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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA presenta
Gli Arbëreshë della Calabria - SPEZZANO ALBANESE
 

Tradizioni arbëreshe a S. Lorenzo del Vallo

(di Francesco Marchianò)

Quando nel nostro altipiano sul finire del XV sec. giunsero gli Albanesi, un gruppo si stanziò nel Casale de Spizano ripopolandolo, mentre un altro, più consistente, proseguì stabilendosi nel “Casale de Sanctu Laurenctu” dove da secoli esistevano un nucleo ed una struttura urbani ben consolidati.

Gli Albanesi di questo casale, che registrava anche una notevole presenza di calabresi, stabilirono dimora in un quartiere, prospiciente alle falde settentrionali del colle di Serralta, dove edificarono la chiesa di S. Nicola per celebrare le proprie funzioni secondo il rito bizantino, professione di fede che praticarono ben oltre la soppressione violenta del rito avvenuta nella vicina Spizano nel 1668.

Ciò si spiega anche con il fatto che i sallorenzani, dal 1521 circa, ricadevano sotto la  giurisdizione feudale dei Marchesi Pescara di Saracena i cui confini più estremi coincidevano proprio con l’ attuale variante viaria che dall’ Agip, passando per l’ex- cappella di S. Domenico (oggi Despar), finisce al cancello di Villa Cassiani.

La presenza degli Albanesi in S. Lorenzo terminò quando il Marchese Marcello Pescara, attorno al 1572, imponendo  esose gabelle a tutti i sudditi, determinò la loro fuga  verso  la vicina Spizano, allora sottoposta ai Principi Sanseverino di Bisignano.

Della presenza arbëreshe  in S. Lorenzo del Vallo rimangono alcuni cognomi mentre due rituali, praticati fino agli anni ’50 del secolo passato, legati alla festa di S. Giovanni Battista (“Shënjanji”), santo molto importante nelle liturgie della Chiesa d’Oriente,  sono purtroppo scomparsi.

Si dà ora una descrizione di queste due usanze che, si spera, vengano riproposti da gruppi culturali che, in S. Lorenzo, sono molto attivi e sensibili al recupero di canti e tradizioni scomparse.

“U Cardunu”: al tramonto del 23 giugno, vigilia di S. Giovanni Battista, le giovinette raccoglievano il fiore dischiuso di un cardo spinoso per poi porlo sul davanzale della finestra. Il mattino successivo, con trepidazione, esse andavano ad osservarlo per trarne gli auspici. Se nel corso della notte avesse germogliato i propri fiori violacei, nella vita avrebbero avuto fortuna, in caso contrario, no.

Analogo vaticinio anche a Spezzano Albanese dove lo stesso fiore di cardo, però, veniva leggermente passato sul fuoco per accelerarne la fioritura che avrebbe dato alle giovinette  il responso positivo o negativo sul loro eventuale matrimonio nel corso della vita.

“U pupullu i San Giuannu”: il  24 giugno, giorno natale di S. Giovanni Battista, le fanciulle sallorenzane confezionavano un pupazzo (“pupullu”) di pezza rivestito con le fasce da neonato e con il viso abbellito di fiori. In seguito si recavano presso la  nicchia di S. Leonardo (“Santu Linardu”), un tempo fuori dall’abitato nella strada che porta alla Fonte Pipàna, dove, con acqua benedetta battezzavano il pupazzo passandoselo l’un l’altra e recitando un’orazione rituale. Con questa cerimonia  esse diventavano “comari per sempre”. Dopo aver tolto i fiori dal viso del pupazzo e offerti al santo, le fanciulle gioiosamente si recavano a casa per festeggiare l’avvenimento.

 Nel pomeriggio, nuovamente, dopo aver recitato l’orazione rituale esse cresimavano il pupazzo con altre “comari”.

Questo rituale infantile, così eseguito, è strabiliante e ancora una volta conferma la presenza albanese ed il rito bizantino nella vicina S. Lorenzo del Vallo: infatti, secondo la tradizione religiosa orientale, il sacramento del battesimo  viene amministrato contemporaneamente a quello della cresima!

Quale spezzanese non ricorda lo “skarcopoll” ? Di questo rituale, di cui avevamo già parlato in un numero passato e del quale  anche nella nostra comunità non rimane nulla se non il lontano ricordo, si svolgeva solamente la cerimonia del battesimo (“pakëzimi”) davanti all’ex- chiesetta di San Giovanni Battista (“Qisha e Shënjanjit”).

I riti sopra descritti sono analoghi a quelli della “motërma” (“la sorellanza”) e della “vëllamja” (“la fratellanza”), nel passato praticati dagli Arbëreshë per stabilire vincoli di sangue e soprattutto per fronteggiare uniti eventuali pericoli di varia natura provenienti dagli lëtinjë (“latini=italiani”).

Questo articolo è stato reso possibile grazie alle informazioni che mi sono state gentilmente concesse dalla signora Maria Virginia Tursi, amica del BKA che, pur vivendo a Torino, mantiene saldi i legami con la terra natìa e che manifesta con entusiasmo e con molta sensibilità.

Francesco Marchianò

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