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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
 

25° anniversario della morte

100° della nascita

di
GENNARO CASSIANI
Figura arbëreshe di primaria grandezza
Sul piano politico ha rappresentato il Meridione e la Calabria nel secondo dopoguerra

GENNARO CASSIANI

Statista e meridionalista calabrese

A luglio prossimo, precisamente il 14, si compiranno i primi 25 anni dalla morte di Gennaro Cassiani, le  esequie furono celebrate dall’allora  Arcivescovo di Rossano mons. Antonio Cantisani, e, in settembre, i cento anni dalla nascita, avendo visto la luce in Spezzano Albanese  il 13. 9. 1903.

Con questo modesto pezzo si cercherà di chiarire il “perché” e quale motivo spinga a parlare dell’uomo e, soprattutto, del politico: I tempi che viviamo sono, sotto taluni aspetti, così “miseri” e “mortificanti” che alcuni, forse troppo presto dimenticati, “padri della patria” e “giganti meridionalisti”, in questo caso di area cattolica, come Luigi Sturzo, Luigi Nicoletti, Antonio Anile, Salvatore Aldisio, Giulio Rodinò, Gennaro Cassiani, ecc., dovrebbero essere “riproposti”, per poter alimentare, specie nelle generazioni più giovani, speranza in un domani migliore, dove il mezzogiorno, di cui loro furono tanto tenaci “difensori”, possa, insieme alle altre parti del Paese, progredire nel segno di una vera “solidarietà nazionale”.

Figlio dell’avv. Ferdinando Cassiani, nato a Spezzano A. nel 1878 e morto a Cosenza nel 1935, scrittore, giornalista ed autore, tra l’altro, del volume “Spezzano Albanese nella tradizione e nella storia”, e nipote di Ambrogio Arabia, vissuto tra il 1858 ed il 1934, “sindaco di Cosenza democratica” dal 1913 al 1917, Gennaro Cassiani si laureò in Giurisprudenza all’Università di Napoli con una tesi, che non mancò di richiamare subito l’attenzione della polizia del regime, dal titolo “Il diritto di resistenza  individuale e collettivo – il diritto di ribellione”, avviandosi alla libera professione esercitata, come penalista, in un disinteressato impegno, soprattutto a favore dei poveri e degli ultimi della sua terra, fino alla fine.

Nell’affrontare le faticose campagne elettorali, la prima cosa che “sistemava” era di scrivere ai suoi assistiti, specie quelli che erano in carcere, per ribadire che non avrebbe trascurato i loro interessi.

Sull’onda dei ricordi, in un assolato pomeriggio estivo di quarantanni fa, mentre passeggiavamo sul viale che portava alla sua casa di Spezzano, mi chiarì che l’adesione alle “idee dei cattolici”, aveva avvertito forte, come molti giovanissimi del suo tempo, il richiamo socialista, si consolidò e divenne definiva, “allorquando una gelida sera d’inverno, aveva incrociato, lungo le strade mal illuminate della Cosenza di inizio secolo, un corteo di braccianti, fiaccole in mano, alla cui testa camminava un sacerdote, una sciarpa bianca al collo, don Carlo De Cardona, con il quale, poco dopo, aveva avuto modi di…parlare e a lungo”! Mi guardò, senza aggiungere altro.

Mi raccontò che, durante il passaggio, nel 1922, delle “squadre” fasciste, rientrate da Roma dopo la “marcia”, lungo il “rettifilo” a Napoli, ove era a pensione, non avendo altro “mezzo” per contestare, in qualche modo,  quella parata, “legò” ad una cordicella i calzoni del pigiama e le mutande e li fece “sventolare” sulle “impettite camice nere”, evitando, grazie ad un provvidenziale intervento della padrona di casa, la “spremuta” di olio di ricino che stava per essergli, poi, somministrata.

Fece parte dell’Azione Cattolica e, dopo essersi iscritto alla Federazione Universitaria Cattolica, ricoprì anche la carica di Presidente dei Laureati Cattolici.

Sposato con donna Maria Stancati, “tenace custode del domestico focolare”, dalla loro unione sono nati quattro figli, di cui tre viventi, Sandro, Ambrogio e Rita, mentre il primogenito, Ferdinando, è scomparso prematuramente, qualche anno fa.

L’allora Vescovo di Cassano allo Jonio, mons. Raffaele Barbieri, apprezzandone assai doti morali ed eloquio suadente, lo “obbligò”, per molta parte “dell’era fascista” e con paterna insistenza, a tenere, in tutte le parrocchie della diocesi, con una certa cadenza e fin dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, conferenze, dibattiti, riunioni, ecc.

Un compianto e caro amico, Nicola Corcione di Scalea, mi raccontava che, alla fine degli anni ’30, entrato per caso una fredda sera di dicembre in canonica, ove c’era un affollato incontro, era rimasto così “affascinato” dall’oratore, di cui ignorava il nome ma che seppe poi essere…un certo avv. Gennaro Cassiani, che si era fermato per oltre un’ora, rimanendo teso ed in bilico sulla sedia, a seguire i “quadri plastici” che il conferenziere andava “prospettando” ad un attento uditorio!

Ma, nella memoria, altri ricordi ancora si affollano, correlati a Scalea e dintorni: i più, relativamente, recenti “pomeriggi elettorali”, passati presso l’abitazione del compianto sindaco, Dario Bergamo, “regista” la padrona di casa, donna Maria, in attesa di qualche “comizio in piazza” o dei “risultati”, come, a S. Domenica, da Tommasino Riccardi o, a Tortora, da Nicola Guerrera o Guglielmo Grassi.

Fondatore, in Calabria, con don Luigi Nicoletti ed altri, della D.C., in rappresentanza della quale, per la regione, prese parte, nel 1944, al congresso di Bari dei Comitati di Liberazione, Gennaro Cassiani, eletto, terzo dopo Alcide De Gasperi e Rodinò, il 29.7.1944 al Consiglio Nazionale e alla Direzione del Partito, entrò a far parte, a dicembre dello stesso anno, del secondo governo Bonomi, come sottosegretario ai lavori pubblici.

Un altro “suo ricordo”, a tal proposito, così come me lo riferì: transitando lungo la “19 delle Calabrie”, sopra una malandata automobile d’epoca, per recarsi a Roma, “attesero” che, dai contrafforti lucani, li raggiungesse, a dorso di mulo, un giovane e sconosciuto “leader” cattolico del potentino, Emilio Colombo, che così prese posto sulla già “affollata”, erano in cinque, vettura!

Nella Consulta Nazionale dal 1944 al 1946 prima, poi nell’Assemblea Costituente nel 1946 ed eletto, ininterrottamente, dal 1948 in Parlamento, come deputato fino al 1968 e senatore fino al 1976, dopo aver “tenuto”, per un breve tempo, anche l’incarico di Ambasciatore Straordinario a Montevideo ed essere stato in missione a Londra, in Grecia ed in Turchia, ricoprì, per quindici anni, prestigiosi incarichi di Governo, sette volte come sottosegretario e cinque come ministro, e, per altri dieci, mantenne la Presidenza della Commissione Giustizia, prima alla Camera dei Deputati e poi al Senato.

Nel corso di un Consiglio dei Ministri, l’allora Presidente Mario Scelba, interruppe “i lavori”, per l’assenza, giustificata, di Gennaro Cassiani, che riteneva essere la mente giuridica dell’organismo!

Presidente dell’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, del Centro di Cultura Italo-Americano, della Fiera di Roma, del Comitato Permanente per la Calabria, della Dante Alighieri, fu Segretario Generale per il Comitato Permanente per il Mezzogiorno.

Ebbe, per lunghi anni, fedele ed intelligente collaboratore, il cav. Mario Scarpelli, che “occupava”, con signorilità, lo “studio” di via Barnaba Tortolini.

Ben trentatre leggi portano il nome di Gennaro Cassiani, tra cui la “Legge speciale per la Calabria” e quella “Per i danni bellici”, mentre ad altre duecentocinquanta appose la sua autorevole firma.

Ministro delle Telecomunicazioni, durante i difficili primi anni ’50, nel potenziare la “rete” degli uffici postali calabresi, di fatto spianò l’assunzione di circa seimila giovani conterranei quasi tutti disoccupati, mentre, da Ministro della Marina Mercantile, durante l’affondamento nell’Atlantico dell’Andrea Doria, nel 1956, dopo essere stato rassicurato sull’avvenuto salvataggio di passeggeri ed equipaggio, impartì l’ordine al capitano, che rischiava di inabissarsi con la nave, di mettersi in salvo senza discutere e ad ogni costo.

Tenne sempre a distinguere, rigorosamente, la funzione del partito da quella degli eletti, a qualsiasi livello: erano, per lui, “due sfere” che, pur interagendo, avrebbero dovuto mantenere necessari ed ampi spazi di autonomia, ecco perché avvertiva “sintonia” con Salvatore Perugini, il segretario provinciale della D.C. cosentina degli anni cinquanta…dell’altro secolo.

“Con la chioma d’antico ribelle, ormai filigranata nel grigio-bianco della saggezza ironica, Gennaro Cassiani ha della Calabria il melanconico tormento dei sogni spesso chiusi e il dolce sorriso delle intime gioie sobriamente appagate…”, così, su “Il Giornale del Mezzogiorno” del 24.4.1958, lo “descrisse” Luigi Somma, in un articolo memorabile che rimane a fondamento di ogni rievocazione, ma Gennaro Cassiani era altro e tanto di più.

Dopo le elezioni generali del 1963, mentre gli “equilibri” politici stavano cambiando e si profilava un’organica intesa tra cattolici e socialisti, voluta fortemente da Aldo Moro che, per propugnarne la validità, aveva parlato per ore al Congresso di Napoli del 1962, i cui lavori seguimmo con l’amico Agostino Fortunato, Gennaro Cassiani, impropriamente “etichettato” come un “conservatore”, lui “riformatore” per indole, conobbe un periodo di eclissi, a livello di incarichi ministeriali.

Ma fu un “ritiro” voluto, forse cercato. Poteva infatti essere nominato, proprio in quel lontano 1963, Ministro per il Mezzogiorno, su una, prospettatagli, “indicazione” da parte del Colle più alto della Roma repubblicana, ma rifiutò. Era un preveggente in politica e, con estrema lucidità, mi disse, qualche anno più tardi, quasi a giustificare quella sua scelta, che “i tempi dell’uomo debbono, o dovrebbero, raccordarsi sempre a quelli della storia nella quale si è chiamati a vivere e che, se collidono, a trarne le conseguenze deve essere il singolo, specie se presta servizio alla collettività”!

Continuò, con la riservatezza che ne contraddistingueva il carattere, forte come lo è quello degli albanesi della sua zona e, in apparenza, malinconico ma apertissimo con gli amici che riteneva “veri”, a lavorare per la sua Calabria, nell’assemblea di Montecitorio prima e, poi, dopo l’improvvisa scomparsa  dell’avv. Giuseppe Mario Militerni, senatore D.C. del collegio Castrovillari-Paola, spentosi pochi giorni prima della Pasqua del 1967 nella sua dimora di Cetraro, cui appunto subentrò nel 1968, a Palazzo Madama.

Uno dei suoi libri più intensi, peraltro scritto poco tempo prima  del definitivo ritiro dalla vita pubblica, porta per titolo “Le pietre”: quelle che avevano contribuito la “ricostruzione” dell’Italia, all’indomani dell’8. settembre. 1943, “portate” dai cattolici della prima ora, dai socialisti, dai comunisti, dai liberali.

Nel 1972, per brevissimo spazio, il Presidente del Consiglio, on. Giulio Andreotti, lo chiamò di nuovo a una carica ministeriale, ma fu per un lasso circoscritto e fu, quasi, il presagio e,  con tutti i distinguo, una “anticipazione” alla “irrevocabile decisione”, concretizzatasi poi nel 1976, per motivi di coerenza verso gli elettori, di “ritirarsi” a vita privata, cui sopraggiunse, due anni più tardi, il 14 luglio del 1978, poche settimane dopo l’uccisione di Aldo Moro, la morte terrena. Le sue spoglie, insieme a quelle dei suoi più cari, riposano nel piccolo cimitero di Spezzano Albanese, lassù, sui picchi spesso coperti di neve, di fronte alla tanto “sognata” pianura di Sibari, “ove è il silenzio” “la gloria che passò” ma dove, immortale, “risplende la luce della fede mantenuta viva sovra ogni cosa, dell’impegno profuso oltre ogni limite, dell’amicizia onorata sempre, del ricordo gelosamente custodito e del rimpianto mai spento”!

Giovanni Celico

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