LA PASQUA A SPEZZANO
ALBANESE
Sopravvivenza di antichi
riti recuperati e raccolti in un volume
Fin dal suo sorgere Spezzano Albanese ha visto la
sua storia intimamente connessa al culto della Madonna delle Grazie. La
festa patronale è legata ai riti della Pasqua e rappresenta il culmine
delle celebrazioni pasquali. La manifestazione religiosa, infatti, si
protrae nei tre giorni di domenica lunedì e martedì di Pasqua. Narrare la
nascita del culto, di cui hanno trattato tutti gli storici locali, da
Cassiani a Serra, da Barbati a Longo, per citarne alcuni fra i principali,
sarebbe cosa ardua, visto che le origini si perdono nella notte dei tempi
e la storia si confonde con la leggenda. Il dato di fatto certo è che il
Santuario della Madonna delle Grazie, tuttora rappresenta per gli
spezzanesi un luogo di fede e di preghiera intensamente vissuta, che ha
accompagnato il paese in tutte le principali tappe della sua storia dal
1500 ad oggi. La rudimentale originaria cappella dedicata alla Madonna dai
primi profughi albanesi che si insediarono nella zona, negli anni a
cavallo fra il XV e il XVI secolo, col passare dei secoli venne ingrandita
e abbellita, fino ad assurgere alla dignità di Santuario nel 1951, ad
opera dell’ultimo degli arcipreti spezzanesi, Mons. Don Francesco Gullo,
lo stesso che nel 1919 fondò la locale Cassa Rurale ed Artigiana, ora
Banca di Credito Cooperativo della Sibaritide.
Bisogna constatare con un po’ di amarezza che per
quanto suggestive e cariche di significato, le celebrazioni delle
festività pasquali, hanno perduto in massima parte il fascino della
tradizione riconducibile al rito ortodosso degli arbëreshe. Le nuove
generazioni spezzanesi poco o nulla sanno della ”Java
e Madhe” (Grande Settimana Santa) e delle
“vallje”
(ridde), istituite queste ultime, secondo la tradizione, per rievocare una
grande vittoria riportata da Skanderbeg contro gli invasori turchi proprio
nell’imminenza della Pasqua.
Il rito greco, tragicamente perduto nel lontano 4
marzo 1668 accelerò la latinizzazione dell’intera comunità spezzanese, ma
la massificazione operata negli ultimissimi tempi dai mezzi di
comunicazione e da una cultura omologata a livello planetario, sta dando
il classico colpo di grazia ad una civiltà contadina ormai pressoché
completamente integrata nella società civile del XXI secolo.
In merito ai riti
della Pasqua arbëreshe nel nostro paese, il Prof. Francesco Marchianò,
nelle note di costume pubblicate sul testo curato dall’Arch. Francesco
Forte “LA SETTIMANA SANTA E LA PASQUA”, stampato dalla Trimograf,
ci ricorda che in tempo di quaresima (Kreshmesa), si
svolgevano cerimonie e riti particolari e gli unici canti che si potevano
intonare erano quelli della passione che venivano ripresi nella cerimonia
del Venerdì Santo (E prëmte e Madhe). La Domenica delle Palme (E dielja e
Dhafnes) iniziano i riti della Settimana Santa (Jav’e Madhe) che culminano
con la resurrezione di Cristo. Il Giovedì Santo (E Enjt e Madhe), le
statue e i paramenti sacri venivano ricoperti da un drappo viola; le
campane erano bloccate nella loro funzione di richiamo per i fedeli e di
scansione dei ritmi della giornata (u ljidhëtin këmborat) e il loro suono
veniva sostituito da strumenti a percussione in legno (xurr-xarre)
utilizzati anche durante la processione del venerdì Santo. Al termine del
rito della lavanda dei piedi vengono distribuite le ciambelle (kuljeçt). A
tarda sera i fedeli visitano i Sepolcri (Sumburket). Il venerdì Santo si
commemora la Passione e Morte di Gesù. Al tramonto le due statue
raffiguranti il corpo di Cristo morto e quello dell’Addolorata muovono in
processione, portate a spalla per le principali vie del paese,
accompagnate da mesti e antichi canti della Passione in lingua albanese
che rimandano al perduto rito bizantino (1668). Al Calvario (te Kriqezit)
le due statue, in successione, vengono deposte a terra. I fedeli poi
strappano ciuffi di erba benedetta del luogo da portare a casa.
Il Sabato Santo (e
Shtun’ e Madhe) si trascorre nella riflessione e nella preghiera. La sera
si partecipa alla veglia pasquale che annuncia la Resurrezione. Un tempo
tali cene avvenivano nei pressi delle fontane pubbliche, da cui il detto
“Vem’e kallomi ujit”. A mezzanotte la Resurrezione è annunciata dal suono
delle campane (u zgjidhëtin këmborat) e l’indomani si celebra la domenica
di Pasqua (e djiela e Pashkes).
La pubblicazione del volume, finanziata dalla
Banca di Credito Cooperativo della Sibaritide, al fine di “far conoscere
alle nuove generazioni le più ricche e partecipate tradizioni della nostra
comunità”, è intesa alla conservazione e valorizzazione di quello che
ancora resta della cultura arbëreshe.
Alla realizzazione del testo hanno fattivamente
collaborato, oltre al Prof. Marchianò e allo stesso Arch. Forte, la
Prof.ssa Filomena Nicoletti, il parroco Don Luigi Talarico, il rettore del
santuario Padre Lorenzo Bergamin, l’Arch. Domenico Martucci, la Dott.ssa
Rosella Maratea, l’Ing. Nicola Gullo e Antonio Arcuri che ha curato il
servizio fotografico.
Il libro è stato distribuito gratuitamente a
tutte le scuole, enti culturali e cittadini che ne hanno fatto richiesta.
Raffaele Fera.