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ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  

Dy fjalė   Settembre 2003

dall' index

L’Arbėria č fatta! Ora facciamo gli arbėreshė!

Questo periodo lo ricorderemo a lungo. Per tre motivi che diventano essenzialmente importanti, visti dalla mia ottica.

 

1) Finalmente la Regione Calabria, dopo anni di snervanti attese, tribolazioni e ripensamenti, il 20 ottobre alle ore 22,20 ha approvato, con qualche piccolo emendamento finale, il disegno di legge unificato riguardante la tutela delle tre minoranze linguistiche storiche presenti nel suo territorio, le etnie albanese, grecanica e occitana.

Per saperne di pił vi invito a visitare l’apposito spazio aperto da tempo su questo nostro portale all’indirizzo www.arbitalia.it/legislazione/calabria/home.htm.

Certamente non sarą una grande legge, non farą contenti tutti e non riuscirą a soddisfare le aspettative di tanti, ma legge č. E le leggi col tempo si possono migliorare ed adeguare alle varie e nuove esigenze. Allora si puņ gioire ed affermare a gran voce che l’ albanesitą, tante volte dimenticata, calpestata, derisa ed umiliata, ora viene adeguatamente riconosciuta, anzi rappresenta un patrimonio da tutelare e valorizzare, una peculiaritą della regione e del territorio nazionale.

Una serie di norme che vi invito a leggere e studiare, soprattutto per renderci effettivamente conto di quel che siamo e che possiamo fare, da dove possiamo partire e dove tentare di approdare.

Io, sinceramente, parafrasando frasi ben pił celebri, ritengo che fatta l’Arberia, si debba lavorare per fare gli arbėreshė. Ed č proprio un gran e bel lavoro.

Bisognerą crescere e maturare un po’ tutti, dai politici agli operatori culturali, dagli imprenditori alle casalinghe, dagli artisti all’uomo della strada, dagli anziani ai bambini, dalle istituzioni alle associazioni, affinchč da una strategia comune ed unitaria possa nascere il nuovo arbėresh, l’arbėresh del futuro, l’arbėresh del terzo millennio, quel cittadino fiero ed orgoglioso della sua identitą che da questa nuova condizione e situazione possa partire per avviare un percorso nuovo della propria esistenza.

 

2) Il giorno precedente a questo grande evento, Domenica 19 Ottobre, davanti ad una folla straordinaria nella quale si intravedeva ogni tanto una timida, ma vivace bandiera rossa con l’aquila bicipite al centro, veniva proclamata beata la bella figura di Madre Teresa di Calcutta, albanese di origine e di temperamento. Una piccola donna baciata da Dio che lancia al mondo intero la sua parola di pace e di amore, una povera donna albanese, con i segni e le rughe d’un popolo martoriato dalla storia, che dona fede e riscatto ad una nazione culturale, che in lei identifica la sua voglia di sopravvivere e di proiettarsi nel futuro.

L’Arbėria intera dovrebbe dare alla Beata Madre Teresa il posto che merita e le spetta. Per questo lancio la proposta a tutte le comunitą albanofone di adoperarsi affinché nelle nostre Chiese, nelle nostre strade o piazze risultino evidenti i segni di questa devozione. Un’icona, una statua, un qualcosa che fermi il tempo e lasci lo spazio alla preghiera.

L’Arbėria fa della Beata Madre Teresa un simbolo moderno della propria religiositą e della propria essenza.

Vi invito intanto a riflettere sulle considerazioni evidenziate dall’avvocato Vincenzo Iapichino nell’ intervento pubblicato in questo spazio web intitolato “Madre Teresa, l'amore innestato nella caparbietą albanese.”.

3) In questo passato mese di Ottobre, dal 2 al 6 con esattezza, si sono svolte le celebrazioni ufficiali dedicate alla figura di Girolamo De Rada a 100 anni dalla morte. L’amministrazione comunale di San Demetrio Corone e l’Universitą degli Studi della Calabria hanno messo in piedi una settimana di eventi, convegni, mostre, declamazioni poetiche e rassegne artistico-culturali con la presenza del fior fiore della inteligentia albanese internazionale, professori universitari, poeti, scrittori ed artisti. Il centenario deradiano č servito a dare nuovo impulso alla produttivitą arbėreshe e a stimolare le nuove genti alla ricerca del tempo perduto. Grande č stato il successo riscosso dal gruppo artistico Zjarri i ri, sorto dalle viscere del vecchio Gruppo Zjarri (1970) del compianto papas Giuseppe Faraco. Nella serata di apertura delle celebrazioni svoltasi a Cosenza, il nuovo gruppo da un mio soggetto ha portato in scena il recital “De Rada e Milosao”, segnando una tappa importante nell’ evoluzione dell’arte musicale e teatrale arbėreshe con un prodotto artistico che mescola sapientemente e dosatamente poesia, musica, recitazione, canto ed immagini pittoriche. Per saperne di pił vi consiglio di visitare il sito internet www.zjarri.it.  

In attesa delle richieste che nei prossimi giorni porteranno il neo gruppo a Lecce, Venezia, Torino, Roma e Milano, questo recital ha avuto una replica al Teatro del Collegio di Sant’Adriano la sera del 1 novembre scorso, in occasione di una manifestazione organizzata dalla locale Proloco in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di San Demetrio Corone e le associazioni culturali Radio Shpresa, Arbitalia ed Arberia, dedicata alla figura del gią citato papas Giuseppe Faraco a 5 anni dalla scomparsa.

Gli ospiti presenti hanno brevemente sottolineato il grande ruolo svolto da Don Giuseppe nel periodo 1964/1998 nella comunitą di San Demetrio Corone e nella mondo albanese. Grande uomo, di chiesa e di vita, promotore ed ispiratore di nuove tendenze, giornalista, ricercatore, fondatore di Zjarri (Il fuoco), che, aldilą d’una ricercata rivista o di un brillante gruppo folk, č ben presto diventato un movimento di cultura e di pensiero che ha notevolmente promosso e condizionato il periodo della nuova rinascita arbėreshe.

Io, povero ed a volte infedele discepolo della sua scuola, lo piango e lo rimpiango. Alla nostra Arbėria, a questa Arbėria che va alla ricerca degli arbėreshė, manca la sua figura, chiara, limpida, sorridente, ma ancor pił stimolatrice e propulsiva.

Nella manifestazione celebrativa del 1 novembre scorso ho avuto modo di recitare una mia poesia dedicata a don Giuseppe Faraco, scritta la sera prima per l’occasione. Mi sono commosso e credo di aver commosso i presenti, non per la validitą delle mie parole, ma per le immagini ed i ricordi che hanno suscitato nella nostra mente, una mente semplice e libera, come don Giuseppe la voleva. La ripropongo di seguito.

Alla prossima.

Pino Cacozza

 

ZOTIT XHUZEP

  

mangon, oj Zo’

mangon faqa jote e kuqe

I vogėl burr i madh.

mangonjen ata sy tė thellė

Ato fjalė me besė.

 

kam pėrpara kur arrvove

E na mbėsove tė fjisim me Krishtin

Tue kėnduar e tue vallėzuar

Bashkė me Krishtin

Ēė lehej ato ditė, kriatuar me ne.

 

E Ti kėndonje e vallėzonje

E tė kam pėrpara xhenerall

I ushtrisė me dele e dhi

E njė mėnder kaciqe tė lirė.

 

Shkove pėrpara syvet

Si kometė lajmėtare

E lireve buken te tryeza

Veren te qelqi

E njė mėnder kaciqe tė urėm e tė etur.

 

E shkove si shkeptim pa gjėmuar

Xathur dhe i qetėm

kėpucėt te dera gati pėr tė ikur

 

E na lireve me tru tė pjotė

Me qellime tė ndryshme

Me shpirtin hapt

bashkuar nė rrėnj

Kaciqe tė kuq, tė bardhė e tė zi.

 

E Ti, fshatar i dobėt dhe i fort

Si ajri i Shėn Mitrit  nė vjeshtė.

E na, fjeta e farė tė shprishur

Si lule nė pranverė.

 

Biltė e tua.

Bilė tė rritur nė motin ēė nise.

 

Na mangon, oj Zo’

Na mangon faqa jote e kuqe

I vogėl burr i madh.

Na mangonjen ata sy tė thellė

Ato fjalė me besė.

 

E na rri pėrpara

Buzėqeshje nė jetė e nė vdekje

Dritėsore e ėnderravet

Mullir i mendimevet

Zjarr te zėmra.

 

A DON GIUSEPPE

  

Mi manchi, Padre

Mi manca il tuo volto rosso

Piccolo uomo grande.

Mi mancano quegli occhi profondi

Quelle parole di fede.

 

Ti ho davanti quando sei arrivato

E ci hai insegnato a parlare con Cristo

Cantando e ballando

Insieme a Cristo

Che nasceva in quei giorni, bambino con noi.

 

E Tu cantavi e ballavi

E ti ho davanti generale

Di un esercito di pecore e capre

E un gregge di capretti liberi.

 

Sei passato davanti agli occhi

Come una cometa annunciatrice

E hai lasciato il pane in tavola

Il vino nel bicchiere

Ed un gregge di capretti affamati ed assetati.

 

E sei passato come fulmine senza tuonare

Scalzo e silenzioso

Con le scarpe alla porta pronto ad andar via.

 

E ci hai lasciato mente piena

Con intenti diversi

Con lo spirito aperto

Uniti nelle radici

Capretti rossi, bianchi e neri.

 

E Tu, contadino debole e forte

Come il vento di San Demetrio in autunno.

E noi, foglie e semi sparsi

Come fiori in primavera.

 

Figli tuoi.

Figli cresciuti nel tempo che hai avviato.

 

Ci manchi, Padre

Ci manca il tuo volto rosso

Piccolo uomo grande.

Ci mancano quegli occhi profondi

Quelle parole di fede.

 

E ci stai davanti

Sorridente nella vita e nella morte

Finestra dei sogni

Mulino dei pensieri

Fuoco nel cuore.

 

 

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