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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

Dy fjalë   Settembre 2003

dall' index

La lezione dei “Furlan”

Un mio caro amico mi ha suggerito di parlare e di intervenire maggiormente nei fatti, negli eventi, nelle discussioni. Forse perché, ascoltando una mia rara e pacifica disquisizione estiva, quel mio "tono pacato, cordiale, semplice, sorridente, onesto, anche se a volte ironico e pungente", come l’ha definito, gli ha fatto ritornare a galla le “storielle” del nonno davanti al focolare d’un tempo, davanti agli occhi aperti di bimbi incantati. Sarà. E comunque la voglia di parlare m’è venuta davvero.

La trascorsa stagione è stata straordinariamente calda. Calda in tutti i sensi. Per tutti.

Ma noi arbëreshë, animali rari in via d’estinzione, la ricorderemo anche come l’estate delle 5 giornate di San Cosmo Albanese, con le belle esibizioni di gruppi etnici nostrani sul tema del matrimonio albanese, con la giusta e meritata vittoria del Gruppo “Shqiponjat” (Le Aquile) di Santa Sofia d’Epiro.

La ricorderemo, poi, per i tanti concerti, che hanno ravvivato le piazze albanesi con le performances di Ernesto Jannuzzi, di Michele Baffa, di Alfio Moccia, di Silvana Licursi, di Vuxhet Arbëreshe, della Peppa Marriti Band e di tanti altri, oltre questo imperterrito Cacozza, vecchio cantore delle cose e dell’animo resistenti alle "contaminazioni" del mondo.

E la ricorderemo, infine, per la ventiduesima edizione del Festival della Canzone Arbëreshe, grandiosa anche senza la mia presenza, per la meritata e totale vittoria del giovanissimo Egert Pano, figlio di Piro, talentuoso compositore ed orchestratore albanese,  e per la serata dedicata all’incontro-scambio con l’etnia friulana, con i “Furlan” del Friuli, minoranza forte e ricca.

Su questo ultimo evento vorrei soffermare l’attenzione di tutti. Per dire la mia su ciò che era nelle intenzioni degli organizzatori e per evidenziare i pensieri che sono balenati nella mia mente seguendo il dibattito e le illustrazioni dei relatori.

Certo è che la porta alle altre etnie era già stata aperta negli anni passati con la presenza al Festival dei grecanici della Puglia e degli occitani di Guardia Piemontese, avviando quei segnali di apertura e di confronto con le altre minoranze storiche riconosciute dallo Stato Italiano. Le intenzioni degli attuali organizzatori sono state allora continuative e visibilmente legate al nuovo percorso avviato dalla precedente direzione artistica. E forse anche in tutti i sensi e per altri aspetti.

Eppure la serata-incontro di questa edizione ha avuto una sua particolarità. Quella di stupire. Di suscitare da una parte tanta ammirazione nei confronti di un’altra etnia e dall’altra tanta rabbia nello scoprirsi così piccoli e insignificanti.

Dal confronto siamo usciti perdenti. Furlan 2 – Arbëreshë 0. In casa.

Perché questo? Mi sono chiesto. Chiediamocelo ancora. Chiedetevelo.

Io penso che un po’ tutti noi arbëreshë, gelosi, invidiosi, individualisti sfegatati, siamo ossessionatamene attaccati così tanto alla nostra gobba da trascurare ciò che pulsa davanti al nostro petto. Abbiamo tutti il difetto di parlare troppo del nostro ieri e per nulla del nostro oggi.

Quando ci chiedono “Ju kush jini? - Voi chi siete?”. Subito attacchiamo la solita pippa. Siamo figli di Skanderbeg…..Siamo qui da 500 anni…I nostri paesi, là sulle montagne…i nostri costumi…e la lingua….e le ridde…i vjershë…De Rada….il collegio di Sant’Adriano…e bla bla bla. Tutte storie vecchie, trite e ritrite, che non portano che nostalgia, malinconia e noia. Tanta.

I “Furlan” nell’illustrarci la loro presenza culturale hanno usato immagini della loro attualità. Hanno parlato di ciò che essi fanno ed hanno ora, adesso. Giornali, riviste, siti internet, scuole, gruppi musicali, cantanti, festivals etnici, poeti, scrittori... Testimonianze di una cultura viva, vitale, presente.

La nostra è sembrata morta, defunta, stecchita.

Nessun arbëresh osa parlare e "vantarsi" di ciò che siamo. Di quello che facciamo adesso.

Eppur tanto si muove, fermenta e germoglia nella nostra piccola Arbëria.  Abbiamo giornali e riviste, siti internet come Arbitalia ed altri ancora, tanti cantanti e cantautori, i nostri poeti e scrittori, i nostri artisti, i nostri festivals… Testimonze di una cultura non riconosciuta.

Noi arbëreshë, testardi, viviamo chiusi nel guscio dell'egoismo e della rivalità, non apprezziamo il vicino di casa, non valorizziamo noi stessi, preferiamo semmai sbattere le porte al nuovo e rannicchiarci attorno alla cenere d’un fuoco spento.

Una cultura, cari amici, è viva quando vive del suo presente, al di là del passato, con tutto il rispetto e la considerazione dovuti. Un popolo ha il passato nell’anima, ma è nel presente che evidenzia la propria creatività.

Questa bella lezione dei Furlan ci serva da stimolo per modificare il rapporto con noi stessi e magari per cambiare rotta.

Smettiamola di vegetare, deponiamo le armi del menefreghismo controproducente, schiacciamo la boriosa invidia che ci deturpa, abbandoniamo l’assurda convinzione di essere nullità e guardiamoci attorno.

In mezzo a noi, nel cuore della nostra Arbëria c’è l’essenza della nostra vita e della nostra cultura. E non vergogniamoci di accettare il presente per costruire il futuro. A testa alta. Orgogliosi di ciò che fa il nostro vicino (poeti, scrittori, giornalisti, cultori, letterati, musicisti, cantanti, pittori, scultori......) come l’opera ultra ventennale dei tanti artisti legati alla straordinaria novità del Festival della Canzone Arbëreshe.

Scopriamo la fierezza, la tenacia e la consapevolezza di appartenere ad una antica cultura, che nell’andare avanti si rinnova e si camaleontizza.

Bisogna soltanto crederci. Perché dalla consapevolezza di ciò che siamo, nasce la nostra ricchezza.

Alla prossima.

Pino Cacozza

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