La vetrina
delle Miss
di Rando Devole
Chi è la più
bella del reame?

Che cosa si può dire di uno spettacolo il cui titolo inizia per
“Miss …”? Dipende, si può dire molto, poco o niente. Se si trattasse
ad esempio della solita “Miss Italia”, forse non varrebbe neanche la
pena di accendere il computer e scomodare la tastiera. Non è una
novità: la scenografia futuristica, i vestiti sfavillanti, la regia
fantasiosa, le gambe snelle, gli ospiti scalpitanti, i glutei
conturbanti, i presentatori popolari, i sorrisi abbaglianti, tutto
questo non riesce più a nascondere le profonde rughe di vecchiaia di
una trasmissione ormai monocorde e scialba. Sebbene i registi si
prodighino più dei chirurghi plastici per rimodellare il format,
l’audience ha segnato un forte calo, così come l’entusiasmo di chi
segue e scrive su eventi del genere. Non solo. Le quotazioni di
questo spettacolo hanno subito una forte perdita anche all’interno
dell’industria culturale italiana.
Eppure il sogno rimane. Il sogno di
migliaia di ragazze che vorrebbero mettersi la corona della
reginetta, stringere trionfalmente lo scettro e piangere di felicità
come il copione decennale tassativamente “ordina”. Nel campo dei
sogni nessuna Miss fa eccezione, da Miss Albania a Miss Italia, da
Miss Padania a Miss Universo.
Mentre lo spettacolo “Miss Italia” ci può
lasciare indifferenti, non si può dire lo stesso di un evento che ha
interessato ultimamente la comunità albanese, ossia “Miss Albania in
Italia”, svoltosi il 25 settembre 2004, presso l’Auditorium-Parco
della Musica di Roma. I motivi dell’interessamento sono tanti, a
cominciare dal successo avuto, visto che la sala di 700 persone era
piena zeppa di albanesi e italiani, per finire con i commenti tra i
più disparati che questa iniziativa ha suscitato tra spettatori e
non. Inoltre, “Miss Albania in Italia” era al suo esordio, dunque
qualche attenzione in più la merita anche per questo.
L’analisi dello spettacolo in quanto tale
mi sembra interessante, ma non fa parte degli intenti di queste
righe. Sembra più interessante, invece, comprendere il significato
di questo evento “culturale” e la sua percezione da parte dei vari
pubblici. In altre parole, appaiono più stimolanti domande come:
«Che effetto ha avuto questa iniziativa presso la comunità albanese
e/o italiana?», piuttosto che domande del tipo: «Perché le luci
erano utilizzate in un certo modo dal regista?».
Infine, le seguenti riflessioni vanno
intese come un tentativo di aprire una discussione all’interno della
comunità albanese in Italia e non, su un argomento che ha
assolutamente bisogno di essere dibattuto, tanto più dopo aver
suscitato impressioni discordanti e domande numerose dentro e fuori
i circoli degli immigrati albanesi.
Per chi sfilano le ragazze
Non si può negare il fatto che “Miss
Albania in Italia” abbia registrato il tutto esaurito (questo vale
solo per la sala e non per la “platea” mediatica, dato che lo
spettacolo non è stato trasmesso ancora in TV). Tale risultato si
può addebitare a molti fattori che vanno dalla novità di uno
spettacolo inedito all’ingresso gratuito per gli invitati. La sala
piena ha dimostrato inoltre, che esiste una certa “fame” da parte
degli immigrati albanesi di prodotti culturali e/o di
intrattenimento, nonché la piena partecipazione ad una cultura di
massa ormai ben solida.
Ovviamente, il successo di uno spettacolo,
oltre a dimostrare le qualità imprenditoriali di chi l’ha promosso,
ci sprona ad esplorare meglio gli effetti dell’evento anche dopo lo
spegnimento delle luci del palcoscenico.
Tuttavia, i dubbi sul reale target di “Miss
Albania in Italia” sono più che legittimi. Infatti, lo spettacolo
sembrava concepito per un altro destinatario, o meglio,
principalmente per un altro destinatario. I commenti negativi di
alcuni spettatori albanesi sulla scarsa presenza dell’albanesità e
dei suoi simboli hanno fondamentalmente evidenziato due cose: a) i
destinatari dello spettacolo non erano (solo) gli albanesi; b)
l’esigenza degli immigrati albanesi di rivendicare la propria
diversità.
D’altra parte anche i commenti “positivi”
degli spettatori italiani sottolineavano la medesima cosa, ma da un
diverso punto di vista. Un regista italiano ha detto che «lo
spettacolo assomigliava a ‘Miss Italia’ (anche se un po’
casereccio), e dunque poteva essere benissimo trasmesso dalle Tv
italiane». Se non fosse stato per uno spettatore provvidenziale – il
quale, forse spinto istintivamente dall’astinenza da simboli
nazionali, ha offerto la propria bandiera rossa con l’aquila nera
bicipite alla appena eletta Miss Albania in Italia – la ragazza
albanese sarebbe passata come una Miss qualsiasi, nel senso che
poteva essere una Miss di qualsiasi altro paese europeo. Anche la
composizione della giuria di più di 10 persone (solo uno albanese!),
la pronuncia di una sola parola in albanese (paç fat – buona
fortuna), gli ospiti in maggioranza italiani, i presentatori pieni
di lapsus e gaffe, e così via. I critici su questo punto hanno
sostenuto che perfino i collegamenti (non entriamo nel merito) erano
funzionali ad un pubblico non albanese. D’altronde se togli qualche
bella performance canora e di moda, il resto, nella miglior delle
ipotesi, aveva di albanese solo il luogo di nascita sul passaporto.
Per certi versi, tutto questo “pasticcio”
sui destinatari è anche comprensibile, visto che gli albanesi in
Italia non vivono in ghetti divisi, ma integrati nel tessuto
socioeconomico italiano. Poi, loro sono persone di frontiera, nel
senso che vivono a cavallo di due culture, dunque è normale che le
loro attività artistiche e culturali abbiano diversi pubblici. Ma il
problema del destinatario (pubblico) si presenta nella misura in cui
esso si percepisce estraneo o no, oppure non si rispecchia in simili
manifestazioni. Nessuno ha sostenuto l’insostenibile, ossia l’idea
che la “Miss Albania in Italia” andasse svolta in lingua albanese.
Al contrario, anche se molti hanno rivendicato (pure questo è
normale) la propria diversità culturale e identitaria, così come il
diritto che una volta tanto gli operatori dei mass media non
storpino i nomi albanesi.
La questione non mi sembra frutto di
polemiche perditempo, ma frutto di un contesto in cui le identità
diventano sempre più complesse e talvolta concepite in termini di
forza; di un contesto in cui il globale e il locale non hanno
trovato ancora un equilibrio; di un contesto in cui si stanno
confrontando differenti visioni sull’integrazione.
La bellezza come rivincita
Per chi era presente a “Miss Albania in
Italia” non era difficile scorgere una certa soddisfazione in molte
facce dei presenti. Naturalmente, parte di essa va attribuita al
piacere che ti dà una serata di intrattenimento, tanto più che non
sono mancati veri momenti di comicità. Ciononostante, tale
soddisfazione va interpretata anche come una risposta alla
stigmatizzazione di cui gli albanesi sono stati vittime in questi
anni. Nella galleria dei miti, quello albanese è noto per averli
dipinti con delle connotazioni molto negative, provocando una serie
di reazioni tanto spontanee e genuine, quanto comprensibili da parte
degli immigrati del piccolo paese balcanico. Il potere del mito
degli albanesi ha avuto una doppia influenza: sulla società
italiana, ma anche sulla comunità albanese. In tal senso, vedere le
ragazze del proprio paese sfilare su uno palcoscenico di Roma,
potrebbe essere perfino motivo di orgoglio.
E’ più che legittimo anche l’orgoglio che
hanno sentito le ragazze concorrenti, certe di rappresentare
dignitosamente il proprio paese e la propria comunità avvilita da
tempo dagli stereotipi mediatici e non. A questo punto è necessario
spezzare una lancia a favore delle giovani albanesi, giacché sono
state viste da molti semplicemente come “oggetti” da ammirare e da
“degustare” esteticamente. Le concorrenti non vanno assolutamente
colpevolizzate, anche perché alcune di loro sono state molto sincere
nel dichiarare che avevano partecipato alla manifestazione per
sfondare nel mondo della moda e dello spettacolo. In un mondo
ostaggio dell’immagine dove il velinismo impera come filosofia di
vita, non è forse la cosa più “naturale” da fare? Che cosa si può
pretendere da queste giovani ragazze cresciute nel mito
dell’Occidente-Eden, dove i sogni si coltivano per mercificarli? Non
è forse sognare la cosa più legittima e bella in ogni mondo
possibile?
Qualcuno ha messo in guardia sul rischio
che si corre gonfiando le aspettative e stimolando sogni
irrealizzabili. Non ha tutti i torti, specialmente quando si pensa
che la maggioranza delle partecipanti non sfonderà mai nel mondo
spietato dello spettacolo.
Si potrebbe supporre che in alcuni
spettatori la manifestazione abbia aumentato il livello di
autostima, precipitato ai valori più bassi a causa dei pregiudizi
negativi. Al di là di questo effetto lenitivo, la cui duratura è
ancora da immaginare, si tratta, comunque, di una reazione quasi
istintiva, che per sua natura non può entrare nel merito della
questione.
E’ da notare inoltre, che il campo in cui
si sono verificate tutte queste dinamiche è quasi esclusivamente
albanese. Come dire, i messaggi girano intorno allo stesso campo
magnetico, con il rischio di scemarsi per mancanza di uno sbocco
reale e di energie che diano loro un senso vero e duraturo.
D’altra parte la “Miss Albania in Italia” è
la dimostrazione migliore di quella capacità di
adattamento/adeguamento degli albanesi (per certi versi ammirevole)
al contesto occidentale in generale, e quello italiano in
particolare. Per “occidentale” non intendo la cultura europea in
toto, di cui gli albanesi fanno fieramente parte, bensì quel
sistema particolare culturale che si contrapponeva all’est,
all’interno del quale hanno operato (anche) forze che hanno permesso
all’immagine di immortalarsi sugli altari della società. Certo,
visto da una prospettiva etica, il sistema appare dotato dell’humus
ideale per far fiorire altre “Miss”, che indossano bikini sempre più
trasparenti e succinti, su cui penzola non il numero di
identificazione, ma quello del prezzo. Solo da una angolazione
simile si può ritenere giusta o no la capacità di adeguamento
(acritico) ad un sistema in cui si vetrinizza tutto; per il resto si
può affermare con fierezza per l’ennesima volta, che gli albanesi
costituiscono la comunità più abile ad integrarsi nella società
italiana.
Il pregiudizio docet
Dalla sala degli specchi dei pregiudizi
diffusi e dei sillogismi facili, l’immagine della donna albanese ne
esce stravolta e sfigurata. Il mito negativo sugli albanesi,
operativo dall’inizio degli anni ’90, l’ha sempre rappresentata come
prostituta e/o moralmente discutibile. Tuttavia, l’opinione comune
non ha mai messo in discussione la bellezza delle donne albanesi.
Anzi, si può ipotizzare che queste credenze si siano incrociate
perversamente con quelle che le considerano come donne facili.
L’analogia con il mito delle svedesi – bionde, avvenenti e
disponibili – diffusosi negli anni del boom economico, ci aiuta a
capire solo una certa ottusità maschilista, che a differenza delle
svedesi, vede nella donna albanese una preda facile, perché in stato
di bisogno e di fragilità. In questo senso questo tipo di
maschilismo, che si misura e si eccita in relazione alla debolezza,
prende le sembianze di un vero mostro.
L’intreccio tra pregiudizi tipici sulla
donna albanese e quelli universali, che vedono la bellezza femminile
come l’altra faccia della stupidità e dell’immoralità, rende più
fragile l’immagine dell’immigrata albanese. Da questo punto di
vista, uno spettacolo come “Miss Albania in Italia”, inteso in un
certo senso, ossia come una vetrina o fiera, non può che arrecare
danno alla figura della donna albanese, la quale non deve dimostrare
alla società italiana la sua bellezza esteriore, anche perché
sarebbe perfettamente inutile, visto che non ci sono mai stati dubbi
in merito.
Mi si potrà obiettare che eventi del genere
danno una certa visibilità mediatica, di cui gli albanesi hanno
bisogno. Sono d’accordo. Ciononostante, ammesso che la visibilità
rimanga inalterata nel tempo, ossia quando ci saranno altre edizioni
di questa Miss, rimane da capire quali siano i suoi effetti reali.
Inoltre, se dobbiamo concepire questa iniziativa machiavellicamente
in funzione di un’altra cosa, allora bisogna domandarsi sulla durata
di questi effetti, sulle loro eventuali implicazioni e sul rapporto
con altre iniziative magari più efficaci. Sarebbe il caso di
chiedersi anche se possiamo pretendere così tanto da una semplice
manifestazione, il cui effetto dilettevole, tranne per la
vincitrice, dovrebbe finire la sera stessa del suo svolgimento. In
altre parole, potremmo dire che è stata organizzata una semplice
serata divertente e se ci siamo divertiti lo scopo è stato
raggiunto. Punto e basta. Certamente, ma non mi pare che questo
fosse l’unico scopo dei promotori, e non si può asserire che
l’attività sia stata concepita in questi termini. Se no, che senso
avrebbe “il collegamento” con il Presidente della Repubblica
albanese e altre dichiarazioni?
Se è vero il contrario, cioè se la
manifestazione aveva altre ambizioni (ad es. migliorare l’immagine
della donna albanese), allora è necessario ascoltare anche le
ragioni di chi non è rimasto convinto dalla formula usata. Non si
può neanche far tacere chi, parafrasando Umberto Eco – che in un
noto articolo ha criticato la concezione e l’utilizzo della
donna-velina – vede dietro l’esagerazione di queste iniziative
patinate una specie di tentativo, probabilmente inconsapevole, di
togliere l’attenzione dai problemi reali delle/gli immigrate/i
albanesi.
Varie indagini sulla situazione delle donne
albanesi in Italia hanno messo in risalto molte problematiche serie
che le riguardano. Le donne albanesi si sentono discriminate non per
il mancato riconoscimento della loro bellezza, – anzi qualcuna era
disgustata da quel tipo di datore di lavoro che dopo averla vista e
dopo aver saputo la sua nazionalità si avventurava in battute in
doppio senso – ma perché non venivano prese in considerazione le
loro capacità lavorative e non.
Insomma, le donne albanesi chiedono di
essere viste come soggetti e non come oggetti, come persone che non
solo hanno dei valori positivi, ma che li riproducono
orgogliosamente in famiglia e in società. E per questo costituiscono
una vera ricchezza.