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da e per IL MONDO ALBANESE
«Il banchetto degli invisibili» di Mario Bolognari
Le tradizioni funerarie nei paesi italo-albanesi

di Maria Arruzza


I n Italia accanto alla cattolica commemorazione dei defunti dei primi di novembre coesistono rituali legati alle costumanze di rito greco-bizantino dei paesi italo-albanesi che si svolgono, per lo pił, con il sopraggiungere della primavera, fra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo, secondo una tradizione greca legata alle « anthesterie ». Nei rituali popolar-religiosi contemporanei resistono connotazioni ereditate da un passato comune. In particolare il rapporto dei vivi con i morti e la commemorazione dei defunti in tutto il mondo sono vissuti con caratteristiche simili, pił o meno sopravvissute alle inevitabili trasformazioni sociali. Il giorno solenne deputato alla celebrazione dei morti secondo la tradizione arbėreshe, č anticipato da cerimoniali che scandiscono il tempo e preparano i vivi alla «festa» con i morti cosģ come prescrive il «tipikon» del rito greco-bizantino: si accendono lumini in tutte le case perché i defunti abbiano il cammino illuminato quando usciranno dalle tombe per mescolarsi con i vivi, perché č a loro concesso per un giorno di tornare sui posti dove hanno vissuto; per sette sere consecutive – le settene – vengono ricordati i loro cari prigatort (defunti); si recitano salmi e si entra in uno stato di profonda spiritualitą. Poi, quando arriva la festa dei morti, si aprono cortei verso il cimitero dove il papąs benedice l'ossario e recita preghiere in albanese e in greco antico per entrare in contatto diretto con i cari estinti (a S. Demetrio Corone, in Calabria, il papąs bussa tre volte a una porta di ferro che segna il confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti): da questo momento i parenti preparano sulle tombe dei veri e propri banchetti, consumando cibi e bevande, e invitano gli altri visitatori del cimitero a partecipare del simposio. Di queste usanze che hanno resistito allo scorrere del tempo nelle comunitą albanesi in Italia si č occupato in diverse pubblicazioni l'antropologo Mario Bolognari, che č anche componente del Comitato per l'attuazione della legge sulle minoranze storiche, istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In particolare il suo ultimo lavoro, edito per i tipi di Abramo (pp. 127, euro 8,52) « Il banchetto degli invisibili - La festa dei morti nei rituali di una comunitą del Sud », si sofferma sui banchetti funebri della comunitą arbėreshe di Calabria, ma compara le usanze italo-albanesi a quelle che si possono rintracciare in rituali analoghi in altre culture. Il risultato č sģ un omaggio alla comunitą arbėreshe, ma č altresģ un saggio di pił ampio respiro, nel quale possono essere riscontrati i riferimenti antropologici comuni dell'uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi che si pone di fronte alla morte e soprattutto di fronte alla paura della morte. L'usanza di accompagnare il cibo (e in particolare certi cibi e certe bevande) alla celebrazione dei defunti, come ci insegnano le mitologie pagane e le scritture sacre, assume un significato apotropaico che Bolognari spiega in questo agile saggio. L'antropologo passa in rassegna i diversi allestimenti del banchetto dei morti nelle case. Il papąs procede alla benedizione dei collivi (fette di pane con sopra il grano bollito) e alla loro distribuzione accompagnandolo con il vino. Anche i poveri beneficiano di questa ripartizione. Poi il papąs passa all'elevazione della panaghia in onore degli estinti, per i quali viene lasciato un posto vuoto a tavola. La panaghia, simbolo di resurrezione del corpo e di immortalitą, č a base di vino, pane, grano bollito disposti sul desco con una candela accesa al centro, che alla fine viene spenta, accompagnandola con la recita di preghiere e salmi. La presenza del grano bollito (la cui cottura varia di zona in zona) trova le sue radici non solo nella tradizione cristiana evangelica, ma le affonda ancora pił lontano nei miti pagani (basti pensare alla simbologia legata al grano nel mito di Demetra), cosģ come anche l'uso del vino ha significati la cui «letteratura č immensa»: «Bevanda di vita o d'immortalitą – scrive l'autore – perché associata al sangue; della conoscenza e dell'iniziazione, per l'ebbrezza che provoca, di gioia, saggezza e veritą; della vita contemplativa e della gnosi...». Interessante, infine, č l'analisi della trasformazione del «fare i morti» (cioč dar da mangiare ai morti) nel corso del tempo, poiché a causa del benessere oggi puņ accadere di veder sostituito il grano bollito con altri cibi, cosģ come non č insolito trovare sulle tombe dei morti per il banchetto la soppressata o il caffč, che da un punto di vista antropologico evolutivo assumono anch'essi una forte valenza simbolica.

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