Professore, ricorre quest’anno
il centenario della morte di Girolamo De Rada, vuole esprimere il suo
pensiero?
Le feste per De Rada, le feste
folkloristiche le vogliamo fare, ma non vogliamo conservare nulla dentro
di noi perché in noi vi è il vuoto!
Nell’anno 1955 è avvenuto che il tesoro
sperduto dei manoscritti di De Rada è venuto alla luce e noi avremmo
dovuto conservare questo avvenimento come un segno perché si ritornasse al
programma di De Rada.
Invece?
Invece ciò non è avvenuto!
Noi siamo sicuri di conoscere abbastanza
la nostra cultura?
Noi parliamo e scriviamo una lingua al
declino e ciò non è per colpa nostra.
De Rada, grande uomo che ha risvegliato
la lingua degli arbereschi è morto ormai da molti anni.(1)
Tra il tempo in cui visse De Rada e il
nostro tempo vi è il periodo nero 1903-1945.
Negli anni ’60 noi, minoranza dispersa
della nostra gente di Calabria ci siamo fatti avanti per dire che eravamo
come nell’anno 1945: senza speranza, senza una strada, che l’arberia
calabrese si dissolveva…ma siamo rimasti inascoltati.
De Rada, questo faro della cultura
basiliana e arberesca si è trasformato in uno strumento della politica
estera presso il Ministero degli esteri del Re.
In questo modo iniziò il periodo nero, il
periodo dei servi della politica, il tempo senza versi e senza
poeti.
In quel tempo sono cresciuti
i nostri padri. Che cosa valeva per i nostri padri la lingua del proprio
villaggio?
E noi siamo cresciuti senza aiuto e
nell’ignoranza dei portabandiera del nostro spirito.
E che desiderio avevamo ancora di essere
arbereschi?
Il sogno della politica dei nostri padri
non s’interruppe alla fine della guerra del 1945?
Il sogno della lingua “shkjipetara e
pyrzhiary” non si è interrotta nella Shkjiperia nell’anno1950?
La Shkjiperia aveva trovato una sola
strada che a noi fu negata. (2)
Quale strada ci fu negata?
Nel 1895 , nei giorni 1-2-3- ottobre al
Congresso di Corigliano Calabro, Un comitato, formato da eminenti
rappresentanti la cultura arberesca dei vari insediamenti arbereschi del
tempo,(3)
sanciva di provvedere e per la prima
volta:
a-
Alla costituzione di un alfabeto
unico;
b-
Alla compilazione di un
dizionario;
c-
Alla fondazione di una Società
Nazionale Albanese;
d-
Alla pubblicazione di una Rivista
Italo- Albanese;
e-
All’apertura di relazioni con la
madre-patria.
De Rada aveva mandato la sua grammatica
in Albania, proponendo il suo alfabeto come unico, comune e costante, ma
aveva avuto un risoluto rifiuto.
Dall’altra sponda dell’Adriatico dicevano
che “è la madrepatria che ha il diritto ad imporre l’alfabeto alle colonie
e non viceversa”.
Certamente quanto è accaduto
nel lontano 1895 ha la sua giusta valenza storica e di tutto rispetto, ma
oggi che gli scenari storici e culturali sono mutati quegli avvenimenti
non andrebbero rivalutati e riconsiderati?
Allora, dunque, De Rada come
reagì?
De Rada quindi non venne ascoltato e
continuò per la sua strada gloriosa.
Sai che cosa scrisse ad Anselmo Lorecchio,
tuo paesano, pallagorese?
“Mos ndzini
fákjen e shéite e fiállesy óony me shkrónjat ty húac!
“Non annerite, imbruttite il
volto santo delle nostre parole con caratteri stranieri!
L’Archimandrita Camidecu da
Castroregio, l’uomo più grande degli arbereschi dopo De Rada, non tenne
conto del Congresso del 1908 di Monastir e del Convegno del 1917 di
Skodra e continuò a scrivere con l’alfabeto dei nostri padri.
Il grande vocabolario della
nostra lingua, scritto da Camidecu, è scritto come noi oggi scriviamo, con
caratteri latini.
Professore,
non è che ci attardiamo in questi bizantinismi o per essere più popolare,
cito un detto calabrese, “mentre il medico studia l’ammalato se ne va”!
E’ più
urgente per una comunità linguistica agonizzante fissare rigidamente
un’ortografia oppure incoraggiare, con il vivo esempio, l’intera
popolazione arberesca di parlare la propria lingua in casa e fuori come
rigorosamente fa Lei?
La nostra lingua vale molto e
di ciò godiamo di una consapevolezza condivisa da molti studiosi
arbereschi e non, e che, fra l’altro, noi siamo un museo culturale, un
serbatoio da cui attingere sapere, Ma noi dobbiamo essere solo un museo o
dobbiamo vivere? E, se dobbiamo vivere dobbiamo allontanarci da una
politica fuorviante.
Noi non abbiamo bisogno se non
dalla forza che viene dal nostro interno di essere una minoranza di valore
e combattiva, che vuole esistere.
Quando noi arbereschi siamo
giunti in Calabria abbiamo rivitalizzato la cultura greca e bizantina
della Calabria in declino. Abbiamo dato e abbiamo avuto. Noi siamo
pertanto due volte bizantini, dell’Est e dell’Ovest.
Questa è la cultura dei nostri
padri e questa vogliamo mantenere perchè la lingua non può prescindere
dalla cultura.
Possiamo
fare a meno della cultura shkjipetara? A quel mito “del gjaku joony i
shprishur” egregiamente esposta dal prof. Michele Gangale, nostro valido
collaboratore negli anni ’70? (4)
La nostra lingua minoritaria è
parente della Shkjipetara e dobbiamo naturalmente lavorare insieme animati
da uno spirito di collaborazione proficua e di reciproca comprensione.
Noi non siamo solo arbereschi.
Più della metà dei nomi e cognomi non sono arbereschi. Ciò vuol
significare che siamo molto di più arbereschi per la cultura, lingua e
tradizione, che arbereschi di estrazione.
Noi vogliamo rimanere come
siamo, salvaguardare la nostra identità culturale.
Noi siamo il ramo antico della
vecchia cultura albanese e cristiano-bizantina.
Dalla Calabria De Rada innalzò
il vessillo per la redenzione della nostra lingua di qua e di là
dell’altra sponda del mare.
Non a caso Nicola Ketta ebbe a
dire che noi siamo stati il midollo della Shkjiperia.
Noi abbiamo la nostra
grammatica molto ricca di antiche regole e la Grammatica di De Rada lo
conferma. La pretesa di insegnare nelle nostre scuole una lingua estranea
sopra la nostra ammalata può arrecare un danno e una confusione grande.
A questo
punto qual è la soluzione possibile?
L’arberesco oggi è sentito e
quindi parlato soltanto dalle classi più umili. Le classi abbienti e gli
insegnanti parlano spesso l’arberesco tra di loro occasionalmente e se lo
fanno parlano un arberesco calabresizzato. Non fanno il minimo sforzo per
migliorarlo. Spesso si dimentica un termine arberesco usandone, senza
riflettere, uno calabrese.
Pedagogia vuole che fuori e
soprattutto nelle scuole si instauri un’inversione di tendenza, ovvero la
ricostruzione della la lingua del proprio paese insieme ad una koiné con
la parlata degli altri insediamenti arbereschi.
Nel nostro linguaggio ci sono
parole di origine greca e bizantina e toglierle dal vocabolario è un danno
perchè fanno parte della nostra cultura.
Se queste parole vengono
eliminate dalle nostre poesie, dalle Rapsodie, che cosa rimane? Senza le
Rapsodie che cosa siamo? Che cosa sarebbe la nostra letteratura italiana
senza Dante?
Noi abbiamo la nostra
letteratura che è molto antica.
Matranga (1592), Filla (1737),
Ketta (1790), Varibobba (1762), De Rada (1803), Santori (1839), Zh.
Serembe (1880). E gli altri ancora.
Tutti questi illustri studiosi
hanno scritto nella lingua del proprio paese e noi dobbiamo partire da
loro se vogliamo che l’arberesco riviva nella lingua parlata e nella
letteratura.
Così fece De Rada quando nel
Milosao (1836) elevò la metrica della vala, ovvero la danza rituale del
paese, in un verso nuovo e colto tanto da attirare l’attenzione degli
studiosi di tutta Europa e da entrare a pieno diritto tra i grandi della
cultura europea.
Quale strada
quindi seguire?
La Shkjiperia ha trovato la sua
naturale e autonoma strada e perchè a noi dev’essere negata?
Per questo ognuno dovrebbe
seguire la propria strada.
In Svizzera esiste la lingua
Ladina vicina a quella italiana.
I ladini sin dal 1535 scrivono
con caratteri di scrittura diversi e nessun italiano dell’Italia ha
imposto qualcosa di diverso.
Noi dovremmo scrivere con
caratteri estranei alla nostra cultura soltanto perchè siamo parenti degli
shkjipetari?
Ma non è questo il luogo per
spiegare queste differenze che sono tante e sostanziali.
Rimanderei gli studiosi, per un
approndimento, a “Lingua Arberisca Restituenda” e al mio “Saggio sulla
grafia shkjipetara e arberesca”.
Professore, il nostro arberesco, come è noto, è una forma arcaica di
albanese e spesso con varianti da luogo a luogo e a volte questo fa si
che, noi del catanzarese e crotonese, non sempre riusciamo a capirci con
quelli del cosentino...
Questo ti fa capire quale
risultato potrebbe generare un’ulteriore sovrapposizione di una lingua
diversa sulla nostra in fase “defungente”!
Sì, per le scuole bisogna
considerare la lingua letteraria nostra, quella vecchia, la lingua delle
Vale e delle poesie, la lingua delle Rapsodie delle canzoni
epiche perchè questa si capisce in ogni villaggio e dev’essere per noi
base e misura. Come del resto hanno fatto in Grecia quando hanno sancito
la lingua comune detta “demotikí”.
De Rada non si sbagliava nel
dichiarare che da noi vi è la culla della vera cultura arberesca e che da
noi bisogna attingere.
Per questo motivo è giusto che
l’appello della salvaguardia del tesoro della bizantinità nostra non cada
nel vuoto.
Noi rivolgiamo con tutto il
cuore e in particolare ai fratelli dell’arberia cosentina di non sciupare
la grande gloria che De Rada ci ha lasciato.
Se la lingua di De Rada deve
vivere deve vivere con onore.
Se la lingua di De Rada deve
morire, deve morire con onore, come una grande signora del tempo passato e
non come una vecchia con “make-up” perchè a noi è necessario soltanto un
“come-back” a De Rada.
Questo è il migliore contributo
che si può dare in occasione di questi festeggiamenti in onore del grande
Girolamo De Rada.
Professore, io l’ho ascoltata con grande interesse e stima.
Ma le sue
risposte non rappresentano una piccola parte di quanto ampiamente Lei ha
trattato sin dal 1965 nel testo: Gluha, 5 “Flámuri edhé Vistári”?
E’ così, non ti sbagli, il mio
pensiero è trattato in “Flamuri edhé Vistári”, “Lingua Arberisca
Restituenda”, “Saggio sulla grafia Schipetara-arberesca” e ti ringrazio
del tuo costante ricordo e stima che continui ad avere per me.

Note:
(1)
(De Rada, in un periodo storico lontano dal
nostro, insieme ad altri poeti e scrittori arbereschi partecipano ai moti
risorgimentali italiani e intanto sognano l’affrancamento della loro
madre-Patria a nazione indipendente e quindi rievocano Shkanderberg, eroe
nazionale albanese, difensore della cristianità e studiano il ricco e
vario patrimonio culturale degli insediamenti arbereschi, tentando di
sistemare e per la prima volta, la lingua scritta).
(2) (Naim Frasheri, nato a Frashër, Albania Meridionale nel 1846 e morto a
Instanbul nel 1900, figura eminente del movimento patriottico e culturale
della seconda metà del 1800, considerato dagli shkjipetari il loro periodo
risorgimentale, dal popolo e dalla sue tradizioni orali attinse il
linguaggio per fissare sulle pagine dei libri il patrimonio antico finora
tramandato per via orale.
Di grande importanza quindi fu il suo contributo alla sistemazione di una
lingua scritta e all’unificazione dei dialetti esistenti in due
ramificazioni principali: il ghego del Nord e il tosco del Sud.
Nel tempo e ancora nel 1972 un altro congresso di ortografia si è tenuto a
Tirana sancendone l’unificazione stessa. Ma la questione è tuttora in
evoluzione.
(3) (Vi parteciparono Luigi Lauda e Gerardo Conforti da Greci, Anselmo e
Luigi Lorecchio da Pallagorio; Girolamo De Rada, Domenico Antonio Marchese
e Luigi Petta da Macchia; Angelo Ferrari, Bernardo Bilotta, Domenico
Magnelli professore e Domenico Magnelli notaio da Frascineto; Pietro
Camodeca da Castroregio; Francesco Saverio, Giovanni Andrea e Achille
Tocci da S. Cosmo; Giuseppe Nocito, Salvatore Cassiano e Agostino Ribecco
da Spezzano Albanese; Antonio Argondizza da San Giorgio Albanese; Nazario
Lo Nigro da Terranova del Pollino; Luigi Frega da San Basile; Eugenio
Mortati da Civita; Salvatore Liguori da S. Demetrio Corone; Antonio Scura
da Vaccarizzo Albanese e Francesco Dragosei da Corigliano per Giuseppe
Iorizzo da Acri, numerose furono le adesioni di tutti gli altri
insediamenti)
Il comitato:Girolamo De Rada, presidente; sac. Antonio Argondizza, vice
presidente; Gerardo teologo Conforti; sac. dott. Ferrari, dott. Agostino
Ribecco, abate Luigi Lauda.
Presidente onorario Francesco Crispi.
Le adesioni: Consiglio comunale di Pallagorio, ; sindaco di Frascineto;
200 cittadini del Comune di Greci; 72 cittadini del Comune di Castroregio;
72 cittadini del Comune di Portocannone; 18 cittadini del Comune di
Pallagorio; 25 cittadini del Comune di San Nicola dell’Alto; 22 cittadini
del Comune di Carfizzi; 42 cittadini del Comune di Firmo; 8 cittadini di
Vaccarizzo Albanese in nome della gioventù; 15 cittadini di Macchia e San
Demetrio; 9 cittadini da San Cosmo, a nome dell’intera cittadinanza; 16
cittadini di Lungo; Zavoianni Effendi, console di Turchia in Bari;
Giuseppe Schirò da Piana dei Greci; Stefano Varipopa da Carfizzi;
Gioacchino Primerano, residente in Campobasso; Luigi De Simone, residente
in Lecce; Federico Ferraioli da Santa Sofia D’Epiro; Alberto stratigò da
Lungro; Salvatore Stratigò da Firmo; Giovanni Damis da San Basile;
Beniamino Posteraro da Cerreto; Giuseppe Parapugna da Frascineto; Giuseppe
Iorizzo da Villanova; Gennaro Lusi da Greci; Francesco Lorecchio, Carmine
Greco, Raffaele Proto, Domenico Ruffa, Salvatore Balsamo, Antonio Berardi,
Donato Morelli e Carmine Ferraro da Pallagorio; Francesco Saverio Samengo
da Lungro; Vincenzo Pagano e il deputato Conte d’Alife).
(da: Società, Comitati e Congressi
Italo-Albanesi dal 1895 a 1904 di Giovanni La viola; L. Pellegrini Editore
in Cosenza 1974).
(4) Michele Gangale, nato a Carfizzi,
provincia di Crotone, nel 1950 è stato, negli anni ’70, un validissimo
collaboratore del prof. Gangale. Ha conseguito la laurea in materie
letterarie a Bari e il dottorato in filologia moderna a Padova.
Vive dal 1979 a Duino Aurisina, dove è
stato cofondatore e presidente dell’associazione culturale “Il Circolo
1991 – Krožek “.
Docente di letteratura italiana e latina,
coordina il laboratorio multiculturale del Liceo Scientifico “M.
Buonarroti” di Monfalcone.
Recensioni e contributi sulle problematiche
dell’identità e del convivere sono apparsi su alcune riviste (La battana,
Ares, Katundi Ynë, Nuova rassegna di studi meridionali, Arbitalia).
Riporto la nota n.11 di M. Gangale da
“Percorsi dell’identità. “ Appunti sulle Comunità di madrelingua arbyresh
in Italia” pp. 77-84 della Rivista “Il Territorio” n. 17- Anno XXV,
Rivista semestrale di storia, memoria, cultura, fotografia, ambiente;
Edizione del Consorzio Culturale del Monfalconese.
“Alcuni papas e studiosi, in Calabria e
altrove, usano parlare a volte dell’Albania come “madrepatria”, per
sottolineare l’unità “etnica” delle popolazioni “albanesi”. Una tale
impostazione dimentica che gli “arbyresh” venivano da diverse aree
balcaniche, ma in particolare dall’Albania meridionale e dalla Grecia
meridionale (Morea, ovvero Peloponneso) e ignora i “percorsi identitari”,
l’incidenza, cioè, delle vicende storiche, gli apporti nuovi che sono
intervenuti in cinque secoli e che hanno portato le comunità arbyresh e le
popolazioni schipetare a percorrere itinerari storici e culturali diversi.
Gli arbyresh, in realtà, non hanno una
terra originaria e storicamente determinata cui ricondursi o richiamarsi.
Nel comune sentire gli arbyresh sono del tutto estranei in particolare
alle elaborazioni dell’ “Albanesità” (discendenza comune dagli Illiri,
culto dell’etnia e della nazione, ideologia del nemico), coltivate
nell’800 e nel ‘900, e tuttavia resistenti nel tessuto sociale, in
Albania.
Per gli arbyresh la “madrepatria” può
consistere piuttosto in un mito, nel mito della Morea, ovverosia nel mito
dell’erranza, da rileggere e da “inverare”. La collaborazione tra comunità
arberische e comunità schipetare va maturata sul terreno della ricerca
culturale tra lingue imparentate e ancor più sul terreno della ricerca e
della condivisione di un ethos più alto, sul terreno dell’impegno per il
con-vivere nell’area balcanica fuori da qualsiasi animosità “etnica”.