Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
 

25° anniversario della morte

100° della nascita

di
GENNARO CASSIANI
Figura arbëreshe di primaria grandezza
Sul piano politico ha rappresentato il Meridione e la Calabria nel secondo dopoguerra

GENNARO CASSIANI

Ricordo di un protagonista della Ricostruzione

Quando, a distanza di anni, volgendo lo sguardo al passato, ci si rende conto  di aver vissuto esperienze che hanno lasciato il segno nella propria coscienza, allora si scava freneticamente nella memoria per tentare di recuperare le sia pur minime sensazioni che all’epoca erano state appena percepite.

E’ così che, a sette lustri di stanza, in concomitanza della duplice ricorrenza del centenario della nascita e del venticinquesimo della morte, volendo rivivere l’essenza di un rapporto di amicizia con un uomo straordinario quale fu Gennaro Cassiani, è giocoforza fare ricorso ad una memoria storica personale e comunque condivisa, per delineare, seppur brevemente, la figura dell’uomo più che del politico che, a buon diritto, al di là di ogni trascorsa appartenenza ideologica, può essere collocata ai vertici della storia nazionale. Spezzano Albanese che può vantare di avergli dato i natali, a parte l’intitolazione di una strada, pare averlo collocato in una sorta di limbo, dal quale, anche dopo la caduta delle ideologie, stenta a farlo emergere in tutta la sua poliedrica e forte personalità che ha caratterizzato tutta la sua vita e la sua opera. Ma questa è un’altra storia.

(Cassiani - Gonella - Zoli - 1958)

I biografi ufficiali o comunque titolati a farlo, hanno avuto e avranno di che scrivere su Cassiani cristiano innanzi tutto e poi penalista, oratore, politico, meridionalista, uomo di partito e di governo, costituente, diplomatico, antifascista e anticomunista; in una parola, Statista.

Sicuramente fa un certo effetto, guardare le immagini che lo ritrassero assieme agli uomini che, come lui, hanno fatto la storia recente di questo nostro Paese. Uomini coi quali, quello che per gli spezzanesi era “semplicemente” don Gennaro, in realtà poi condivideva le scelte sui destini della Nazione, assieme a  De Gasperi in primis, e poi con  Aldisio, Andreotti, Campilli, Colombo, Fanfani, Gonella, Grandi, Gronchi, Piccioni, Segni, Scelba, Spataro, Tupini, Zoli, e tanti altri esponenti della Democrazia Cristiana, alla cui nascita nel meridione, aveva contribuito, prima operando nella clandestinità dal 1942 e poi rappresentandola, nel dicembre 1944, al Congresso di Bari dei Comitati di Liberazione, accanto ad esponenti come Croce, Arangio Ruiz, Sforza, Rodinò. Ma forse ancor più scuotono quelle che lo mostrano accanto al Patriarca di Venezia, poi Giovanni XXIII, accanto all’Arcivescovo di Milano, poi Paolo VI.

(Cassiani con Papa Giovanni - 1957)

La figura di questo galantuomo della politica che ebbe un ruolo di primo piano a livello nazionale per oltre un trentennio, va rivista alla luce della caduta delle ideologie, oggi tanto vituperate in quanto divisero, ma che furono comunque il sale che dava valore ad ogni azione e ad ogni pensiero per cui ci si batteva senza secondi fini che non fossero quelli di una vittoria  sul campo che sanciva la superiorità della propria idea e infondeva nuove energie per un rinnovato trionfo o per una meritata rivincita.

L’azione politica di Gennaro Cassiani – nato a Spezzano Albanese il 13 settembre del 1903 e morto a Roma il 14 luglio del 1978 – si svolse tutta nell’arco temporale in cui il mondo risultò diviso in due blocchi. Fu tra gli artefici della rinascita civile e politica del secondo dopoguerra, essendo stato, come s’è detto, tra i fondatori di quel Partito Democratico Cristiano che, ora frammentato in una diaspora  senza identità, garantì comunque, in Italia, l’esercizio di quel libero gioco democratico che ebbe pars magna nell’impedire un semplicistico per quanto drammatico cambio di colore nella dittatura, ritagliandole un ruolo ed una funzione nel contesto europeo che oggi può ancora spendere come patrimonio di una civiltà basata sulla tolleranza.

(Cassiani a Spezzano - 1954)

In questo senso Cassiani, antifascista della prim’ora e fondatore della Democrazia Cristiana calabrese,  fu uomo di partito, ma non uomo di parte.

 A riprova torna illuminante l’episodio del “comunista” di turno che portandosi dietro il fardello di questo suo “peccato originale”, gli chiede un posto di lavoro ma non gli nasconde il suo credo politico. Cassiani non gli risponde direttamente, ma rivolgendosi all’amico comune Francesco Doni che era lì presente, dice: «Ciccillo, il pane che mangi tu, è forse diverso (…) di quello che mangiano le altre creature della terra? Vi è forse un pane per i negri ed uno per i gialli? (...) Non c’è un pane comunista ed un pane cattolico; il pane è pane (…)». Rivolto quindi all’interessato disse: «Vai e non cambiare fede se la tua è quella convinta marxista. La mia è quella cristiana, ed in nome di essa, io cercherò di esserti vicino»[1]. Questo episodio, fra i tanti, conferma come Gennaro Cassiani sia stato un cristiano che traspose nella sua azione politica e professionale questa sua visione della vita.

Questo è il tipo di uomo che anch’io ho conosciuto quando, negli anni dal 1966 al 1971, frequentando quella “Serena domus” incastonata nel verde che la rendeva, e tutt’ora la rende, come un sito al di fuori dello spazio e del tempo, vedevo passeggiare lungo un viale, che fatalmente richiamava versi di carducciana memoria, accanto a don Gennaro, tante persone; tanti personaggi, senza distinzioni. Tanti gli si rivolgevano. Tanti ottenevano. Tanti poi si dimenticavano e qualcuno anche negava, avendo forse paura di essere scambiato per “infedele”.

(Serena Domus)

Ma questo rientra nella debolezza dei comportamenti umani. Non c’era da meravigliarsi più di tanto e Gennaro Cassiani che lo sapeva, non ha mai cercato il benché minimo riscontro al suo operato che affondava le sue radici in una visione cristiana dell’esistenza che consisteva innanzi tutto nel donarsi ai deboli, agli indifesi, ai meno fortunati. Visione questa che era poi la stessa a cui uniformò tutta la sua azione politica.

Anch’io mi sentivo un privilegiato nel frequentare una casa,  un ambiente e una persona che faceva di Spezzano un luogo conosciuto al di la dei suoi angusti confini. In quel periodo ero il suo dattilografo e nei momenti di relax, una passeggiata lungo il viale dei cipressi, a fianco di don Gennaro, in me, poco più che ventenne, aveva l’effetto di rafforzare l’idea che già mi ero costruito della politica come strumento di partecipazione e mezzo di espressione  delle proprie idealità in campo sociale.

La sua persona non incuteva certo timore, ma curiosità per come parlava di argomenti estranei alla politica tout court ma che rivelavano comunque le direttrici di un impegno che lo assorbiva nell’intimo. Emergeva la sua cultura, ma anche la sua verve incline alla battuta di spirito capace di sdrammatizzare ogni argomento impegnato. Era un modo per mettere a proprio agio l’interlocutore ed io che, seguendolo passo passo nelle varie campagne elettorali, lo vedevo percorrere il territorio con  metodicità e lo ascoltavo nelle autentiche arringhe che galvanizzavano le folle, avevo modo di confrontare la sua immagine pubblica con quella privata, riscontrando sempre in lui una capacità di persuasione affidata al ragionamento sulle cose essenziali ed espressa con pochi tratti ed una facondia che affascinava l’uditorio.

Erano quelli i tempi in cui le idee dividevano perché venivano loro attribuiti valori inderogabili ai quali uniformare la propria condotta di vita. Spesso creavano steccati assurdi. Frantumavano le amicizie. Creavano dissidi nelle famiglie. Separavano negli affetti. E per questo spesso venivano condannate. In tanti speravamo in un loro superamento nell’ingenua speranza che la vittoria totale di una parte politica, potesse ricomporre una società più giusta. Oggi che gli ideali sono stati soppiantati da categorie merceologiche più alla portata di mano, siamo in tanti a rimpiangere un passato che non potrà mai più ritornare.

Era quello il tempo in cui per ascoltare la voce possente, vibrante, coinvolgente di Cassiani che in Piazza Mercato chiudeva la campagna elettorale allo scoccare della mezzanotte, il popolo si accalcava per tempo cercando di ipotecare i posti migliori  con le sedie portate da casa. La piazza del comizio era il posto migliore per ritrovarsi fra “crociati della stessa fede”, per scambiare pareri, pronostici, previsioni, pettegolezzi sulla controparte. Era l’agorà che permetteva di socializzare, di sentirsi forti perché numerosi, di esternare la propria fiducia nell’oratore che incarnava le idee di tutti. E Gennaro Cassiani non deludeva la folla. La sua umanità disarmante che evidenziava i tratti di una personalità forte e determinata che era poi quella che emergeva nel politico, nel giurista, nel diplomatico, faceva la differenza e le sue elezioni raggiunsero sempre livelli plebiscitari.

In 32 anni di attività parlamentare legò il suo nome a 33 leggi, in massima parte legate alla sviluppo della Calabria e su altre 250 appose la sua autorevole firma. Nove volte sottosegretario, per cinque ministro, partecipò a quattordici governi. Consultore nazionale  nel 1944, deputato all’Assemblea Costituente dal 1946 al 1948, deputato al Parlamento dal 1948 al 1968 e quindi Senatore della Repubblica fino al 1976, per 30 anni ha rappresentato la Calabria in Parlamento.

Di lui e della memoria che conservo potrei ancora parlarne tanto, ricercando l’universale nel particolare. Ma basta per ricordare a me stesso che è da Gennaro Cassiani che ho appreso il senso della dignità nell’azione di vita quotidiana, qualunque sia il campo in cui si esplica. Ho appreso a non barattare i valori, consapevole che non ci sono scorciatoie e che alla fine non solo la società, ma la propria coscienza prima di tutto ci presenterà il conto. E se l’azione non è stata conforme al pensiero, nessuna assoluzione ci salverà dal baratro.

Una dedica autografa conservo di lui sul libro del suo genitore Ferdinando, libro appena riedito nell’aprile 1968. Quantunque si tratti di espressioni personali, credo rendano bene lo spirito di un’amicizia che si è alimentata anche di altra linfa che non fosse quella sia pur coinvolgente attinente gli aspetti ideologici.

«A Raffaele Fera che ama le cose belle e perciò ama la dolce storia del nostro paese! Gennaro Cassiani. Maggio 1968”.

A 25 anni dalla sua dipartita, possiamo chiederci quando Spezzano Albanese potrà nuovamente annoverare fra i suoi cittadini, una personalità di così alto rilievo degna di figurare nella storia.

Raffaele Fera

 

[1] Francesco Doni - “Il fiore della memoria: Gennaro Cassiani” – Intervento in occasione della commemorazione a San Marco nel 1986. Inserito nella pubblicazione: Mario Scarpelli – Foglie vive di Gennaro Cassiani – Statista, Oratore, Meridionalista. Editrice La Modernissima, Lamezia Terme.

priru / torna