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I romanzi dello scrittore calabrese mettono d'accordo critici e lettori transalpini
Carmine Abate, “rivelazione” francese
Una galleria di ritratti che evita le trappole del facile folklore


di Carlo Carlino


«C armine Abate costruisce una galleria di ritratti che evita le trappole di un facile folclore». Così in una lunga recensione apparsa su «Libération» del 14 febbraio Marc Semo saluta la pubblicazione in Francia de
La ronde del Costantino di Carmine Abate, tradotto da Nathalie Bauer per uno dei maggiori editori francesi, Seuil.
La ronde de Costantino è la traduzione de
Il ballo tondo, il primo romanzo di Carmine Abate, lo scrittore italo-albanese originario di Carfizzi, in provincia di Crotone, apparso nel 1991 da Marietti e ripubblicato in una nuova edizione riveduta dall'editore Fazi lo scorso anno. Un romanzo che è stato accolto con successo dalla critica e dal pubblico. Lo stesso successo che ha incontrato il secondo romanzo di Abate
La moto di Scanderberg, pubblicato sempre da Fazi nel 1999, che lo ha riproposto in edizione economica l'anno successivo, e che la critica ha accolto come una «rivelazione», parlandone come di uno dei migliori romanzi delle ultime annate letterarie. Dopo aver ricostruito le vicende del romanzo, la storia tormentata della famiglia di Costantino Avati, che si intrecciano con quelle dell'intera comunità di Hora, un paesino di origine albanese situato nell'alto crotonese, raccontate con l'occhio di un adolescente, Semo rimarca l'atmosfera magica di quel mondo sospeso tra magia e leggenda, lo spirito di un popolo che difende ostinatamente la propria lingua e che ha saputo mantenere la propria identità pur essendosi integrato perfettamente nella nuova patria. Più articolata un'altra recensione, firmata da Frédéric Vitoux, apparsa sul prestigioso settimanale «Le Nouvel Observateur» del 24 gennaio scorso: «Il cinema italiano ha sempre saputo conciliare l'osservazione minuziosa, lo sguardo etnologico, dei suoi eroi più modesti con un gusto non meno smodato della favola o del sogno. Grazie a Carmine Abate, nato in Calabria, la letteratura italiana non ha niente da invidiare alla settima arte. Ma a dire il vero la magia e l'aspra realtà che impregnano ogni pagina de “La ronde de Costantino” appartengono meno ai riti e alle leggende sul Mezzogiorno che alle antiche mitologie albanesi». Quello francese è dunque un ulteriore riconoscimento per questo scrittore quarantasettenne, che ha vissuto sulla propria pelle l'esperienza dell'emigrazione in Germania, e del quale a giorni sarà in libreria il suo nuovo romanzo,
Tra due mari, stavolta edito da un colosso come Mondadori. Un romanzo ambientato in Calabria, ma non nei paesi arbëresche, dove il protagonista torna in una sorta di viaggio di scoperta alla ricerca di se stesso. Un romanzo che riserverà molte sorprese, e non solo per le tematiche affrontate. I riconoscimenti francesi per quello che è sicuramente uno dei più interessanti narratori italiani delle ultime generazioni, e che giungono poco prima dell'apertura del Salone del Libro parigino, dove l'Italia sarà l'ospite d'onore, seguono il successo che
Il ballo tondo sta riscuotendo in Germania, dove è stato pubblicato dalla monegasca Piper, e al quale, tra gli altri giornali, la «Frankfurten Allgemaine» ha dedicato una lunga e molto favorevole recensione. Anche per questo giornale il dato più rilevante del romanzo di Abate è la sua straordinaria capacità narrativa sospesa tra passato e presente, tra mito e realtà, che amplifica i singolari personaggi immersi in un alone quasi leggendario. La critica e l'editoria francesi, sempre attenti alla narrativa italiana contemporanea, non potevano dunque trascurare l'opera di questo scrittore (e in Francia è anche in traduzione, presso lo stesso Seuil, l'altro romanzo di Abate,
La moto di Scanderbeg) la cui prosa nella recensione su «Le Nouvel Observateur» è elogiata per la sua nitidezza: «Una calma ebbrezza illumina la prosa di Carmine Abate», del quale si tessono le lodi per aver saputo orchestrare le vicende narrate da Costantino, con «leggerezza poetica e tenera», e dove il piccolo paese di Hora è tratteggiato con lirismo nell'ostinata fierezza delle sue tradizioni e della sua «lingua misteriosa». Ma ciò che più ha colpito la critica d'oltralpe è la mancanza di quella liturgia folclorica che ha inquadrato la Calabria di un primitivismo e di un arcaismo spesso stucchevoli, di quel piagnisteo che invece nelle opere di Abate si trasforma in una memoria viva, magica, narrata con lirica affabulazione che amplifica il ritmo del racconto, le vicende di questo centro, Hora, di origini albanese con la sua storia e il suo orgoglio. L'orgoglio di appartenere e di voler narrare, come un vecchio cantastorie: i due caratteri delle opere di Carmine Abate. Al quale va riconosciuto un altro grande merito: di aver saputo narrare questa regione superando i vecchi schemi di tanta letteratura tardoneorealista degli ultimi decenni e senza quell'ammiccamento pietistico che spesso ha finito con il non raccontare la Calabria, ma solo tratteggiarla con schemi manierati.

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