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La lezione dei “Furlan”
Un mio caro amico mi ha
suggerito di parlare e di intervenire maggiormente nei fatti, negli
eventi, nelle discussioni. Forse perché, ascoltando una mia rara e
pacifica disquisizione estiva, quel mio "tono pacato, cordiale, semplice,
sorridente, onesto, anche se a volte ironico e pungente", come l’ha
definito, gli ha fatto ritornare a galla le “storielle” del nonno davanti al
focolare d’un tempo, davanti agli occhi aperti di bimbi incantati. Sarà. E
comunque la voglia di parlare m’è venuta davvero.
La trascorsa stagione è stata
straordinariamente calda. Calda in tutti i sensi. Per tutti.
Ma noi arbëreshë, animali rari in via
d’estinzione, la ricorderemo anche come l’estate delle 5 giornate di San
Cosmo Albanese, con le belle esibizioni di gruppi etnici nostrani sul tema
del matrimonio albanese, con la giusta e meritata vittoria del Gruppo
“Shqiponjat” (Le Aquile) di Santa Sofia d’Epiro.
La ricorderemo, poi, per i tanti
concerti, che hanno ravvivato le piazze albanesi con le performances di
Ernesto Jannuzzi, di Michele Baffa, di Alfio Moccia, di Silvana Licursi,
di Vuxhet Arbëreshe, della Peppa Marriti Band e di tanti altri, oltre
questo imperterrito Cacozza, vecchio cantore delle cose e dell’animo
resistenti alle "contaminazioni" del mondo.
E la ricorderemo, infine, per la
ventiduesima edizione del Festival della Canzone Arbëreshe, grandiosa
anche senza la mia presenza, per la meritata e totale vittoria del
giovanissimo Egert Pano, figlio di Piro, talentuoso compositore ed
orchestratore albanese, e per la serata dedicata
all’incontro-scambio con l’etnia friulana, con i “Furlan” del Friuli,
minoranza forte e ricca.
Su questo ultimo evento vorrei soffermare
l’attenzione di tutti. Per dire la mia su ciò che era nelle intenzioni
degli organizzatori e per evidenziare i pensieri che sono balenati nella
mia mente seguendo il dibattito e le illustrazioni dei relatori.
Certo è che la porta alle altre etnie era
già stata aperta negli anni passati con la presenza al Festival dei
grecanici della Puglia e degli occitani di Guardia Piemontese, avviando
quei segnali di apertura e di confronto con le altre minoranze storiche
riconosciute dallo Stato Italiano. Le intenzioni degli attuali
organizzatori sono state allora continuative e visibilmente legate al
nuovo percorso avviato dalla precedente direzione artistica. E forse anche
in tutti i sensi e per altri aspetti.
Eppure la serata-incontro di questa
edizione ha avuto una sua particolarità. Quella di stupire. Di suscitare
da una parte tanta ammirazione nei confronti di un’altra etnia e
dall’altra tanta rabbia nello scoprirsi così piccoli e insignificanti.
Dal confronto siamo usciti perdenti.
Furlan 2 – Arbëreshë 0. In casa.
Perché questo? Mi sono chiesto.
Chiediamocelo ancora. Chiedetevelo.
Io penso che un po’ tutti noi arbëreshë,
gelosi, invidiosi, individualisti sfegatati, siamo ossessionatamene
attaccati così tanto alla nostra gobba da trascurare ciò che pulsa davanti
al nostro petto. Abbiamo tutti il difetto di parlare troppo del nostro
ieri e per nulla del nostro oggi.
Quando ci chiedono “Ju kush jini?
- Voi chi siete?”. Subito attacchiamo la solita pippa. Siamo figli di
Skanderbeg…..Siamo qui da 500 anni…I nostri paesi, là sulle montagne…i
nostri costumi…e la lingua….e le ridde…i vjershë…De Rada….il collegio di
Sant’Adriano…e bla bla bla. Tutte storie vecchie, trite e ritrite, che non
portano che nostalgia, malinconia e noia. Tanta.
I “Furlan” nell’illustrarci la loro
presenza culturale hanno usato immagini della loro attualità. Hanno
parlato di ciò che essi fanno ed hanno ora, adesso. Giornali, riviste,
siti internet, scuole, gruppi musicali, cantanti, festivals etnici, poeti,
scrittori... Testimonianze di una cultura viva, vitale, presente.
La nostra è sembrata morta, defunta,
stecchita.
Nessun arbëresh osa parlare e "vantarsi"
di ciò che siamo. Di quello che facciamo adesso.
Eppur tanto si muove, fermenta e
germoglia nella nostra piccola Arbëria. Abbiamo giornali e riviste, siti
internet come Arbitalia ed altri ancora, tanti cantanti e cantautori, i
nostri poeti e scrittori, i nostri artisti, i nostri festivals… Testimonze
di una cultura non riconosciuta.
Noi arbëreshë, testardi, viviamo chiusi
nel guscio dell'egoismo e della rivalità, non apprezziamo il vicino di
casa, non valorizziamo noi stessi, preferiamo semmai sbattere le porte al
nuovo e rannicchiarci attorno alla cenere d’un fuoco spento.
Una cultura, cari amici, è viva quando
vive del suo presente, al di là del passato, con tutto il rispetto e la
considerazione dovuti. Un popolo ha il passato nell’anima, ma è nel
presente che evidenzia la propria creatività.
Questa bella lezione dei Furlan ci serva
da stimolo per modificare il rapporto con noi stessi e magari per cambiare
rotta.
Smettiamola di vegetare, deponiamo le
armi del menefreghismo controproducente, schiacciamo la boriosa invidia
che ci deturpa, abbandoniamo l’assurda convinzione di essere nullità e
guardiamoci attorno.
In mezzo a noi, nel cuore della nostra
Arbëria c’è l’essenza della nostra vita e della nostra cultura. E non
vergogniamoci di accettare il presente per costruire il futuro. A testa
alta. Orgogliosi di ciò che fa il nostro vicino (poeti, scrittori,
giornalisti, cultori, letterati, musicisti, cantanti, pittori,
scultori......) come l’opera ultra ventennale dei tanti artisti legati
alla straordinaria novità del Festival della Canzone Arbëreshe.
Scopriamo la fierezza, la tenacia e la
consapevolezza di appartenere ad una antica cultura, che nell’andare
avanti si rinnova e si camaleontizza.
Bisogna soltanto crederci. Perché dalla
consapevolezza di ciò che siamo, nasce la nostra ricchezza.
Alla prossima.
Pino Cacozza