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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

I PENSIERI DI FRONZINO

Quando la poesia nasce dal cuore, non c’è differenza di autore. Un sonetto di Dante vale quanto uno di Foscolo. Un verso di Pavese ne vale uno di Fronzino. Quando il poeta si affida alla sua musa ispiratrice, i versi diventano il mezzo di comunicazione privilegiato dello spirito. Il livello poetico non si misura col metro scolastico o tecnico, se non addirittura tecnicistico, ma con la capacità di trasmettere sensazioni condivise, di estrapolare dall’evento autobiografico l’afflato che rende universale il proprio particolare.

A Spezzano Albanese è nato un poeta. O, per meglio dire, Spezzano Albanese scopre di avere un poeta. Si, perché è da un quarto di secolo che Giovanni Fronzino affida alla poesia i suoi “Pensieri” più intimi e segreti. Per averne la convinzione, basta dare uno sguardo al suo primo lavoro appena edito intitolato appunto, “Pensieri”. Si tratta di una quarantina di liriche sublimate in chiusura da una ventina di “Pensieri ad alta voce” che, ad una prima lettura ti lasciano sorpreso, forse anche turbato, nel tentativo di individuare nell’autore qual’è il suo senso della vita e della morte, dell’amicizia, dell’amore, della gioia e del dolore; del dolore di vivere e di morire. Tanto, comunque molto, appare più chiaro quando si individuano i numi tutelari da cui il nostro trae il lievito che poi pervade la sua poesia: Margherite Yourcenar, Mario Luzi, Cesare Pavese, Gabriel Garcìa Màrquez, Nazim Hikmet.

Certamente in questa poesia si scorge una poetica della vita basata sul dolore e sul disincanto; sulla consapevolezza che la felicità fine a se stessa non è di questo mondo, anzi essa risiede nella precarietà e nel sottile gioco d’equilibrio fra la voglia e la paura di vivere e la voglia e la paura di morire.

Accanto ad un primo gruppo di liriche nelle quali aleggia una fortissima aura di morte e in cui l’autore sembra affondare nella disperato quanto inutile tentativo di sfuggire l’atroce destino che si compie con l’atto estremo, cercato, voluto o semplicemente subito, seguono “Dieci poesie d’amore”. Ma si tratta di amore sofferto, sognato, dolorante, fintanto che si affida al vento per conoscerne la natura.

Ed è proprio in questo pessimismo di fondo la forza di questa poesia che fa tremare i luoghi comuni, che scardina comode certezze e insinua dubbi esistenziali, che dà forma ad umane paure e aggiunge nuovo valore alla quotidianità. Per l’autore, come egli stesso dichiara in prefazione, si tratta di una “maieusi terapeutica”. Una rinascita,

crediamo, operata mediante una catarsi poetica che, nel mentre scava nell’”Io” più profondo e segreto che è in ognuno di noi, trova nuova linfa e nuovo slancio vitale proprio nella voglia di superare «il tempo che fugge disperatamente», avendo la consapevolezza che «al di la delle case c’è il mare».

Se questo è il livello poetico di un esordiente, sicuramente nuove perle si materializzeranno dalla penna di Giovanni Fronzino. La sua maturazione tutta in fieri avrà modo e tempo di regalarci altri momenti di intenso lirismo che ci permetteranno di discorrere con noi stessi sulle sue e nostre paure, sulle sue e nostre frustrazioni, sulle sue e nostre speranze. Oggi affidiamoci al suo amore «... ho amato i tuoi occhi… / ho amato i tuoi pensieri / le tue parole / il sorriso della tua bocca. / Ho amato il tuo essere / che invadeva il mio essere. / Ti ho amata / e con te ho perpetuato la vita».

Raffaele Fera

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