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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
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"Krishti u ngjall": Cristo è risorto. La Pasqua degli Italo-Albanesi

di Vincenzo Librandi

Vaccarizzo Albanese – Le mute campane del piccolo centro arbereshe ritorneranno a suonare a festa, questa mattina, intorno alle ore 11, per annunciare la Pasqua di Resurrezione. Per la diaspora italo-albanese di rito greco-ortodosso, in Italia dal 1476, la Pasqua cade e si festeggia di sabato ogni anno. La Pasqua in generale, e quella degli italo albanesi in particolare, rimane sempre un continuo richiamo di pace e di speranza, non solo per i “profughi fratelli shqiptar” alla disperata ricerca di “pane”, libertà, pace e giustizia ma per tutti i popoli della terra. La grande settimana della Passione, meglio conosciuta tra gli arbereshe come “Jave e Madh” (Grande e Santa settimana) inizia anche per il rito greco ortodosso degli arbereshe, il lunedì che segue la domenica delle Palme. Si ripetono e si rinnovano, in questo periodo, antichissime tradizioni che vogliono, fra l’altro, esaltare e rinverdire anche la conservazione del ricco patrimonio storico linguistico e tradizionale degli albanesi d’Italia.Per la festività sentita della Santa Pasqua, tutta la diaspora degli arbereshe sparsa per l’Italia meridionale ed in particolare in Calabria, prepara secondo l’antica ricetta degli avi che si tramanda oralmente di generazione in generazione a mò di favola perché molti degli arbereshe d’Italia, che sono approdati per la prima volta nei lidi del mar Jonio nel 1476, in pieno 20° secolo sono “dimenticati” dalle strutture scolastiche (solo da poco tempo si registra un “risveglio” per la tutela della lingua parlate dalle minoranze in Italia), e non sanno scrivere più con la lingua dei padri, tantissimi dolci casalinghi; si utilizzano per la preparazione delle prelibate pietanze, molte uova che ogni famiglia inizia a mettere da parte qualche giorno prima e che conservano “fresche” perché introdotte in recipienti colmi del buon olio d’oliva dei paesi arbereshe.Con detti dolci, “Pasharelja” e “Riganelja” (in altri centri “Kulaci, Riganatat e Cicerat”) la gente albanese si nutre, ancora oggi, per tutta la settimana santa e si usa, inoltre, distribuirli come dono sia alle famiglie dei “non albanesi”, che pur abitando in un centro arbereshe non si sentono legate a queste tradizioni, che alle famiglie arbereshe che hanno avuto di recente dei lutti o alle famiglie dei meno abbienti. Il giovedì di Pasqua si prepara in ogni chiesa il Santo Sepolcro che è addobbato con fiori, candele e grano. La sera del Venerdì Santo la cerimonia più toccante: si snoda, a partire dalla chiesa madre del settecento, la solenne processione del Cristo morto preceduto dall’Eparca (Zoti i madhe); tutto l’itinerario è illuminato a giorno, con candele e fiaccole di legno portate in processione dai tantissimi fedeli e con luminari, alcuni molti antichi, che ornano balconi e finestre e ogni angolo buio del paese. I canti melanconici e i cori appassionati degli uomini e delle donne sono accompagnati e spezzati da un caratteristico suono emesso da uno strano ed antico strumento detto “Trokla” (deve sostituire per l’occasione le mute campane ed invitare la gente a partecipare alla sacra funzione) che è composto da una ruota di legno dentata con una o più lamelle  e che viene fatta girare manualmente: la scena che si presenta ai tanti “turisti per caso” o agli “emigrati” di ritorno per quell’occasione, è davvero molto commovente e suggestiva. Sabato mattina, sempre per il rito greco-ortodosso, si ripete il grande evento: la Resurrezione di Cristo. L’annuncio è dato all’alba nel corso della funzione liturgica detta in lingua albanese “Fjala e mir” (la buona novella). La Resurrezione dopo la Messa del mattino. E’ allora che tutti i bambini in festa, al ritorno del suono squillante delle campane, sul sagrato della chiesa, scartocciano, rompono e si scambiano le tipiche uova albanesi per la Pasqua (Paskarelja) e quelle più moderne di cioccolato. A mezzanotte dello stesso giorno di sabato, nella piazza antistante la chiesa, viene acceso un grandissimo fuoco (vuole rappresentare la tentazione del diavolo) intorno al quale si accalcano tantissime persone che hanno il compito di spegnere, ed in modo del tutto singolare, il grosso falò, “il fuoco del demonio”: a gruppi di cinque o sei persone ci si reca, in silenzio, nella più vicina fontana pubblica (Croirì o Kanali i vieter) dove ci si riempie la bocca d’acqua e la si va a versare sul fuoco per spegnerlo. Durante il tragitto di ritorno, per non perdere l’acqua non si deve parlare anche se le “tentazioni” che arrivano soprattutto dai giovanotti del paese possono essere molte. Per questo motivo, alcune donne, le più anziane, sono munite di un lungo bastone detto “dikanique” con l’estremità biforcuta che molte volte è servito per l’occasione (si tramandano per detta cerimonia tanti aneddoti curiosi e molte teste... rotte); chi parla e lascia cadere l’acqua tenuta in bocca va incontro ai segni del diavolo (il fuoco che vuole rimanere acceso); la cerimonia è detta dell’Acqua Muta. E’ la stessa gente che da lì a poco, spento, tra danze e canti che ricordano ancora l’antico popolo albanese e l’eroe Giorgio Castriota Scanderberg difensore contro Maometto della cristianità, gli ultimi residui del fuoco, rinnova la millenaria tradizione del “Kristos Anesti” (Cristo è risorto). Ricordiamo brevemente la cerimonia: il prete (Prifti) si mette davanti alla porta della chiesa, tenendo in mano una grande croce; con essa picchia tre volte l’uscio della stessa chiesa che, nel frattempo, era stato sbarrato all’interno dal sagrestano il quale ha il compito di fare, suo malgrado, la parte del “diavolo,” e recitando le parole del Salmo, chiede che le porte vengano aperte al Re della Gloria che veniva a prenderne possesso. All’interno della chiesa urla e rumori di catene stanno a significare la “ribellione del diavolo” che vuole impedire l’ingresso di Gesù e della Cristianità in chiesa. Infine, il diavolo è vinto, imprecando abbandona il campo e le porte della chiesa si spalancano all’improvviso ed il popolo, il popolo dei redenti, dietro al prete o all’Eparca, entra nella chiesa illuminata al suono delle risvegliate campane, intonando il bellissimo canto greco del “Kristos Anesti”; canto che risuona per tutta la notte nei paesi albanesi dove i giovani, per scambiarsi un segno di pace e solidarietà, usano andare, ancora oggi, d’uscio in uscio, a ricordare, con quest’antichissimo canto liturgico, comune a tutto l’Oriente ortodosso che “Krishti u ngjall” (Cristo è risorto). A conclusione di tutto rimane sempre un irresistibile desiderio di rivolgere a tutti gli italo albanesi, ai profughi albanesi (shiqptar), ai cristiani di rito bizantino, un invito pressante che esce dal profondo del mio cuore: “Abbiate gelosa cura di conservare genuine e pure le perle preziosissime che abbiamo finora salvato e che sono la manifestazione più suggestiva, la veste più bella di quella fede in Cristo Risorto che ci stringe ed unisce”.

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