ARBERIA, NATURA, BIRRA E ROCK
di Pino Cacozza
Difficilmente mi permetto di esprimere
opinioni su prodotti musicali del nostro mondo arbëresh. Mi tengo
accortamente e diplomaticamente osservatore attento e critico nei
confronti di una produzione artigianale, che negli ultimi 5 lustri
tanto ha contribuito alla rinascita di una etnicità assopita, che
nel far musica e canzone ha ritrovato la spinta per andare avanti,
per arricchire la sua specificità linguistica e promuovere la sua
cultura. Sarà poi che ho fatto e faccio canzone anch’io. E ciò mi
blocca, mi zittisce e mi porta a riflettere in solitudine.
Eppure oggi, davanti a questo CD della Peppa
Marriti Band, prodotto da Radio Epiro, mi tolgo il cerottone dalle
labbra e vi narro la mia.
L’evoluzione così equilibrata presente in
“Rock Arbëresh” (è questo il titolo dato alla compilation) e la
giusta mistura tra musica/parole, strumenti/voci e
modernità/tradizione ne fanno un tassello importante e significativo
nel panorama della nuova canzone arbëreshe.
Nella Peppa rivedo una notevole continuità con
quanto avviato negli anni ’80 da me e dalla Cooperativa Musicale
Arbëreshe, quando ci avvicinammo alla tradizione popolare per
scavarla dalle radici e trasformarla nelle ramificazioni, per
parlare ai giovani di allora con un linguaggio appropriato,
accettato, condiviso. E molti ci seguirono.
Ai giovani di oggi si rivolgono i componenti
della PMB con gli stessi intenti, a 25 anni di distanza. E molti li
seguono, con la stessa grande voglia di sentirsi partecipi
dell’atmosfera etnica suscitata. E l’accostamento è dimostrato dalla
ulteriore rivisitazione di Rrini mirë se jam (jem) e vemi, proposta
dalla CMA negli anni ’80 ed oggi dalla Peppa in una versione ancor
più decisamente vibrante come brano di chiusura di questo CD.
“Rock Arbëresh” è una raccolta di 10 pezzi,
pervasi di ispirazioni rock, ma non troppo, dove strumenti e voci
giocano e danzano con i ritmi della natura. Tutti ben selezionati e
distribuiti in un percorso che attira e coinvolge. Un rock che si
veste di ingredienti nostrani e tradizionali, dove c’è spazio anche
per il vjersh e la melodiosa creatività popolare.
Si parte con “E para”, il brano che mi ha
maggiormente colpito, un bel canto, dolce e soave come la brezza
marina che accompagna il viaggio della speranza, un inno
all’ottimismo, un po’ come “Këndoni gra e burra, këndoni me ne, se
lot i venë mirë vetim patrunit” o “Spunta la luna dal monte”, dove
l’alba del domani diventa sorriso, forza di lottare per continuare a
vivere.
In “Ohj Manu Chao!”, seconda nell’album, c’è
rock, balcanità e ciò che De Rada chiamava “versi” e la
canzone diventa così la più arbëreshe nell’insieme, nei
contenuti e nei propositi.
E poi di seguito “Një petrit” un rock un po’
fuori dal genere, “Ruajta”, una preghiera tra lo sconforto, la
rabbia e la rassegnazione, “Shkò mbë shpi baby”, una tarantellata
sicuramente molto coinvolgente.
E mi fermerei un istante sulla sesta proposta,
“Vjershët”, che di “versetti arbëreshë” non ha nulla, ma, dopo una
struggente e nostalgica introduzione musicale che ne fa immaginare
l’epoca, diventa una ballata festosa alla “Fest’e madhe”, alla “Kjo
është festa më e bukur çë ka Arbëria”, in versione
rock-mediterraneo, con strofette testuali un po’ prese dalla
tradizione, un po’ estemporaneamente inventate.
E poi “Nat-dit”, un canto dove natura senza
tempo e voglia di stare insieme diventano potenza, che “nessuno
può dividere”.
Ma l’altro capolavoro è “Vajte”, uno
struggente canto funebre moderno, nel quale tutti gli strumenti
partecipano al dolore della morte; gli stridenti ritmi iniziali
sembrano mani unghiose che graffiano un viso disperato, la voce
canta la perdita, ripetendo all’infinito le solite laceranti
espressioni, diventando urlo di rabbia, di impossibilità, e la
speranza lascia posto all’abbandono.
Ma c’è subito “Shahàli”, che riporta un po’
d’allegria, magari con una bella bevuta di birra, quella paesana e
naturale scelta di evadere dalla quotidianità.
E il CD si chiude con il già citato “Rrini
mirë se jam e vemi”, un canto tradizionale riproposto “alla
Cooperativa”, con un’ esaltante esecuzione strumentale, che
evidenzia tutte le grandi qualità di una band di amici, amanti
dell’essere, rispettosi della tradizione, seri nella
professionalità.
L’insieme è frutto del grande gioco della
musica, dove testualità, ritmo e melodia s’incontrano in un gustoso
mélange. Nelle parole c’è la semplicità poetica di chi trova nella
Natura la fonte d’ispirazione primaria; il cielo, il mare, la terra,
il vento, le nuvole, l’amore, la vita, la morte sono gli ingredienti
principali. Nella musica c’è quel corpo giovane pervaso dalle nuove
tendenze, stili anglo-americani, afro-mediterranei, est-europei ben
amalgamati e pervasi di genuinità popolare; ma c’è anche l’anima
d’una cultura etnica albanese che resiste, si trasforma e
sopravvive.
Ecco quanto
vi vedo dentro: Arberia, Natura, Birra e Rock. L’Arberia per
rivendicarsi, la Natura per ispirarsi, la Birra per evadere, il Rock
per comunicare.
Pino Cacozza