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LO “SHTJERRI” FRA TRADIZIONE E FOLKLORE

La cultura arbëreshe, a dispetto dell’omologazione perpetrata dai mass media, sopravvive nei paesi albanofoni anche perché è saldamente ancorata alle proprie tradizioni la cui periodica celebrazione assume il valore del rito e del ritrovamento di quelle radici, mai completamente recise, con un mitico passato che sa di epos greco.

Il prossimo 12 febbraio, martedì di carnevale, si svolge la tradizionale gara cavalleresca dello «Shtjerri» (l’agnello). Il torneo consiste nell’appendere a testa in giù, al centro di una fune legata fra i balconi di due case di fronte, un agnello appena ucciso, con un anello del diametro di pochi centimetri fissato al naso. Una serie di cavalieri in costume, a cavallo di destrieri anch’essi addobbati per l’occasione con sonagli, nastrini e fiocchi colorati alla criniera e alla coda, a turno e al galoppo sostenuto, devono cercare di infilare lo spiedo di cui sono muniti, che tradizionalmente si utilizzava per infilzare la carne da arrostire alla brace, nell’anello sistemato al naso della carcassa dell’agnello che penzola al centro della strada.

In tempi storici, il cavaliere dedicava la vittoria alla sua fidanzata che assisteva dal balcone all’impresa cavalleresca del suo spasimante. Questi terminava la sua corsa proprio sotto quel balcone, lanciando all’innamorata confetti e baci, fra scroscianti applausi.

L’impresa, considerato che il cavallo corre al galoppo, è tutt’altro che facile. Infatti, occorrono numerosi tentativi, prima che il più bravo o il più fortunato riesca ad infilare l’anello, facendo anche in modo che lo spiedo vi resti appeso. Le varie tifoserie ai lati della strada incitano i propri beniamini, forse anche nella speranza di essere invitati alla cena che di lì a poco sarà effettuata con le carni dell’agnello, dal gruppo di amici che fa capo all’abile cavaliere.

Questo torneo cavalleresco che si era interrotto alla fine degli anni cinquanta per via della drastica diminuzione di cavalli, è tornato in auge grazie all’associazione amatori cavalli “Il Destriero”. Ora non vengono più utilizzati i cavalli con i quali gli agricoltori accudivano ai campi, ma solo animali allevati per gare e competizioni sportive. L’attuale presidente dell’associazione Ferdinando Cucci, nel sottolineare che si tratta di un torneo unico nel suo genere, che comunque non ha nulla di cruento, ci ricorda come di questa singolare manifestazione ne parlino diversi storici locali fra cui il Serra. La stessa Maria Zanoni nel suo “Riti e Miti”, lo inquadra fra quei “riti propiziatori di purificazione ed espulsione delle forze malefiche di origine pagana”. Per un altro nostro cultore di storia locale, Giuseppe Acquafredda, la manifestazione non ha nulla a che vedere con la storia degli arbëresh e fa risalire tale giostra dell’agnello ad analoghi tornei che si celebravano nel regno di Napoli, di cui si ha notizia fin dal 1647, in tempi in cui ogni festeggiamento in onore dei regnanti era «occasione per giostre, giuochi “di lance all’anello” e grandi tavolate» (Nino Leone: “Napoli ai tempi di Masaniello” pag. 260).

                                                                                                       Rraffaele Fera.

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