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Gli Arbëreshë della Calabria - SPEZZANO ALBANESE
 

LA PITTURA D’AVANGUARDIA DI CHIMENTI NELLA PERSONALE  DELLO «STUDIO D’ARS» DI MILANO

Il destino dei grandi – è risaputo – è spesso quello di  passare inosservati ai più e in particolar modo a coloro i quali, quando in vita ne avrebbero potuto approfittare per attingere a piene mani ad una fonte genuina e salutare di cultura, di arte, di umanità, ebbero, invece, per quella persona che giudicavano soltanto “diversa”, nel migliore dei casi una sorta di congenita idiosincrasia, forse perché nel subconscio percepivano la differenza abissale e non facevano altro che mettere in atto un istintivo meccanismo di bassa autodifesa basato sull’alterigia e la boria tipica dei saccenti che temono di perdere nel confronto, quella superiorità costruita sulla mediocrità di cui si circondano.

Ma i grandi, proprio perché volano alto, non si accorgono del ronzio dei moscerini che annaspano nella palude stigia e demandano ai posteri il recupero della memoria attraverso un mea culpa generazionale teso a riparare le colpe dei padri. In questo senso, il destino dei grandi è quello di incidere nel futuro dell’umanità. Essi lavorano per quel che saremo.

I grandi che sono tra noi spesso non sono le persone dai comportamenti esteriori più eccentrici, perché per emergere non usano il linguaggio corporeo che più si addice alle specie che non occupano i gradini più alti della scala evolutiva, ma usano il solo mezzo che fa la differenza: l’intelletto. In questo senso riconoscere i tratti della grandezza in Pino Chimenti potrebbe riuscire difficoltoso alla stragrande maggioranza delle persone che quotidianamente, per i motivi più disparati, hanno l’avventura di relazionarsi con l’artista nato a Spezzano Albanese e che la critica mondiale ha ormai saldamente posizionato ai vertici della pittura europea e mondiale.

Ma bastano pochi minuti di conversazione per scoprire il gigante culturale, oltre che artistico che si ha di fronte. Lo si scopre subito perché subito l’angoscia di stare dietro il suo linguaggio spontaneo e nel contempo dotto di una cultura che senti penetrare nelle ossa, che ti mette in crisi profonda, che ti fa sentire piccolo piccolo, ma che ti permette di crescere, di apprendere, di scoprire un mondo e una realtà fantastica, quella sua, che emana la sua arte, come la pelle del contadino trasuda il proprio essere dai pori dilatati dalla fatica e dal sole.

Abbiamo il privilegio noi spezzanesi di poterci definire concittadini di Pino Chimenti, di un artista che a cinquant’anni di età, ha già dato un contributo personalissimo alla pittura del nostro tempo, segnandone in maniera indelebile lo sviluppo ed i percorsi futuri di questa arte forse la più naturalmente connaturata con lo spirito umano, che ci accompagna dalle caverne del paleolitico.

Il prossimo 12 novembre (chiusura il 25), allo “Studio D’Ars” di Milano si inaugura la personale di Pino Chimenti dal titolo «Cartigli Canditi. Una Wunderkammer», con testo di presentazione in catalogo di Tommaso Trini (catalogo edizioni D’ars, Milano).

Pino Chimenti, artista  già consacrato dalla critica internazionale vive immerso nella sua visione onirica di un’arte che egli stesso definisce come «cartigli ermetici», per meglio stigmatizzare lo spirito del tempo in cui vive. Anche Trini nella sua presentazione afferma che «La convitata d’onore dei tornei che affollano le isole antropomorfe di Chimenti è con evidenza la Metafisica italiana». Il noto critico, chiedendosi chi è l’avversario diretto di questo «raffinato artista calabrese, campione bizantino di fantasmagorie», lo trova nell’arte «altrettanto grafica e immaginifica» dell’americano Saul Steinberg, decretando alfine un «pari e patta fra il più avanzato Chimenti e  il più virtuoso Steinberg».

L’arte di Chimenti, caratterizzatasi nella seconda metà degli anni settanta con una pittura astratto/fantastica (ciclo Fabule mitopoietiche), evolve successivamente, pur mantenendo una forte componente mitica, onirica ed ironica, verso una pittura più raffinata e più simbolica (ciclo Entelechie immaginifiche) che si protrae fino agli anni novanta. Attraverso la sua straordinaria ricerca inventiva, fantastica  e fabulatrice, «prosegue – secondo il Dorfles – nell’invenzione costante di piccoli miti personali, di strane leggende». Nel recente ciclo «Cartigli ermetici», secondo il Trini «canditi dalla nostra sorpresa», attraverso lo sviluppo di una particolare tecnica pittorica e l’ambiguità percettiva delle forme astratto/simboliche costituenti il quadro, evolve il suo linguaggio espressivo tra mito, realtà e mistero. Tale ciclo stigmatizza il concetto di cartiglio in senso metalinguistico, ovvero di opera che si chiude e che si apre a seconda delle capacità del fruitore di compenetrare l’opera che ha davanti. Questo non significa necessariamente che chi non ha i codici non riesce a decriptare l’opera perché esiste un altro modo di seguire il labirinto poetico dell’artista: l’emozione estatica. È ovvio che ciò che si coglie nel primo caso non si coglie nell’altro che è più diretto e meno mediato. Altro aspetto importante di questo terzo ciclo pittorico è la concezione ermetica dell’opera che è non solo aspetto criptico, ma anche e soprattutto legato al concetto di comunicazione. In definitiva, l’artista tende  a stimolare attraverso le sue immagini la fantasia del fruitore, affinché si renda conto dell’incapacità dell’uomo di oggi di comunicare.

Tale procedimento concettuale è suffragato dalla miriade di forme, morfemi e simboli che si rifanno alla memoria storica dell’immaginario collettivo. «Nell’arcipelago dei dipinti di  Pino Chimenti,  - scrive ancora il Trini – fra gli atolli archeo(il)logici, lungo le isole piene zeppe di miraggi labirintici, scorrono mari di giocosità, anzi barriere coralline con anfratti ludici (…). Ogni isola è un carico di oggetti nel tempo. Ogni carico è un paesaggio con foreste di oggetti (…) per avanzare nelle sue isole lussureggianti poste al Tropico delle farfalle, conviene scrutarle con impazienza. Esse somigliano non ai puzzle da ricomporre, bensì alle sfere dei mappamondi da girare e rigirare».

Raffaele Fera.

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