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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
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 COSTANTINO MARCO TRA FUMISTERIE STECCHE E INTERIEZIONI

LETTERA APERTA A ITALO C. FORTINO

 di Nando Elmo

 

Carissimo Professore,

se non avessi letto il tuo articolo su K. Y., che ne magnifica le qualità,  non mi sarei preso il mal di pancia di leggere il saggio di Costantino Marco su De Rada apparso in Microprovincia. Sono stati i tuoi elogi a spingermi alla lettura. Mi son detto: chissà, è forse la volta buona, Marco avrà scritto finalmente qualcosa di leggibile. Ma la provincia rimane micro, e nomina sunt numina. Micro la provincia abitata da Marco,  dove veramente non si produce niente che valga la pena - nonostante la buona volontà dei “faccendieri” letterari, o, forse, proprio per questo. In effetti non basta volerle le cose: se non si hanno le bombole d’ossigeno, i ramponi i chiodi le corde, l’allenamento necessario e soprattutto le physique du role, non basta volerlo per affrontare la montagna che ci si propone di scalare. Con la volontà e la buona volontà, si producono solo patacche. È quando di patacche se ne produce una al giorno….

            E qui , caro professore, dovrai spiegarmi alcune cose davanti alle quali mi pare tu non faccia una piega. Soprattutto  dovrai spiegarmi come si fa a prendere sul serio uno che si esprime senza il dovuto controllo logico dei pensieri, e con la tromboneria linguistica, e l’incerta padronanza grammaticale e sintattica, del nostro. Uno che mette su un teatrino simildotto col le donnine nude delle metafisicherie obsolete che vestono il tutù del razionalismo, dell’idealismo e dello storicismo (crociano? ancora?) delle belle speranze. Avanspettacolo naturalmente per consolarsi delle “sciagure  umane”: dall’astheneia plotiniana, alla foiblesse di Montaigne, fino all’ “incertissima natura umana” di Vico, e così via…

            Non entro nel merito della grandezza o del nanismo di De Rada – ma si veda a questo proposito, nello scritto di Marco, l’uso violento del verbo essere, che invece di arretrare per leggere metafore, che mettano al di là di ciò che appare, s’impone per “sostanzializzare” i giudizi – e proprio per questo a Marco resta preclusa ogni via di accesso a quel mistero che è la poesia  che si esprime più col non detto, che col detto, delle metafore.

Non ne so abbastanza del De Rada per affrontare il problema del suo “valore”. Entro invece nel merito della tenuta dello scritto di Marco.

            Tanto per incominciare, come si fa a valutare chiunque, e soprattutto un poeta, partendo da giudizi immotivati, come quello che condanna uno scrittore per non essere egli d’accordo con lo “spirito del tempo”(ancora?)?

            Quanti sono gli “inattuali” nel campo delle umane lettere, dal nostro Leopardi (per non parlare del solito De Maistre, del solito Schopenhauer, che per questo fu “maestro”, e del solito Nietzsche) al tanto “mentovato” Vico, che Marco non “neglige” di mettere vicino a Cartesio, quasi i due fossero intercambiabili?

 Se dovessimo censurarli per questo, quanti scrittori e poeti e filosofi e artisti dovremmo mandare al macero: c’è necessità d’elencarne ancora, oltre i “mentovati”? Quanti poi non sono stati corrivi alle “magnifiche sorti e progressive” annunciate dalla ragione illuministica, che nel caso nostro è, però, tutta di Marco, per come egli la declina, istituendo assiologie ingiustificate (di qua gli italogreci civili, di là i barbari iatloalbanesi, di qua i civili illuministi, di là i barbari che non hanno conosciuto l’illuminazione del sole occidentale – vedi i pravi musulmani)? Nella maniera dilettantistica in cui lo declina lui, l’illuminismo è un puro flatus vocis, un pio desiderio che si perde nel fumo delle polemiche pretestuose, da regolamento di conti, che il nostro frequenta con costanza. Con due ossessioni: la modernità (ancora? in tempi post moderni?) e lo scientismo (ancora?) che dovrebbe concretarsi in una oggettività, che lui non riesce a conseguire per l’ingombrante pretenziosità stilistica, tutta soggettiva, dei suoi scritti.

            Marco non accetta che si bazzichi, pena gli anatemi, in altre parrocchie oltre quella illuministico risorgimentale,  magari di stampo massonico, di cui sembra un sacerdote. Come tale egli abita i dogmi di una laicità tutta sua. Ora, mi sembra che la laicità dovrebbe essere un disincanto (una libertà da qualsiasi pregiudizio) capace di porsi davanti al mondo senza quegli steccati che la rendono a sua volta una religione – vedi la laicità che fa un problema dei veli delle ragazzine musulmane nelle sue scuole (e magari accetta nelle sue università le suorine, anch’esse velate, ma in profumo di secolarizzazione): che razza di laicismo è mai questo, che non sa sedersi rilassato, come Emerson, accanto all’ “altro” (cito a memoria: “se anche lo sentissi bestemmiare Dio, non interverrei per non impedirgli di esprimere il suo pensiero”- che tradotto nel nostro laicismo suona: “difenderò tutti i crocifissi e tutti i veli dovunque essi vogliano esporsi”)? Laicità quella di Marco che ha la sua “teologia” nella intolleranza della religiosità, dunque un accecamento religioso: la religione della laicità: “ogni pensiero nasconde una teologia” (cito anche qui a memoria, Horkheimer: Eclisse della ragione. Einaudi).

            Il nostro Marco, dunque: accecato dalla sua laicità tardo risorgimentale aperta alle “magnifiche sorti e progressive”, e accecato dal razionalismo occidentale di una episteme che tutto vede tutto conosce, essendo ai suoi occhi tutto trasparente.

Razionalismo che, però, non ha fatto, e non si decide a fare i conti con la sua Krisis (per fare anch’io il dotto); che non fa i conti per davvero col pensiero scientifico tanto decantato, che si lega, però, solo all’abduzione, all’ipotesi, non scomodando più “Verità”, ma “verosimiglianza” - quasi obbedisse all’invito vichiano alla moderazione: “Attendiamo dunque alla fisica, ma da filosofi: il che vuol dire moderare il nostro animo” ( cito a memoria, Vico: “La Scienza Nuova”) . Il pensiero scientifico “serio” si lega, nel dubbio, solo ai dati statistici, sempre parziali, dei suoi esperimenti, che lo rendono molto sospettoso, tanto da mettere ogni suo risultato sub judice: ogni suo risultato è “funzionale” all’ipotesi soggettiva anticipata matematicamente che ne predetermina l’accadere statistico (verum ispum fictum?); non “vero”, in ogni caso, in maniera assoluta, ma sempre e soltanto per enne volte meno una – se così non fosse, secondo il positivismo logico, la scienza sarebbe o pura tautologia o metafisica, cioè pensiero “insensato”(cfr. A.J. Ayer: Linguaggio Verità e Logica, Feltrinelli). Per l’epistemologia moderna non basta una dimostrazione logica ben condotta per sostenere la realtà di ciò che in essa è pensato: c’è distanza tra la “formalizzazione” della realtà e la realtà in “carne ed ossa”. L’epistemologia moderna, poi, sa che tra le sue anticipazioni e i suoi esperimenti c’è un ospite ingombrante: l’interpretante…

Crisi dell’Occidente, Crisi delle scienze, Crisi del pensiero fondato e fondante, Eclisse della ragione, Dialettica negativa, Fine di ogni metafisica, di ogni pensiero deduttivo, Miseria dello storicismo, sono alcune delle croci del cimitero della modernità; “Sentieri che s’interrompono” (poi tradurrai tu in tedesco quest’espressione) perché fagocitati dal Maelström del naufragio del pensiero e della ragione, che voglia fondarsi andando appena un po’ più in là della sua strumentalità, del suo impiego ragionieristico nel commercio con le cose del mondo. È il caso, di nuovo, di scomodare queste inopportune presenze nella storia della ragione davanti al tribunale dell’illuminismo - presenze che dovrebbero mettere in guardia da qualsiasi supponenza? – in Aristotele la ragione è un Organon, uno strumento, che non fonda niente, tanto meno un illuminismo, dalla cui eventuale “fallacia” (come dice con penna alata Marco)  può tenerci al riparo, solo se sa lavorare fino in fondo, con onestà intellettuale, contro se stesso smascherando la parzialità delle sue acquisizioni, e rovesciando la nota formula hegeliana: “Ciò che è reale e irrazionale, ciò che è razionale è irreale” (Rensi:  Filosofia dell’assurdo, Adelphi)

            Ora io non so granché dell’uomo De Rada, ma da quello che mi pare di capire, egli forse frequentava queste regioni del pensiero, e questa “ragione altra”, che diffidava delle “magnifiche sorti e progressive”.

 Forse avvertiva la stessa diffidenza delle “speranze che accecano” di Eschilo: “Typhlàs en autoìs elpídas katôikisa”- Prom. 250 – se è vero, come afferma Marco, con lodevole luogo comune, in un suo precedente, famoso, quanto fumoso, saggio, che il poeta di Macchia “aveva ben assimilato i greci”(L’altra Europa, 1990, n.4). Ma se De Rada non è poeta, non lo è certo per questa ideologia pessimista, scettica e forse anche nichilista. E chi potrebbe impedirgli di essere, riprendendolo per questo, pessimista, scettico, nichilista – e per questo, come vuole Marco, “reazionario”?

            Strano che Marco non abbia misurato la grandezza o la piccolezza  della poesia di De Rada iuxta propria  principia, esaminando la tenuta, l’opportunità, l’efficacia di allegorie metafore simboli ecc, delle figure sintattiche ecc..., dei loci, valutando che il nostro poeta non si perda in banalità; proprio per quella “eterogeneità dei fini” che il nostro invoca, mi pare, a sproposito.  Ora il De Rada intendeva essere in prima istanza  “poeta”, di una epopea, appunto, di un mito – e chi poteva impedirglielo? E d’altra parte non sono proprio i miti, le “epopee”, che fanno da volano alla storia?

 L’ “umbra” - per usare un’espressione cara a un filosofo che farebbe la delizia del nostro; l’ “umbra” –  ci si siede sempre sotto un’ “umbra”, anzi tra due (sub duabus umbris – cito a memoria) che “tengano a bada” il sole di ogni “verità”, che sempre si ritrae dietro i “prodotti” umani; l’ “umbra”, sotto cui siede il De Rada è quella strana senza fini della poesia, del pensiero simbolico, che non si lega a nessun “così si fa”, “così si dice”, predeterminato. È  veramente ingenuo, trattando di poesia, riempirsi la bocca di “tensione etica”, di “tensione politica”, dopo Croce, dopo  Pareyson, dopo i processi all’estetica, dopo, in particolare, l’entrata in campo della semiologia e dell’ermeneutica…

             In ogni caso, e questa mi pare la mancanza più grave, Marco, tenendosi stretto al suo “linguaggio denotativo formalizzato della scienza (quale?)”, nel suo scritto non entra mai nel merito, per un esame dettagliato dell’opera di De Rada. Non cita mai uno scritto, una frase dei testi in italiano, che dice lui, non bisogna “negligere”. Si tiene lontano da questo esame con una fumosa indicazione di desiderata, una fumosa proposta di che cosa avrebbe dovuto essere il pensiero politico, politically correct, del De Rada. Ne valuta l’opportunità secondo lo “spirito del tempo”. Ma che c’entra questo con quell’“altrove” che è il mondo, se non della letteratura in genere, della poesia? E che c’entra con quell’“uomo politico” sui generis, che è il “poeta politico”? Gli eventi dell’ “uomo poeta” si compiono nel mondo spirituale simbolico, che è altrettanto “vero” del cosiddetto “reale”, di cui, in ogni caso, fa parte. Si compiono in una spontaneità e in un’autenticità ingiustificate, e mai eterodirette, che vanno “valutate” iuxta propria principia, appunto.

Che cosa fa invece Marco? Da buon, si fa per dire, “scienziato” anticipa la sua costruzione teorica su De Rada. Invece di far parlare il poeta di Macchia, parla lui stesso, monologando. Ciò che  noi vediamo non è De Rada, ma la costruzione teorica di Marco. Anticipazione teorica, dunque pre/giudizio.

             Io non so granché del poeta De Rada. Quando lo lessi all’Università di Roma, professori Kolliqi  e Gradilone, nei lontanissimi anni sessanta, mi parve uno di quelli con cui non si poteva perdere tempo (ma a quei tempi leggevo gli americani, come avrei potuto capire De Rada? Ma forse proprio per questo avrei dovuto capirlo: mi muovevo, anche tra gli americani, in ambito simbolico). Rimasi sotto quella cattiva impressione e ne scrissi anni fa (senza, colpevolmente, rileggere - perché non basta leggere, bisogna rileggere). E scrissi la mia critica negativa, quando Costantino Marco “perdeva il suo tempo” a tradurre il poeta arbëresh e a dedicargli un saggio, per così dire, positivo sulla sua rivista - L’altra Europa, 1990 -, a suo modo memorabile per l’ immancabile incontinenza verbale e la fumosità concettuale. Giudizio positivo; ma con questa riserva, d’esemplare chiarezza e rimarchevole qualità stilistica:La stessa condizione del De Rada, di essere figlio di un prete ortodosso (sic!), sembra rappresentare sul piano civile quello che si vuole intendere su quello ideale” (Che vuol dire?).

 Non solo. Fece leggere a Milano, in un’altra memorabile serata (dove la provincia veniva, con i suoi fasti  strapaesani, un po’ pacchiani, a misurarsi non con la grande città, ma con altrettanti provinciali di giro, lì residenti – io ero presente, ma in controfigura e girato dall’altra parte), il terzo canto del Milosao, presentandolo come una meraviglia.

Ora, non si perde tempo con un nano, né lo si presenta prima con delizia e poi con la supponenza attuale, magari concedendo graziosamente che “nessun verdetto è definitivo per gli uomini di buona volontà”, vivaddio – un modo di lanciare la pietra e nascondere la mano. Ma c’è da dire che ai tempi de L’Altra Europa, tempi di belle speranze, non si era ancora al regolamento di conti con Shqipetari e Arberischi, “barbari” che non riconoscono la maestà del maestro Costantino Marco.

            Ma dicevo di De Rada: mi era parso  che si ispirasse a quegli arazzi di cattivo gusto dove sono raffigurati bellimbusti in cappa e spada che s’incontrano con ingenue contadinelle presso fontane di arcadie improbabili - ma questo vuol dir poco, forse niente: non frequenta arcadie improbabili anche il Rapagnetta, sedicente Porfirogenito, che, nonostante tutto, è fior di poeta e di scrittore, iuxta principia poësiae e del pensiero simbolico?

Ho letto qualcosa di De Rada in italiano, un racconto, allontanandomene subito perché si esprimeva in una lingua che suona in qualche maniera come quella che ti torce lo stomaco del Tommaseo  (ma anche qui siamo nel campo del gusto – e siccome sono un dilettante non sono obbligato a leggere tutto). Uno scritto molto simile, per altro, nelle intenzioni stilistiche, a quelli del nostro Marco.

Che  è tornato, pure lui, a “grattarsi” nella sua “mitica” Lungro (altrettanto “inesistente” della Macchia in cui si rintanò De Rada). Grande ritorno a Lungro, dopo aver soggiornato (come dice la leggenda) nelle maggiori capitali europee e dopo aver incontrato i suoi colleghi professori delle università di Basilea, Tubinga e Heidelberg, dove si professava, secondo lo “spirito del tempo”,  il pensiero negativo, il pensiero del sospetto, da cui il nostro fuggiva inorridito – come fuggiva inorridito dall’università di Tirana, come si legge nell’altra memorabile opera sua Ahlem. Quegli “spiriti robusti” (per dirla come lui), gli stavano sottraendo “i valori”, in primis “la famiglia”, poi il Blut, e poi l’Heimat, e ancora la Gemainshaft (per dirla come lui – ma lui la “terragnità” la rimprovera a De Rada ).

E lui che cosa fa? Invece di affidarsi alla Gelassenheit, come suggeriscono quegli “spiriti magni” (sempre per dirla come lui) si ritira a Lungro per condurre, dice lui, la battaglia etico-politica, sostenuta da poderoso Gestell (per ridirla come, forse, la direbbe lui), per quei “valori” di cui in privato se ne sbatte – soprattutto della “buona volontà”, cui ora si concede, però, la sua Weltanshauung (per dirla come lui), la sua “al/lucinazione di mondo”(per dirla alla maniera nostra), partorita dalla volontà di potenza di un io, stupor mundi,  che trionfa sulle miserie di un’Arberia “barbara” e culturalmente arretrata e reazionaria nelle persone, soprattutto, dei suoi papades (per dirla come lui).

 “De mea re  agitur” dovrebbe, in questo senso, chiudersi lo scritto su De Rada di Marco che pone, anch’egli, un’abissalità irriducibile tra ciò che scrive e ciò che vive.

             Ma, caro Italo, giacché in qualche modo ci inviti a meditare alla maniera di Marco e di prendere in considerazione le sue tesi, ti prego di spiegarmi alcuni passaggi. Sgangherati linguisticamente, a mio avviso (ma io capisco poco, per definizione), incongruenti nella logica, infarciti di immotivate infiorettature in lingua tedesca - si ricorre a termini stranieri, o quando ci si mette sotto la tutela di un autore, o quando il corrispettivo italiano non copre la stessa area semantica, altrimenti il tutto suona gratuito, una forzatura da latinorum da Azzeccagarbugli, come in questo caso: “la perfezione artistica del Vollendung”: “la perfezione artistica della perfezione, la perfezione del perfezionamento”. Che vuol dire? Forse questo inciso andava costruito diversamente…

            In queste sparate Marco non si risparmia mai. E in questo passaggio, degno di Monsieur  de Lapalisse, è davvero insuperabile: “La stessa ideologia nazionalitaria, lo stesso nazionalismo democratico-liberale, senza il fondamento nazionalistico  non avrebbero avuto in sede locale alcuna ripercussione in termini etico-politici, mentre ne ebbero tantissima proprio in virtù di quello”.

            La callida junctura, di cui abbonda la prosa di Marco, nel tentativo di dire quello che non sa dire, è sempre una iattura, come in quest’altro luogo: “…S. Demetrio Corone, fucina intellettuale dell’intellettualità arbëreshe…”. Pare che gli si impegoli la penna nella volontà di strabiliare come qui: “…l’incubazione dell’oblio…”.

O ancora qui: ”Un popolo che non avrebbe (Sic!) voluto avere storia, e che viceversa avesse voluto pascolare nel mito della sua tradizionale epopea, non poteva (sic) fruire che di una lingua favolosa, la più distante (ma dove vive costui che ha fatto finta di tradurre Mallarmé? E finge d’aver letto Heidegger?) dal carattere denotativo dell’uso formalizzato della scienza moderna”.

A parte le stecche grammaticali, che l’orecchio, se non altro, dell’avveduto scrittore avrebbe dovuto avvertire per la stonatura sintattica (per molto meno all’ Opera, la piccionaia dei melomani parmensi grida:Ma va a caghèr”), mi spieghi tu, caro professore, che cosa significa tutto questo?

In questo ultimo caso siamo, pare al mio modesto comprendere, proprio difronte a un periodo senza senso. Rovesciamo la frase. Come avrebbe potuto un popolo che avesse voluto avere storia utilizzare come suo linguaggio quello denotativo dell’uso formalizzato della scienza moderna? Ma può, intanto, un popolo non avere storia – soprattutto da quando l’antropologia ci ha avvertito che hanno storia anche i popoli cosiddetti primitivi?  Come avrebbe potuto quel popolo che avesse voluto avere storia esprimerla fuori dell’uso connotativo, carico di metafore e di tutte le figure retoriche e simboliche (ogni nostra espressione è un’ “epopea”, un’interiezione) che  costituiscono il linguaggio comune e delle umane lettere? Le quali sono sempre frutto di una retorica (ma anche la scienza è una retorica, un’arte; com’è un’arte, un’estetica, un modo possibile d’interpretare il “mondo”, di “costruire mondi”, il “more geometrico” di Spinoza e il Tractatus altrettanto “geometrico” di Wittgenstein – basta citare Rorty e Feyerabend?), che non può essere formalizzata, altrimenti dovrebbe esprimersi con formule matematiche, riducendo tutto a numero, secondo il calculemus leibniziano. Forse Marco per linguaggio denotativo formalizzato intende quello teoretico iniziatico da addetti ai lavori, che si autolegittima, nel quale lui esprime solo quelle astrazioni, quei contenitori vuoti, che fanno appunto la formalizzazione. Un linguaggio dove dell’uomo reale, esistenziale, con tutto il suo carico (“sporco”, per niente formalizzato) di vita vissuta è niente. Puro nichilismo la sua formula strampalata: “L’uomo esistenziale non è nella storia”, la storia essendo, probabilmente, per lui, quella scienza che guarda solo a diagrammi cartesiani a entità metafisiche a pure forme ben rotonde nella loro verità sostanziale “epistemica” - e per questo superstiziosa (epi/steme = super/stitio).

 Ma se stanno così le cose, perché egli non ci  ha esibito, parlando di De Rada, assiomi e regole deduttive e un linguaggio i cui segni siano sempre semanticamente biunivoci, disambiguati, invece del presente scritto connotativo? Anche il nostro Marco, come De Rada, lontano dal linguaggio denotativo formalizzato della scienza? Anche lui vittima dell’ambiguità del linguaggio comune?

Per ora il nostro, inseguendo il mito della scientificità, lontano tuttavia da qualsiasi esprit de géométrie, e lontanissimo da ogni esprit de finesse, si produce, nel birignao simildotto da chierico (la sua cifra stilistica) in una lunga interiezione, in un lungo sbadiglio -.

Più su, nella stessa pagina, Marco scrive: “Rispetto a questo filone culturale modernista, l’esperienza del De Rada rappresentò il risveglio reazionario di una letteratura adagiata nel mito, negatore della legittimità del sapere scientifico, una prospettiva politico-sociale antitetica alla Gemeinshaft tradizionale”.

Tralascio il resto: “Mito”? “Modernismo”? “Legittimità del sapere scientifico”? E allora?

Sarà pure vero che il De Rada, o il popolo che non vorrebbe (sic!) avere storia, negano la legittimità del sapere scientifico formalizzato, ma è anche vero che Marco, dall’alto del  tutto suo tribunale (dopo Freud, Jung, Gödel, Russel e, perché no, Wittgenstein?), nega legittimità al pensiero simbolico, che la fa da padrone nella nostra vita. Sapere che sarà pure uno dei tanti, ma che sa ridurre a sé il sapere formalizzato scientifico, che è il simbolo, appunto, di quel mito che è la volontà di potenza, e di quella “malattia” che è la volontà di sapere totalizzante monologante della “scienza formalizzata”.

Ma, e se De Rada profeticamente stesse anticipando i nostri tempi in cui si è messo in scena tutto quel popo’ di Krisis (“spirito del tempo?”), sopra elencata, in cui uno dei personaggi principali ha sospirato: “La scienza non sa pensare”(poi tradurrai tu in tedesco), affidando il pensiero pensante (denkende Denken) al solo pensiero poetante (dichtende Denken), dunque simbolico, dunque “mitologico”, dunque “connotativo”. Altro che “ritardatario culturale”. Come ben sapeva Platone (che però non appartiene alla “spirito del tempo”) nel mito, nel linguaggio simbolico, si cela molto più sapere che in quello concettuale.

Certo il nostro amico usa spesso espressioni di grande spessore teoretico, come questa: “il sacrificio della ragione”. Ma di quale ragione? Di quella che consente di mettere in bella copia le proprie asserzioni confortate da una coscienza media aperta solo ai luoghi comuni del cosiddetto “sentire positivo”, dove si allucinano mondi di evidenze apodittiche, impermeabili a qualsiasi trascendenza; o di quella che  mette in crisi anche i propri fondamenti?

Probabilmente De Rada da buon “figlio di prete ortodosso” sapeva che “ho Theos emoranen ten sophian tou kosmou toutou” – Dio ha reso folle la sapienza di questo mondo (cito a memoria Paolo: 1 Cor, 1, 20). Forse De Rada era aperto a quell’altra sapienza che non è né greca né latina, né aristotelico tomista, né tampoco illuminista, che rompe la “calotta di ghiaccio”(si veda Weber), estesa sul mondo dal sapere denotativo formalizzato scientifico. Questione di gusti? Ma un critico avveduto non dovrebbe tenere conto di questa apertura di mondi possibili?

 “La meglio gioventù”, poi, la “modernista”, coeva del De Rada, (dal Crispi di belle speranze a tutta l’intellettualità meridionale in salsa galantomesca, che doveva poi confluire tutta nel fascismo, come oggi confluisce nel berlusconismo), “la meglio gioventù”, gattopardesca, cinica, illuminista di risulta, che rende il poeta di Macchia un nano, non è quella della borghesia, che fatti gli affari suoi, lasciò le plebi meridionali nello stato di soggezione, che ancora oggi, con tutto il berlusconismo liberal masson-piduista, tiene aperta la “questione” famosa?

 “La meglio gioventù”? Mito, soltanto mito. Di Costantino Marco, questa volta. Il quale non fa mai i conti col “radikale Böse” (per dirla come la direbbe lui) che sfonda ogni pretesa illuministica e ogni bella speranza.

 Andiamo avanti? O per carità di patria, e della micro provincia letteraria nostra, ci fermiamo qui? Fermiamoci qui, ma non senza domandarci che cosa abbia Marco contro i “semianalfabeti rimatori popolari”. Non è l’editore dei loro “umili cimenti domenicali”?

 Detto questo, rimane, però, il fatto che noi non siamo all’altezza dell’impenetrabile Costantino Marco. Altezza che non può essere sottoposta ad alcuna  verifica, per quanto ci sforziamo. Devo affidarmi solo alla mia ingenuità di bambino mai cresciuto, o di “canuto rimbambito”, che è la stessa cosa, per affermare che il re è nudo.

 Ma stando così le cose, giacché il nostro re è nudo, e il nostro illuminato illuminista, fa acqua da tutte le parti, mi posso permettere un modesto consiglio?

Teniamoci stretta la nostra barbarie. La nostra mansueta barbarie.

Dopo le magnifiche sorti e progressive di quel “pirata” illuminato che fu Colombo (v. Giordano Bruno, che seppe vedere); dopo le stragi illuminate di Pizarro per distruggere la barbarie degli Incas e degli Aztechi; dopo i macelli degli illuminati “nostri”, che portavano ai poveri nativi pellerossa la civiltà a stelle e strisce dell’illuminata “Democrazia” tocquevilliana, con incorporati un Dio integralista pistolero e  la civilissima pena di morte; dopo la razionalissima tratta dei negri; dopo tutte  le Shoàh e le Auschwiz della Storia; dopo i genocidi della foresta amazzonica con i doni avvelenati della nostra razionalissima e illuminata civiltà; dopo Hiroshima e Nagasaki; dopo Bush, Blair, Aznar, Berlusconi e i Ferrara di turno, compreso il nostro, esportatori di civiltà, non c’è nessun illuminismo che possa puntare il dito contro alcun oscurantismo e alcuna barbarie. Barbarie al cui interno naturalmente trova posto anche il nostro De Rada. Che  interpretato come un bluesman, che canta mondi impossibili e utopici come Platone, Tommaso Moro, Campanella, ritroverebbe, probabilmente, la sua grandezza – a patto che si sottragga la sua poesia  al (pre)giudizio dei bottegai di turno che sanno chiedere solo “quanto vale?”, soppesandone l’utile, per restituirla all’amore degli ermeneuti che ne sappiano ostendere, non spiegare, “i sensi” nascosti; e che sappiano soprattutto lasciarla dentro quell’inutile che scardina tutte le nostre sicurezze problematizzando tutta la catena delle nostre “utilità al fine” di una bassa “economia politica”.

Me shëndet e me miqësi

Nando Elmo

Rivarolo Canavese, gennaio 2004

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