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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
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ANNO DERADIANO

IL LUOGO NATIO ED IL MONDO NELLA POESIA DI DE RADA

di Eqrem Çabej1 (trad. di Francesco Marchianò)

Festeggiando oggi il 150 genetliaco di Gerolamo De Rada, la nazione albanese commemora non solo uno degli uomini più eccelsi dell’elemento arbëresh d’Italia, ma allo stesso tempo una di quelle rare persone che hanno posto una delle pietre fondamentali nella costruzione della cultura albanese.

Gerolamo De Rada ha arricchito la nostra letteratura con un mondo nuovo, con una moltitudine di motivi e figure originali, le quali hanno fatto rivivere una delle epoche più gloriose del popolo albanese, e su tutti con un poema come Il Milosao, uno dei gioielli della nostra letteratura. Intanto, la personalità di De Rada, per il suo temperamento e la sua formazione mentale e per alcune condizioni storiche e sociali particolari, supera i limiti dello scrittore. Oltre ad essere poeta ispirato, è stato folklorista, giornalista, linguista, insegnante, patriota nel termine più ampio e attivo del termine. Insomma, la sua attività ha qualcosa di completo. Che si racchiude nella figura di un apostolo dell’idea nazionale, idea che durante il XIX sec., ha attraversato come un nuovo soffio i popoli dominati dell’Europa, ed modo particolare i popoli dell’Europa orientale e sud-orientale. Per comprendere questa attività nella  sua complessa interezza bisogna vedere quindi la personalità del poeta nello spazio e nel tempo, nell’ambiente in cui è vissuto e formato e nel secolo che lo ha visto nascere e morire.

Gli Albanesi d’Italia, strappati dalle diverse regioni dell’Albania e della Morea in uno dei periodi più drammatici della storia albanese, principalmente per sfuggire dal giogo ottomano, con quella caparbietà nella conservazione delle usanze degli avi che caratterizza il nostro popolo, hanno tenuto vivi nei secoli i nomi delle famiglie, la fede, i costumi, le danze ed i canti antichi, tutte le caratteristiche etnografiche che hanno potuto portare gli emigranti in terra straniera, su tutti la lingua, che è in essi un tosco del tipo più antico. Essi ancora oggi, benchè assimilati nel tempo in molti aspetti, evidenziano una parte di mondo balcanico proprio in mezzo al mondo latino. E’ naturale che questo mondo dove sono nati e vissuti i poeti di queste colonie ha plasmato il loro spirito ed è stato per essi la fonte principale di ispirazione. Questa è la patria albanese, è la vita patriarcale dei paesi arbëreshë, la vita quotidiana tra pianure e campi di grano, tra dirupi e vigne, con scene idilliache accanto alla fontana. Questi poeti hanno fatto loro il proprio paese, anche quando sono andati a vivere, vicino o lontano, nelle grandi città dell’Italia.

Accanto al paese ed alle tradizioni popolari, un fattore importante nella formazione di questi scrittori è stata l’epoca in cui sono vissuti. Non è una cosa improvvisa del momento che presso  Arbëreshë, nei primi secoli del loro insediamento nella loro nuova patria, sono nati solo autori di scritti di contenuto religioso, sia in prosa sia in poesia, come Matranga, Brancati, Nicola Figlia, Variboba; ed anche Gerolamo De Rada, Antonio Santori, Zef Serembe, Gabriele Dara, Zef Schirò, scrittori laici e figure progressiste, sono vissuti ed hanno operato principalmente nel sec. XIX. Essi sono il frutto di questo secolo. E’ il periodo in cui nel campo ideale erano falliti dovunque in Europa i principi dell’Illuminismo, e nel campo politico e sociale le idee della Rivoluzione francese, nella ricerca della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti dell’uomo. Nel campo della poesia, la raccolta di canti dei popoli dell’Europa nell’opera di Herder Canti popolari (1778-’79) ha aperto la strada per la scoperta di una poesia nuova, della poesia popolare ed il Romanticismo ha fatto propria quest’idea. Esso ha risvegliato, soprattutto nei piccoli popoli del continente, l’amore per le fonti fresche di questa poesia e con essa il desiderio di raccogliere il suo patrimonio dovunque fosse. Questa corrente letteraria intanto, soprattutto nei popoli dell’Europa sud-orientale, più che il tipo di poeta romantico isolato dal mondo, ha creato il tipo di cantore militante, di scrittore pieno dell’idea nazionale. Così quindi in questo campo gli ideali di poesia e di libertà politica si sono fusi in un’unione più compatta che in altre parti dell’Europa.

De Rada ha fatto propri anche i motivi della vita del paese arbëresh e le idee del mondo esterno della sua epoca. Questi elementi, la vita albanese e l’ispirazione esterna, la patria ed il mondo, si sono uniti in lui in un’unità organica ed indivisibile.

Egli iniziò la sua carriera come folklorista. Andò a raccogliere nei paesi arbëreshë del provincia di Cosenza i vecchi canti popolari, che si conservavano all’epoca presso il popolo come in Calabria, Sicilia e in altre zone dell’Italia Meridionale. Gli Albanesi che si sono sradicati per andare in Italia durante l’epica guerra contro gli ottomani, sotto le insegne di Skanderbeg, e nei primi anni di occupazione straniera, hanno portato con loro un patrimonio ricco di canti di quel periodo, canti eroici e lirici. In queste poesie che De Rada pubblicò nelle Rapsodie e che sono parzialmente conservate fino ad oggi, si sente l’eco di quel periodo del medioevo albanese che è entrato nella storia come Manifestazione albanese. In questo, la più antica poesia popolare che si possa datare ci mostra le forme della vita dell’Arbër2  nell’epoca bizantina e le forme più nuove, alcune corrotte del primo periodo turco del luogo, quindi questi canti sono allo stesso tempo anche un documento della storia albanese. Il titolo che ha dato il poeta a questi canti nella raccolta pubblicata, Le rapsodie di un poema albanese, dimostra che egli pensava che questi formavano i resti di un epos popolare vivo in Albania all’epoca di Skanderbeg. Questa opinione non è stata esatta, come ha verificato fin dal quel momento il folklorista Demetrio De Grazia. Ma ciò che è importante è che De Rada ha vissuto questa poesia ed ha trovato in essa il suo nutrimento. Essa ha formato la base naturale dell’opera del poeta. Quest’opera nel suo contenuto, nello stile, nella lingua, nella forma interna, nei paragoni, ella sua ispirazione, nella descrizione dell’atmosfera in cui si muovevano gli eroi, ci appare molto viva, spesse volte uguale alle rapsodie popolari, sembra che essa sia una continuazione di queste rapsodie. Ciò si nota anche nelle forme esteriori, nella metrica: come lì, anche qui troviamo gli stessi versi senza rima, la cui dimensione non è numerica come nella poesia italiana, ma in modo semplice albanese, ritmico, determinato nella quantità dell’accento e dall’alternanza di lunghezza e brevità. Come nella poesia popolare, anche in quella di De Rada è fitto il passaggio diretto dal racconto al dialogo, come per dire dalla poesia epica alla drammatica. Ma anche i nomi degli eroi sono tratti talvolta dal canto popolare, come Milo Shini e Radavani, che è uno degli eroi principali della seconda elaborazione del poema di Serafina Topia, che ha il titolo italiano,Uno specchio di umano transito. Ci sono anche abbastanza motivi, abbastanza scene  ed episodi nelle sue opere, che troviamo dapprima nelle rapsodie popolari e di cui non si parla in questo studio. Intanto, don queste influenze non si deve pensare che il poeta non abbia fatto altro che imitare, dove ha potuto, la poesia popolare. Egli ha tratto da lei l’ispirazione generale e molti elementi che meritano di essere indagati nel futuro, ma non senza innalzarle ad una sfera poetica più elevata. La poesia popolare è stata per lui il punto di partenza dal quale ha preso lo slancio per creare un proprio mondo poetico. Questo mondo è un riflesso del periodo pre-turco e del primo periodo turco dell’Albania, reso vivo e ricco di figure storiche inventate da lui, figure dei casati delle signorie feudali ( Zakaria, Dukagjini, Topia, Arianiti ed altri) e degli strati popolari dell’Albania medievale, presi da Cattaro a Preveza3. In questi poemi la presentazione delle eroine ci appare spesse volte completa. De Rada è il primo poeta della psiche femminile della letteratura albanese.

Per afferrare l’opera di questo poeta in modo completo non bisogna trascurare anche questa circostanza, che egli – come ci dice lui stesso – ha trovato fonti d’ispirazione anche nelle letterature classiche e moderne. Egli, come ha notato per primo V. Gualtieri, venne influenzato dalla poesia romantica dell’epoca, come la maggior parte dei poeti dell’Europa di allora e come più tardi anche Gabriele Dara in Sicilia. Intanto in De Rada si intravede un orizzonte letterario più vasto. Così penso che in alcune figure e motivi dei suoi poemi si notano le tracce dei poemi italiani del Rinascimento, soprattutto dell’ Ariosto e del Tasso. Appartiene a molte letterature europee il motivo dell’amore sfortunato di una coppia che proviene da due famiglie nemiche, motivo che compare nelle figure di Bozdar Stresi e di Serafina Topia ad Arta nell’epoca di Skanderbeg. Gli eroi turchi Almazore e Algazile, che compaiono in Skanderbekku i pafaan, e della rielaborazione di Serafina Topia, con i loro nomi ci proiettano nel mondo arabo della Spagna come appare nel Romancero del Cid. Il nome di Aide che appare come sorella di Skanderbeg, ci ricorda i poemi di Byron. Non mancano neanche le reminiscenze del mondo classico come la colomba di Anacreonte ed il motivo di Psiche, ispirata dall’Asino d’oro di Apuleio. L’idea del destino (moira) come ci si presenta nel dramma greco, soprattutto in Soflocle, penetra anch’essa nelle opere del poeta. Anche la Bibbia lascia profonde impressioni in lui.

Così, intanto, va messa in evidenza ancora un’altra influenza, non esposta fino ad oggi. Per completare le scene belliche  con figure di uomini e donne d’Oriente, che dovevano qui apparire nel quartiere degli ottomani, il poeta ha avuto l’idea di prendere alcuni motivi e nomi dalla poesia classica dell’India. Così il motivo dello sguardo di una pittura di Annamaria Cominiate, da parte di sua sorella Delia e di sua figlia Adine in Nata e Kërshëndellave, ci ricorda una scena analoga del dramma Sakuntala di Kalidase, dove il re Dushanta nota una pittura che mostra Sakuntala con due sue compagne. La presentazione di fatti attraverso quadri dipinti appare anche in altre opere di De Rada. Il nome Vantisana del quinto  libro del poema Skanderbekku i pafaan, si vede che è tratto da Savantasena, eroina del dramma Marhakatika, di Dandini, poeta indiano del VII sec. Un altro nome indiano è Davadasa, nome di un’eroina che compare nel canto sesto ed ottavo di Serafina Topia. Nel dramma di Dandini, Savantasena sale sulla pira per bruciare subito con i figli, ma si salva con il marito. Una simile scena ci presenta De Rada nella seconda elaborazione di Serafina Topia, dove Evoda subisce questa terribile morte per vendetta politica del popolo. Questa scena può essere ispirata da lì. Ma questa, d’altra parte, ci ricorda una visione della Gerusalemme liberata del Tasso, in cui la vergine cristiana Sofronia deve essere arsa in una pira assieme al suo amato Olindo, ma intercede Clorinda per la loro salvezza. Le tracce della poesia indiana in De Rada sono da relazionare al fatto che nella prima metà del XIX sec. la letteratura indiana aveva preso un grande slancio in Europa penetrando dappertutto attraverso la traduzione in varie lingue.

Le fonti della poesia popolare albanese e della letteratura mondiale hanno arricchito la creazione poetica di De Rada, ma ciò nell’essenza rimane i frutto della sua ispirazione.

Delle opere del poeta per noi non vi è alcun dubbio che il posto più autorevole l’occupa il Milosao. Questo poema idillico e di ispirazione romantica, attraversato da cima a fondo dalla poesia naïf-arcaica delle rapsodie albanesi d’Italia, per il carattere ben formato che presenta rimane una di quelle pochissime opere della letteratura albanese che lo fanno diventare rappresentativo della letteratura mondiale. Non mancano frattanto episodi maestosi intrecciati nelle opere posteriori del poeta, come in Serafina Topia, nella sua rielaborazione con titolo diverso, in Skaderbeccu i pafaan ed in altre. Inoltre in questi poemi risplendono a sprazzi le scintille di un poeta d’ispirazione geniale, la cui arte consiste, alla maniera di Rembrandt, in un chiaro-scuro, nella luce di alcune visioni di figure e nell’abbandono di altre al buio. E’ un dovere per noi conoscere queste opere e con diverse pubblicazioni diffondere la loro conoscenza dentro e fuori la patria.

(Testo scelto e tradotto da Francesco Marchianò, tratto da:

Shaban Demiraj: “Eqrem Çabej - Një jetë kushtuar shkencës”, Shtëpia botuese “8 Nëntori”, Tirana, 1990).

1 Eqrem Çabej (Argirocastro 1908 – Roma 1980) è noto nel mondo albanese e balcanico per i suoi studi di linguistica. Dopo aver condotti gli studi superiori nella sua città natale, nel 1926 si recò in Austria per apprendere il tedesco e nel 1927/’28 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Graz e Vienna diventando allievo di illustri slavisti ed albanologi tra i quali eccellevano W. Meyer-Lübke e Norbert Jokl. Nel 1932 si recò presso gli Arbëreshë di Sicilia per raccogliere documenti per la sua tesi di laurea “Italoalbanische Studien”, difesa nel 1933 davanti agli illustri Kretschemer e Jokl.

Negli anni ‘30 insegnò a Scutari, Elbasan ed Argirocastro non trascurando però gli studi i linguistica e letteratura albanese. Durante la II guerra mondiale si trasferì a Tirana come direttore del ginnasio della capitale ma ne fu allontanato per aver rifiutato la tessera del Fascio albanese. Nel 1942 si recò a Roma per ricerche e l’anno successivo rifiutò l’incarico di Ministro della Cultura durante l’occupazione nazista. Dopo la Liberazione (1944) fino alla sua morte il Prof. Çabej ha rivestito prestigiosi incarichi nelle istituzioni culturali albanesi essendo uno dei maggiori esperti di albanologia a livello internazionale. Più volte è stato in visita presso le comunità albanofone in Italia e, dal 1977 al 1980, ha tenuto lezioni per gli studenti arbëreshë durante i corsi estivi presso l’Università di Tirana.

2 Con il termine Arbër si intende l’Albania medievale (N.d.T.).

3 Cattaro (Kotor) nel Montenegro, e Preveza, nella costa dell’Epiro, rappresentavano nel passato il limite massimo degli insediamenti albanesi lungo il litorale adriatico e jonico.

 

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