lungi dal costume llambadhòr che conosciamo! Può
darsi che Strutt abbia ritratto il costume di gala spezzanese come lo ha
fatto un anonimo pittore, forse nel decennio 1840-’50, per una donna
del luogo di condizione sociale molto agiata.
Un ritratto ad
olio, ben conservato presso la famiglia di Raffaele Fera, riproduce le
fattezze di Caterina Cucci moglie dell’allora sindaco e patriota
Francesco Fera, che indossa un cortissimo corpetto nero, con una stretta
bordatura argentata, su una candida camicetta chiusa con collo alto
ricamato con trina, e la coha llambadhòr verde.
21
Un giovane
ufficiale medico, il ginevrino Horace de Rilliet giunto nel nostro paese
il 10 ottobre 1852, al seguito di Re Ferdinando II di Borbone, ha
lasciato una breve testimonianza dell’abbigliamento indossato dalle
donne: “Finchè una ragazza non è sposata porta i capelli intrecciati
sulla testa e circondati da un nastro bianco; una volta sposata si
aggiusta i capelli con la Chesa che è il diadema della donna sposata. Le
ragazze nubili mettono una tunica sopra la gonnella che esse chiamano
Zoga, ciò ricorda la pretesta dei romani”.22
Andando avanti
con le ricerche si evince che il llambadhòr che noi oggi
conosciamo è venuto a formarsi attorno alla metà del XIX sec., dato che
viene anche sostenuto da due preziose testimonianze dello studioso e
folclorista spezzanese Giuseppe Angelo Nociti.
23
In un suo lungo
poema in lingua italiana della storia di Spezzano Albanese, egli narra
la processione della Madonna delle Grazie, il martedì di Pasqua, momento
in cui si assisteva alla partecipazione corale di tutto il paese.24
Infatti, tutto il
popolo spezzanese, acconciato a festa, segue la processione in cui
sfilano sia le donne albanesi, che sono presenti in gran numero (“Della
folla gentil la più gran parte/ Segue le usanze d’Albania venuste”),
sia quelle che fan bella mostra col costume calabrese o con
l’abbigliamento elegante di moda in quel periodo.
Il Nociti,
comunque, si sofferma a descrivere, con dovizia di particolari, il
costume di gala albanese e le sue componenti rimaste quasi identiche a
quelle di oggi.
A proposito delle
due lunghe gonne (“cohat”), una verde sopra e l’altra rossa
sotto, fittamente pieghettate, scrive:
“Son
increspate dalla cinta al piede/In mille pieghe ugual e strette e fine,/
Ed ampia striscia intesta d’or si vede/ Al basso che le adorna in sul
confine”.
E’ stupenda la
freschezza dei versi che seguono dove la bellezza muliebre sconfina
nell’erotismo grazie allo splendore ed alla delicatezza del
llambadhòr: il candido merletto si fonde armoniosamente con le
spalle e col bianco seno mentre i drappeggi leggeri delle vesti
evidenziano il movimento delle anche e fan sì “Che il pensier vola a
quel che vi s’asconde”.
Essendo giorno di
festa, come consuetudine, le donne spezzanesi cercano di mostrare il
proprio lusso perché: “Ornate d’oro e d’iridèi colori”.
Il Nociti, che è
affascinato dalle belle fanciulle, depreca le vecchie e brutte donne che
si sforzano di apparire leggiadre: “E le splendide vesti e
l’indorate/Gole, e le orecchie carche d’or e perle/Fan brutti ed
esecrabili contrasti/ Con quei visi informi e guasti”.
Allora, come
d’altronde oggi, si faceva sfoggio dell’oro, però più avanti,
descrivendo la maestosità dei preziosi merletti, il poeta sottolinea
che: “Nuda è la gola”.
Particolare
attenzione egli pone, invece, alla descrizione dell’acconciatura che
risulta molto elaborata e ricca di significati, soprattutto quella delle
donne maritate: “Soglion tenere le postreme chiome/ Con bianco nastro
e intrecciate e avvolte/ Quelle che il toro coniugale ha dome”.
Interessante è,
invece, l’uso della kèza che raccoglieva nella nuca le chiome
femminili in ricorrenze particolari: “Oggi ch’è festa poi le han pure
involte/ In serto ornato a cui dàn chesa nome/ Che tra l’ovale e il
quadro è simil molto/ Ad un gran mezzo limon giù capovolto”.
25
La parte
temporale ed occipitale della testa sono libere da nastri ma: “Tutte
in testa o velo o faccioletto/ Han quasi sempre sotto al mento stretto”.
Il Nociuti
prosegue descrivendo i merletti, il velo di tulle, il dorso che
“Piccolo copre ed agile giubbone”, infine i calzari che non sono
rivestiti del tessuto verde della coha llambadhòr verde, ma:
“Due scarpette lucide e corvine/ E talor le calzette appaion fuora”.
Circa il corpetto
(“xhipuni”) sopra citato, la descrizione continua mettendo in
evidenza le strisce di gallone sul dorso ed ai polsi mentre vengono
omessi i ricami sulla lunghezza delle maniche.
Altro
interessante ma breve dato, che ci viene ancora fornito dal poliedrico
Nociti, è contenuto nella “Vall’e Serafinës” (“La ballata di
Serafina”) raccolta e tradotta in italiano dallo stesso il 18 febbraio
1867.26
Il componimento
narra il mal d’amore patito dal giovane Gjergj che viene guarito, non
dalle cure materne o mediche, ma dalle grazie della giovane e leggiadra
Serafina che opera la magia d’amore grazie ad un particolare
llambadhòr:
“Tiladàmie lhignyn vû
vû suttanyn scarlatine;
zòhhyn vû stametti-fin”.27
Dalla traduzione
operata dall’autore si evince che le due sottane sono quasi dello stesso
colore, cioè non compare il colore verde. Ciò potrebbe significare che
per la realizzazione del costume di gala non esisteva uno stereotipo a
cui riferirsi ma si affidava la scelta dei colori e delle fogge al gusto
ed al libero arbitrio di chi lo confezionava o lo commissionava agli
artigiani.
A conforto di
questa tesi ci viene in aiuto un breve ma notevole contributo della
studiosa e viaggiatrice anticonformista Caterina Pigorini, in visita nel
nostro paese nella torrida estate del 1872 su invito del col. Antonio
Nociti (1830-1879).
Circa il costume
ordinario scrive: “Nuvoli di donne senza busto né pettine secondo il
loro costume, con un giubbetto senza maniche, il riccio (merletto)
aperto a cuore sul seno ricadente e velato da semplice camicia; …”.
28
La scrittrice si
addentra per le strade polverose del paese suscitando la curiosità di
tutti. Alcune donne la invitano ad entrare nella loro abitazione e le
raccontano che sono sole perché hanno i mariti emigrati in America. Le
due povere donne aprono un baule e le mettono in mostra due gonne
llambadhòr di cui una di raso verde con un xhipùn dello
stesso colore.
29
Il corpetto di
gala spezzanese non è verde ma bensì di colore nero o blu cielo!
Un’ultima
testimonianza del costume di gala, di cui è vestita una matura
locandiera del paese che lo accoglie “in sfarzoso costume”, ci
viene offerto dallo scrittore e viaggiatore inglese Norman Douglas,
giunto in Spezzano Albanese nel luglio del 1911.
30
Giunti quasi alla
conclusione di questa ricerca, che vorrei si arricchisse di ulteriori
contributi, è mia opinione che il Llambadhòr dei paesi arbëreshë
non sia stato portato dai poveri profughi albanesi nella terra che li
ospitava, ma che sia la lontana reminiscenza di un costume non elaborato
andato perso e di cui è rimasto il ricordo solo in qualche relitto
linguistico (linja, coha, skamandìlj,…). Costume che forse
essi hanno tentato di riprodurre, che si è evoluto secondo le influenze
dei paesi italofoni vicini ed i dettami della moda che allora
provenivano da Napoli. Prova di ciò sono i calabresismi, napoletanismi,
gli spagnolismi ed i francesismi che designano alcune componenti del
costume e che quasi abbondano rispetto alla terminologia arbëreshe.31
In quali
importanti occasioni del passato le donne di Spezzano Albanese hanno
indossato il costume di gala?
Dalla “Platea”
(1860) del Nociti, il 1 settembre 1860, Garibaldi viene accolto nella
nostra cittadina dalle donne spezzanesi e degli paesi arbëreshë in
costume di gala.
Nel 1881 il Re
Umberto I, di passaggio per lo Scalo, potè ammirare una lunga fila di
donne in llambadhòr organizzate dal Maggiore Vincenzo Luci.
Lo stesso accade
nel 1939 quando Mussolini, in viaggio nel Meridione, passò velocemente
per lo scalo spezzanese.
Nel 1937, in
occasione del matrimonio dell’autoproclamato Re Zogu d’Albania, una
delegazione di donne arbëreshe, organizzate da un certo Francesco
Chinigò, si recò a Tirana, fra queste una coppia di spezzanesi.
Nel 1946 il
principe ereditario Umberto II, in viaggio elettorale nel Meridione, fu
accolto da alcune signore della borghesia locale nel tradizionale
costume di gala.
Mentre prima il
costume di gala veniva indossato solo nelle ricorrenze solenni, oggi il
llambadhòr, almeno in Spezzano Albanese, fa qualche rarissima
apparizione a Carnevale, come se fosse l’abbigliamento di una maschera e
non il simbolo di un popolo che ha un passato ricco di storia, di
cultura e di dignità nazionale.

Note
1
Vedi legge di tutela n° 482/99.
2
Termine che designa gli Albanesi presenti nel Mezzogiorno d’Italia
dalla metà del XV sec.
3
Nel dicembre 1989 la Pro loco di Spezzano Albanese ha tenuto una
mostra del costume con conferenza che ha dato avvio alla
manifestazione “Miss Ragazza Arbëreshe” che vede sfilare giovani
donne provenienti da tutta l’Arbëria nei propri costumi
tradizionali. Per quanto concerne le pubblicazioni si rimanda alla
lettura di : P. De Marco-I. Elmo “Costumi degli Albanesi
d’Italia”, Stab. Tip. MIT, Cosenza, 1990; I. Elmo-E. Kruta (A
cura di )“Gli ori ed i costumi degli Albanesi”, Editrice “Il
Coscile”, Castrovillari, 1995. I curatori, che si sono avvalsi dei
contributi di studiosi e cultori arbëreshë, definiscono in parte la
genealogia e lo sviluppo del costume llambadhòr. Il mio
contributo, a cui rimando i lettori, si trova nel vol. II, pagg.
353-356. Altri contributi si possono consultare presso la rivista “Katundi
Ynë” del circolo culturale “G.Placco”di Civita e del
bollettino Uri del Bashkim Kulturor Arbëresh di Spezzano
Albanese .
4
Il termine arbëresh Llambadhòr dovrebbe provenire,
probabilmente, dal napoletano “lampa d’oro” cioè “lampo,
riflesso d’oro” per evidenziare il suo splendore.
5
Le circa 50 comunità arbëreshe del Meridione d’Italia si estendono
dalla provincia di Pescara a quella di Palermo. Quelle più numerose
sono presenti nella provincia di Cosenza che ne annovera ben 34.
6
La ricerca è stata condotta sfruttando i contributi di internet
nonché dati inediti di proprietà della Biblioteca “G. A. Nociti”
del Bashkim Kulturor Arbëresh di Spezzano Albanese (Cs).
7
A Venezia ancora oggi c’è la Calle de li Albanesi. Nel XV
sec. era attiva la Scuola degli Albanesi che ebbe per alunno,
e decoratore, il pittore arbëresh Carpaccio. Casanova nelle sue
Memorie, invece, parla di un presidio di mercenari albanesi
nell’isola di S. Giorgio.
Circa gli stradioti bisogna dire che
nel tardo Medioevo si distingueva Mercurio Bua, mentre durante le
guerre di predominio fra Francia e Spagna in Italia gli stradioti si
battevano per l’una e l’altra bandiera.
8 D. Emmanuele:
Arberia- Storia-cultura-folklore”, Grafica Pollino,
Castrovillari, 1988.
9 Se si leggono
attentamente le Capitolazioni stipulate fra gli Albanesi ed i
loro feudatari appare evidente che i rappresentanti dei profughi
sono solo dei braccianti.
10 I notai erano: Jacopo
Antonio de Amato, Sarno Cassiano, F.A. Bianchimani, G.T. Cinicola,
Baratta, Spingola Mastorni, ecc…
11 Il 10 agosto 1654
spirò Isabella Molfa, di 18 anni, che lasciò il proprio “vardacore”.
Pochi giorni dopo, il 19 agosto 1654, Lucrezia Scura, 34 anni
morì “et fece test. et lasciando per lanima sua una guarnacia et
uno lenzoli per tanti messi”.
12 cfr. I.Elmo-e.Kruta,
op. cit., vol. I, pag. 26 e segg.
13 Ibidem, pag. 29.
14 Il gallone della
prima metà del sec. XVIII era una semplice stoffa dorata che veniva
applicata sui revers delle uniformi militari.
15 Questi reparti di
cavalleria (ussari, ulani e dragoni) indossavano un corpetto corto e
stretto chiamato dolman e sulla spalla sinistra, non
indossato ma tenuto fermo con un cordoncino dorato, la
sgargiantissima, elegante e pesante pelisse. Entrambi i capi
d’abbigliamento erano ricchi di rifiniture e larghi galloni dorati
simili a quelli del nostro xhipùn. Per maggiori
approfondimenti consultare la raccolta: Eserciti e battaglie –
Uomini in uniforme, Edizioni del Prado, Madrid, 1999, n. 14, 63,
71.
16 Speqèt <
specchietto cioè paillette che corrisponde al lustrino,
materiale luccicante usato nell’abbigliamento delle ballerine dei
café-chantants parigini della metà del XIX sec. Kanotilje in
spagn. canutiglia, in fr. cannetille, in antico it.
cannutiglio. Il termine, chiaramente non albanese, designa il
“cannellino di vetro colorato per ornare
capelli e vestiti”.
17
Bisogna ricordare che molti albanesi furono arrestati dopo il
tentato regicidio compiuto da Agesilao Milano l’8 dicembre 1856! In
Spezzano Albanese, inoltre, furono dei napoletani ad aprire il
primo caffè e a confezionare i gelati agli inizi del XIX sec.
18 Il termine paqàn
deriva dal nap. pacchiano/a cioè contadino/a.
19 Nella pubblicazione
citata di I. Elmo ed E. Kruta, vol. II, pag. 355, erroneamente
faccio risalire il termine fllosh al fr. floche de soie,
mentre esso deriva dal napoletano floscio o filloscio che
indica appunto il velo ( e la frittata).
20 A. J. Strutt:
Calabria Siciliia 1840, Edizioni Scientifiche Italiane, 1970,
pag. 130.
21
Circa il termine còha, si consulti I.Elmo-E.Kruta, op. cit.,
vol. II. pag. 355.
22
Horace de Rilliet: “Colonna mobile in Calabria nell’anno 1852”,
Ed. Brenner, 1962, pagg. 66-67.Il Rilliet fa evidente riferimento
alla kèza ed alla còha. Circa la tunica, intendeva
forse riferirsi al pàni, grande scialle rettangolare di
stoffa llambadhòr rossa bordata di gallone indossato per
ricorrenze particolari?
23
G. A. Nociti (1832-1899), profondo conoscitore del latino fa
derivare il termine coha da toga e il corto grembiule
vandizìn da antesinum.
24
Si tratta della “Poetica descrizione di Spezzano Albanese”,
terminato il 1 gennaio 1855. Copia di questo ms. inedito si trova
nella Biblioteca “G.A.Nociti” del Bashkim Kulturor Arbëresh
di Spezzano Albanese. Si spera di pubblicare degnamente questo
prezioso documento.
25
Sul probabile significato di questo termine v. I.Elmo-E.Kruta, op.
cit., vol. II. pagg. 355-356. P. e Marco-I. Elmo, op. cit., pag. 12,
fanno risalire la keza da un probabile χαίση. La kèza era il
simbolo della verginità. In Spezzano Albanese se si voleva lanciare
una maledizione ad una fanciulla si diceva: “Mos vëfsh mai kezë!”
(“Possa tu non mettere mai il diadema nuziale!”). La
keza sembrerebbe una miniaturizzazione dei copricapo
femminili popolari.
26
La ballata porta la stessa data di altri due componimenti della
tradizione orale spezzanese, inviati dal Nociti al papàs Demetrio
Camarda, che sono “Valla e Garentinës” e “Valla e
Engjëllinës”. Il Camarda, a mio avviso, non inserì la “Valla
e Serafinës” nella propria famosa opera, per due motivi: o per
il suo contenuto erotico, o perché ritenuta da lui non popolare in
quanto composta di sana pianta dal creativo e bizzarro Nociti.
27
Si è lasciata la trascrizione originale per gli studiosi. La
traduzione dell’autore è:“Di lini ornò finissimi/ L’eburneo
collo, il seno/ Poi di scarlatto vivido/ Cinse sottana, e snella/
Purpurea gonna serica/ Impose sopra a quella”. Si evince,
dunque, che le due sottane sono quasi dello stesso colore, cioè non
compare la còha verde. Il lino viene definito “tiladamje”
cioè “tela di dama”.
28
Caterina Pigorini-Beri:”In Calabria - Il Vallone di Rovito – Gli
Albanesi – Sila – Stregoneria – Fra i due mari – Dal Ionio al
Tirreno”, Arnaldo Forni Editore, Torino, 1892, pag. 32.
29
cfr. ibidem, pagg. 42 e 43.
30
cfr. Norman Douglas: “Vecchia Calabria”, Ed. Martelli,
Milano, 1962, cap. XXII, pagg. 258-259.
31 Ripetendo, il termine
fllosh deriva dal nap. filloscio; kanotilje
dallo spagn. canotilla “tubetto”; bërllok dall’antico
fr. breloque; il pendente pitindif o pindintif
dal francese moderno pendentif “ciondolo”, attestato in
quella lingua solo nel 1904. Un vasto e documentato elenco dei
termini dell’abbigliamento di gala si trova in I. Elmo-E. Kruta, III
vol., pag. 704.