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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Spezzano Albanese e dintorni agli occhi di un viaggiatore nel 1931

(di Francesco Marchianò e Cosimo Casulli)

Il nostro paese, grazie alla Via Nazionale, è sempre stato meta di viaggiatori stranieri ed italiani, dal sec. XVI al XX, i quali o vi sono transitati oppure si sono fermati per alcuni giorni.

Mentre del sec. XIX abbiamo un serie di testimonianze, anche illustri, del secolo scorso, invece, abbiamo scarne notizie oltre alla visita di poche ore effettuata nel luglio del 1911 da Normann Douglas, poi c’è il vuoto assoluto.

Durante la catalogazione di un consistente numero di libri, alcuni molto rari e preziosi per la nostra comunità, donatici dal dott. Ferdinando Cassiani, al quale vanno i nostri più cordiali ringraziamenti, abbiamo scoperto una nota di viaggio riguardante Spezzano Albanese durante la festa della Madonna delle Grazie nel 1931.

L’autore è il forlivese p. Tommaso Nediani mentre il libro reca il titolo di “Dall’itinerarium italicum – Note di viaggio per il Bel Paese” (Libreria Emiliana Editrice, Venezia, 1932).

Padre Nediani era un noto predicatore chiamato dall’arciprete d. Ciccio Gullo per tenere il tradizionale e tanto atteso panegirico della vigilia della festa patronale. Egli veniva dalla Romagna, una terra ricca di fermenti politici dove il clero era fortemente impegnato per l’emancipazione della classe operaia con la fondazione delle “leghe bianche” che, dopo essersi schierate contro quelle “rosse”, si opposero anche al fascismo.

Zoti Gullo, sensibile alle sofferenze subite dai contadini e piccoli proprietari reduci della Grande Guerra e fondatore della locale Cassa Rurale ed Artigiana, molto probabilmente invitò p. Nediani nel nostro paese forse per l’affinità ideologica che li legava.

Dalle ricerche condotte attraverso i mezzi informatici non abbiamo potuto trarre notizie biografiche su p. Nediani mentre molti risultano i lavori di questo predicatore amante della teologia, della politica, dei viaggi e, soprattutto, dell’arte.

Alla maniera dello Stoppani, anche p. Nediani ha viaggiato per tutta l’Italia, sia per la sua passione per l’arte sia per la sua professione di predicatore, scrivendo le proprie impressioni di viaggio.

Nel libro citato, nel capitolo “In pellegrinaggio per la Magna Grecia – Una colonia albanese: Spezzano”, il predicatore parla del nostro paese e dei dintorni, Sibari e Thurio in particolare, offrendoci una descrizione inedita dei comportamenti e dei luoghi.

Lasciamo parlare l’autore che dopo aver lasciato Paola in auto:

“Dopo tre ore di questo pellegrinaggio eccoci finalmente a Spezzano Albanese dove mi fermo.

Il paese è tutto luminoso e ardente per i falò festivi della Madonna delle Grazie, di cui domani cade la festa, e laggiù l Santuario, la Chiesa tutta rilucente di lumi, di fiori, profumata d’incenso, accoglie sul trono la Madonnina che rivelò nel 1400 ad un fanciullo albanese che diceva l’ave per scongiurare una torma di briganti che infestavano questi monti.

Spezzano è colonia di Albanesi, che qui si rifugiarono, dopo la morte del loro eroe G. Schanderbergh [sic!], fuggenti l’ira del turco, e qui ha piantato le tende e da cinque secoli vive quassù nell’operoso lavoro de’ campi, conservando la lingua, le tradizioni, in vestir meno, perché le donne al loro meraviglioso abito albanese, tutto in ricami e sete, preferiscono oggi il volgare figurino moderno, che fa della donna un fungo parassitario o un trampoliere traballante sul selciato di queste vie che sembrano fatte apposta per rompersi il collo.

Spezzano ha sette fonti di acqua-medicinale (minerale) che solo oggi cominciano a farsi apprezzare, e a chiamare gente da vicino e da lontano.

Chiuso fra il scenario de’ monti Calabri e il mare Ionio che azzurreggia al piano, è paese rurale eminentemente produttivo, floridissimo; ciascuno ha la sua casa e il suo campiello, non ha teatri o cinema, e si gode solo la sua Chiesa e le sagre che celebra con ardore appassionato, e con piena e perfetta letizia, rumorosamente, amante come tutti i popoli orientali de’ fuochi d’artifizio, di spari, di musiche e dell’eloquenza panigirica forte e a colori vivaci.

Il popolo di Spezzano ha innalzato alla Vergine un bel tempio, pieno fin troppo, di marmo, senza però gusto estetico negli altari, ma spazioso  e pulito, dove oggi è festa e la Madonnina si appresta sul trono d’oro a girare per tutto il paese a suon di banda, ricevendo l’omaggio monetario, di tutti i suoi figli che appendono alla Statua le carte da 50 e da 100 lire che si devolvono alla manutenzione della Chiesa e alle spese della festa, nonostante che la Madonna abbia a destra e a manca del Santuario due poderi, che di questi giorni sono lavorati per turno dai devoti uno all’anno gratuitamente.

In Chiesa, funzioni magnifiche, sfarzo di addobbi e di lumi, musica venuta da Cosenza!

C’è un tal brusìo in Chiesa, un tal bailamme che la mia pur robusta voce non sente, e “lu panegiricu” tanto aspettato non incontra la soddisfazione generale, perché taglio corto e finisco presto.

Qui debbono ancora imparare a tacere in Chiesa se vogliono sentire il predicatore. Mi rifaccio fortunatamente la fama nelle sere del novenario, dove ho ottenuto con metodi romagnoli, il più severo e assoluto silenzio che a memoria d’uomo si ricordi a Spezzano.

Ed il popolo spezzanese ospitale, generoso, pio, mi segue così fedelmente, che per la predica ora lasciano tutto, e ci vengono come ad una festa, tutti, dagli intellettuali ai contadini, in una gara commovente di fede e di generosità albanese.

Sono coadiuvato dallo zelante nuovo Arciprete prof. D. Gullo, il quale è da pochi mesi in funzione diArciprete, ed ha dovuto subire lotte vivaci quassù, che ha vinto ormai, perdonando ed operando”.

Ma lo sguardo attento del predicatore, nei momenti di libertà e meditazione nella splendida cornice del Santuario, spazia nella prospiciente pianura solcata dall’Esaro, dal Coscile e dal Crati e lambita dal Mar Jonio che non possono non suscitargli reminiscenze classiche che lo riportano ai fasti di Sibari e di Thurio.

Dopo una dottissima dissertazione su queste due città sepolte nella Piana di Sibari (“I molli costumi di Sibari” e “Dove è la necropoli sibaritide?”) p. Nediani nel paragrafo “Gli scavi archeologici” si sofferma sull’ubicazione di Sibari condividendo l’affermazione del prof. Galli che l’antica città sia da ricercare sulle colline poste a poca distanza dal paese.

A tal proposito scrive il Nediani:

“Già due volte si tentarono degli scavi nel 1879 dal Cavallari e nel 1888 dal Viola di Taranto, ma entrambi le volte riuscirono infruttuose le ricerche, perché a detta dello stesso Galli, entrambi gli archeologi persistettero nell’idea, desunta da notizie letterarie, che Sibari dovesse estendersi al piano in riva al mare; al Crati da una parte e al Coscile (Sybaris) dall’altra.

Ma il Galli opina ora più giustamente, che dovesse essere in posizione elevata e gli pare di riscontrare le prime avvisaglie archeologiche nella regione Polinara, dove ha trovato sepolcreti di epoca tarda romana costruiti con embrici alla cappuccina, contenenti qualche rozzo vaso privo di decorazioni.

Spostato il campo delle ricerche più a Nord in regione Scalaretto, sulle gobbe del terreno che finiscono verso la destra sponda del Coscile, avrebbe un pastore trovato una magnifica testa di Dionjsios marmorea, che accusa tutta la formosità e virtuosità dell’antica arte ellenica.

Alla grotta del Malconsiglio di proprietà di Lupinacci, una estesa costruzione romana di trecento metri quadrati, (una mansio forse?), con magazzeni di deposito correa e un torcular o frantoio, e di più monete, pezzi di stoviglie aretine con massi parallelepipedi e mattonelle a spina di pesce, una delle quali riposa ora qui sul mio scrittoio […]”.

Il predicatore, che tradisce la propria passione per l’arte, si augura che le intuizioni del Galli siano giuste.

Noi posteri possiamo ben dire che la campagna di scavi condotta nel 1988 dalla Sovrintendenza di Sibari in località Torre Mordillo ha portato alla luce i resti un abitato protostorico, una necropoli greco-romana ma anche una doppia cinta muraria a protezione di un centro molto grande.

Pur non conoscendo le vicende umane di p. Tommaso Nediani, dalla sua scrittura delicata emerge una figura di religioso e attento osservatore molto fine e colto che rimase colpito dalla “rumorosa” ospitalità spezzanese poiché nella dedica al libro chiede all’amico arciprete d. Ciccio “di reinvitarlo”, preghiera che ignoriamo se il nostro Zot esaudì invitandolo a tenere il panegirico dell’anno seguente.

 

Bibliografia ed approfondimenti

P. Tommaso Nediani è stato autore dei seguenti testi:

-         La mistica agostiniana di Cascia: S. Rita” - con prefazione di P. Semeria ed illustrazioni dentro e fuori testo del Prof. G. Ugonia, Faenza, Stabil. Fratelli Lega, 1931;

-         “Ravenna Felix” – con prefazione di I. Ioergensen, Firenze – Libreria Editrice Fiorentina, s.d.

-         “La collana senza filo – Note di un viandante”,  Milano, S. Lega Eucaristica, s.d.;

-         “Dalla tribuna all’altare – conferenze- panegirici- discorsi”, presso l’Edit. Cav. Pietro Lisi – Giarre (Catania);

In preparazione:

-         “Dall’«Itinerarium Italicum- Note di viaggio per il bel paese» II vol.

Siti internet consultati:

www. guaraldi.it

www.ilpontevecchio.com

www.delfo.forli-cesena.it

www.mereaba.org

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