“Giorgio castrista Scanderbeg tra
letteratura e radici mediterranee” è stato il tema di un Convegno che si è
svolto Domenica 8 ottobre scorso nella Sala Convegni “Ristorante Paradiso”
del Comune di Grottaglie, (Taranto). L’evento è stato organizzato dal
Comitato Nazionale Minoranze Etnico – Linguistiche del MiBAC, sotto l’Alto
Patronato del Presidente della Repubblica, e da “The international
association of Lions Clubs” (Lions Clubs di Grottaglie e di Gravina in
Puglia), con il Patrocinio del Comune di San Marzano e del Comune di
Gravina in Puglia.

Scanderbeg. L’eroe albanese che lottò per
l’indipendenza e costrinse i Turchi alla difensiva. Sconfisse gli imperi e
strinse forti amicizie con Roma e Napoli. Il popolo albanese ancora lo
rimpiange. Con lui si rimpiange l’indipendenza perduta. Sono state scritte
tante pagine per ricordare il suo valore.
L’antico valore dell’eroe che trova nel senso
dell’appartenenza il sentimento della patria. Appartenenza e patria: un
unico riferimento per il quale il popolo albanese ha lottato per secoli.
Ma le epoche si ripetono e si ripete la tragedia nella storia che racconta
e maschera. Sono state date tante versioni sulla figura di questo
condottiero. E’ stato preso come emblema a volte gli è stata calata una
camicia ideologica. Schematismi e strutture hanno cercato di accreditarlo
come un eroe della liberazione.
Scanderbeg fu invece un assiduo protettore
delle tradizioni. Fu un conservatore. E da questo punto di vista fu un
rivoluzionario come lo può essere un valoroso strenuo difensore della
patria, dell’appartenenza e dell’identità. Era nato a Mati il 1405. Suo
padre Giovanni Castriota fu un protagonista di sanguinosi combattimenti
contro i Turchi. Scanderbeg si chiamava Giorgio Castriota. Fu chiamato
Scanderbeg per le sue capacità e per quegli ideali per i quali lottò
durante tutta la sua vita. Ma nel suo nome c’era una allusione che
richiamava il Principe Alessandro, il condottiero macedone. Ovvero
Skander-bej.

Si distinse in numerose battaglie. La battaglia
di Nis. La battaglia di Morea. E poi la sconfitta di Varna. E ancora le
vittorie di Mocrene e di Otoleta. E poi i suoi rapporti con Venezia. I
diversi tradimenti consumati all’interno del suo popolo e anche della sua
famiglia. Scanderbeg dovette impegnarsi su diversi fronti. Uno esterno: la
guerra con i Turchi.
Uno interno: sanare i conflitti tra i capi del
suo esercito. Uno trasversale: il conflitto con la Serenissima. Ma ciò che
lo risollevò fu certamente l’alleanza con Alfonso d’Aragona, il Re di
Napoli. Portò aiuto in Italia al Re Ferrante. Ci furono vittorie ma le
vittorie Scanderbeg le pagò caramente, le pagò sempre con il sangue. Il
suo popolo alla sua morte era distrutto, era disorientato, era ormai sul
vero senso del termine un popolo in fuga. Le conseguenze non si fecero
attendere.
Scanderbeg morì il 17 gennaio del 1468. A suo
figlio Giovanni gli raccomandò di lasciare l’Albania e di recarsi in
Puglia. In Puglia possedevano, i Castriota, dei castelli nei quali si
poteva trovare un sereno rifugio. Un eroe – simbolo. Maometto lo definì un
leone e disse che sulla terra non sarebbe nato mai più un simile leone.
Ciò che maggiormente addolorò Scanderbeg fu il
tradimento di Giovanni Stresio il quale era figlio di sua sorella Angela.
Lo fece catturare e lo fece torturare e poi lo consegnò come prigioniero
ad Alfonso d’Aragona. Un fatto gravissimo fu questo tradimento ma non
condizionò il processo unitario – politico al quale Scanderbeg puntava con
tutte le sue energie.
Un fatto che invece rivoluzionò la sua vita fu
la conversione al cristianesimo. In una lettera a Murad, Principe dei
turchi, annotava: “…se io ho lasciata la falsa fede di Maometto e sono
ritornato alla vera fede di Gesù Cristo, io sono certo di aver scelto la
miglior parte. Perché osservando i suoi santi comandamenti sono certo che
l’anima mia sarà salva e non (come tu dici) perduta. Ti prego, per la
salute dell’anima tua, di ascoltare da me ancora un ottimo consiglio.
Degnati di leggere il Corano: cioè la raccolta dei precetti divini dove
potrai facilmente vedere chi di noi sia in errore. E così ho speranza, se
tu vorrai equamente considerare, che, vinto dalla ragione, ti
sottometterai alla sacrosanta fede cristiana, soltanto nella quale tutti
gli uomini che cercano di salvarsi si salvano e fuori della quale ogni
altra si rovina”.
Era il 14 luglio del 1444. E allora Scanderbeg
è un personaggio complesso. Certamente la sua lotta fu, come si è già
detto, una lotta per l’indipendenza di un popolo, ma non fu solo questo.
Fu soprattutto una lotta per la difesa di quelle radici antiche che il
popolo albanese tuttora rivendica, ma non fu neppure solo questo. Fu in
modo particolare una lotta di un mondo contro un altro e quindi fu lo
scontro tra due culture, due civiltà, due religioni. Non fu espressamente
un conflitto religioso. Ma la religiosità o meglio la difesa di un certo
tipo di religiosità rientra direttamente nello scontro disputato tra due
Paesi.
D’altronde dove c’è un conflitto per la difesa
dell’appartenenza questo diventa un conflitto per la tutela dei valori di
fondo e tra questi rientra la difesa di una identità spirituale.
Scanderbeg dunque fu uno di questi crociati che lottò per salvaguardare un
modello di civiltà che si inserisce in un quadro in cui l’eticità e la
tradizione sono un baluardo, una roccaforte, un principio profondamente
religioso.
Se Scanderbeg è il simbolo di questo processo
culturale non può che essere tuttora un riferimento, un riferimento con il
quale la civiltà moderna dovrà ancora fare i conti. Ma se tale è non può
che essere inserito in quella cultura che vede nel nazionalismo,
nell’unità, nella tradizione, nel valore di patria, nella conservazione
dell’eroe l’asse portante per un progetto che pone al centro l’uomo con il
suo bisogno di nostalgia e con il suo bisogno di mito.
Scanderbeg combatteva in nome di Cristo.
Combatteva per difendere la tradizione, La civiltà moderna non può
accreditarlo come eroe o come simbolo. Soltanto nei valori e nei
significati di una civiltà che sconfigge la crisi del mondo moderno un
personaggio come Scanderbeg può trovare posto. E il personaggio di ieri
resta nella storia e resteranno i suoi segni e il suo esempio. Ma siamo
noi che dobbiamo cercare di decodificare i suoi messaggi e la sua
testimonianza. Può esserci di aiuto in una società quantitativa. Ma
lasciamo da parte gli schematismi, le troppe ignoranze e le troppe
interpretazioni che vanno al di là delle giustificazioni storiche.
Scanderbeg resta un nazionalista che vedeva nella Patria il simbolo
dell’appartenenza e nel cristianesimo la salvezza del popolo. Quale
eredità onora gli albanesi?
Il nome di Scanderbeg è un tracciato che
bisognerebbe, in tempi di sradicamenti, ripercorrere. Storia di lingua, di
paesaggi, di popoli. Un popolo che si cerca nella sua realtà e nella sua
tradizione. Pur restando sempre un popolo in fuga. L'Italia meridionale è
stata attraversata dalla storia degli albanesi in fuga.
Le diverse comunità che ancora vivono nelle
Regioni del Sud sono una testimonianza emblematica di una civiltà che ha
lasciato ormai segni indelebili. Molte altre comunità sono nate come
comunità albanesi ma poi si sono italianizzate. Un rapporto tra culto e
storia, tra ereditarismo e cultura della tradizione oggi diventa
fondamentale.
Il mito da conservare non basta. Le civiltà
difendono le loro tradizioni facendo conoscere la storia e trasmettendola.
E' questioni di radici e di senso dell'appartenenza. I simboli parlano. Ma
con i simboli che rappresentano queste comunità bisogna anche parlare. La
parola è linguaggio e il linguaggio si porta dentro storia e tradizione.
Un mito che ha attraversato secoli e culture.
Nella letteratura Scanderbeg resta la metafora
del condottiero che ha combattuto per scacciare i turchi dall’Albania e
per dare la libertà al suo popolo. Ma queste imprese, che esulano dalla
metafora perché sono dati reali che rimangono nella storia, hanno un
principio fondante che è quello di dare un senso identitario ad una
Nazione che veniva costantemente lacerata nella sua storia e nei suoi
valori.
Storia e valori che conducono direttamente ad
un impegno che è stato quello di proporre una cultura cristiana come
baluardo nella avanzata dei turchi. Mi sembra questo uno dei temi toccanti
nel destino di un popolo e di una civiltà. Anche oggi è impensabile capire
il ruolo di Scanderbeg senza entrare nel di dentro di questa visione. La
letteratura lo ha “liricizzato” certamente ma nei processi storici non può
che essere individuato come un riferimento nella certezza dei valori
cristiani.
In una tale tessitura è chiaro che il concetto
di Mediterraneo, qui anche come metafora della unione tra sponde, è una
chiave di lettura in una prospettiva moderna, nella quale il destino
stesso di un popolo trova quasi una forma empatica con il destino della
civiltà mediterranea. Scanderbeg resta, da questo punto di vista, un vero
e proprio protagonista.

Al Convegno sono intervenuti, oltre a
personalità istituzionali, studiosi ed esperti della materia. Hanno
relazionato, tra gli altri, Pietro Monaco, Vincenzo Rutigliano, Antonio
Filomena, Giuseppe Tarantino,Giuseppe Mazzarino e chi scrive. Si è
discusso sia dell’attualità di Scanderbeg che del rapporto tra Scanderbeg
e il Mediterraneo. Tema questo ultimo affrontato più volte dal Comitato
Nazionale Minoranze Etnico-Linguistiche del MiBAC.
Nel corso del Convegno sono presentati,
inoltre, gli Atti di un incontro di studi, svoltasi a Gravina in Puglia
nel gennaio scorso dedicato a Giorgio Castriota Scanderbeg a 600 anni
dalla nascita editi per conto del Comitato e del MiBAC. Alla fine della
manifestazione si è svolta una visita ai luoghi sacri Italo - Albanesi
della comunità di San Marzano di San Giuseppe (Comunità più popolosa della
realtà dell’Arberia) con un omaggio al busto di Scanderbeg.