Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Flamuri i Arbërit rron!

GEROLAMO DE RADA IN “MICROPROVINCIA”

del prof.  Italo Costante Fortino

 

Il 19 agosto 2003 è stato presentato a Macchia Albanese il numero speciale della rivista Microprovincia (Stresa 2003), dedicato a Girolamo De Rada, in occasione del centenario della morte del Poeta.  Il Direttore della rivista Franco Esposito ha motivato l’omaggio al grande poeta di Macchia come un “debito” che doveva essere saldato almeno a cento anni dalla scomparsa.

Franco Esposito tocca la nostra coscienza quando nella presentazione del pregevole volume di “Microprovincia” scrive che “Girolamo De Rada richiede, come pochi altri poeti, una lettura laboriosa e continua, ma soprattutto una frequentazione quotidiana”. E giustamente pone in testa al suo intervento la descrizione della ragazza, Rina, tratteggiata con essenziali ma potenti pennellate nel II canto del “Milosao”:

                E përveshurëz e lart

                me këshën të pjeksurith

ndë një jetullës të bārdh

ish te kroi një vash …

L’iniziativa di Franco Esposito di dedicare un numero – voluminoso – della rivista “Microprovincia” (Stresa 2003) diventa iniziativa “dinamica” quando spiega che “l’omaggio a Girolamo De Rada”, del titolo, “è un invito alla conoscenza del Poeta”.

L’impostazione data a questo numero monografico di “Microprovincia” ci permette di prendere in considerazione due aspetti:

l’interesse dei singoli collaboratori per l’opera deradiana;

la motivazione del prevalere di alcune tematiche su altre, che può far scaturire una riflessione più generale, utile a fare il punto, anche se circoscritto e provvisorio, sulle ricerche deradiane.

Il materiale, molto ricco, presente in “Microprovincia”, da una prima e provvisoria lettura, per cui ciò che qui si afferma può andare soggetto a rettifica, in base a considerazioni più approfondite, nostre o di altri, può ritenersi il “primo frutto”  di ricerche in itinere.

Questo carattere si evince anche dal fatto che il bravo Franco Esposito ha saputo convogliare con abile diplomazia studiosi diversificati, per fornirgli, in tempi strettissimi, ricerche relative al De Rada o provvisoriamente concluse o ancora in fase di elaborazione.

Altro aspetto che caratterizza alcuni interventi è la riproposizione di importanti tematiche già note ai lettori per essere apparse in precedenza. Tali apporti hanno trovato una giusta e appropriata collocazione in “Microprovincia”, perché rappresentano delle tessere funzionali a definire la compiutezza del quadro, a dare un respiro più ampio, a denotare dei fili che collegano  - anche a distanza di tempo – le varie ricerche. Per questo carattere, l’appello ai lettori è d’obbligo, perché tengano presente tempi e contesti culturali.

Questo volume di “Microprovincia” ha voluto portare ad unità forze sparse e diversificate, a volte, per necessità di contingenza isolate, ma tutte impegnate e operanti con risultati apprezzabili e validi, ai fini dell’avanzamento delle ricerche.

Un aspetto che connota ancora questo volume è la collaborazione – accanto a studiosi arbëreshë e shqiptarë, di autori, studiosi, intellettuali non arbëreshë, per vari motivi, sensibili alla problematica della cultura, della letteratura arbëreshe e in particolare attenti alla lettura dell’opera di Girolamo De Rada.

E’ interessante ascoltare queste voci perché contengono in sé due indicatori: da un lato dimostrano l’apertura della cultura della minoranza arbëreshe e, nel caso specifico, di quella letteraria deradiana, verso l’esterno, il mondo circostante; dall’altro lato sono indicatori del grado di ricezione dell’opera del De Rada sia pure attraverso la traduzione italiana effettuata dall’Autore stesso.

Passiamo ora ad esaminare le tematiche presenti nel volume di “Microprovincia”, legittima attesa dell’ascoltatore e del lettore, quando si trova di fronte ad una novità.

Da una rassegna panoramica è parso opportuno classificare il contenuto sulla base del genere, per comodità di esposizione e per rispondere a categorie che sono ormai familiari alla nostra mente.

Il primo posto – che è la magna pars – lo occupano le ricerche di carattere letterario, come d’altronde era da aspettarsi, in quanto oggetto di riflessione è l’opera letteraria che fa del De Rada un protagonista di prim’ordine della letteratura non solo arbëreshe, ma albanese nella sua globalità.

A ragione, Ismail Kadare, che apre il volume, riflettendo sui “Canti di Milosao” e la nostra tradizione poetica, dopo aver constatato che “questo capolavoro della nostra poesia è rimasto sconosciuto alla grande massa dei lettori albanesi”, riferendosi al contesto politico-sociale dell’Albania della prima meta del XIX secolo, afferma che “il Milosao fu scritto in un periodo oscuro della nostra storia in cui l’Albania ancora non esisteva come stato e il nostro popolo era minacciato dalla pressione secolare dell’assimilazione turca”. E non esita ad individuare quel ponte che lega gli Arbëreshë e gli Shqiptarë quando dice che il “Milosao” con i suoi mille versi, le sue tinte azzurre e gialle, il suono delle campane, era come un pezzo d’Albania, creato con l’amore e la nostalgia del poeta esule, un pezzo di Albania che egli amava, che si riproduceva e creava reclute nel corso dei secoli”.

A queste considerazioni fa eco la voce della poetessa e critica letteraria Klara Kodra, la quale vede nei “Canti di Milosao” il “carattere nazionale”, ma soprattutto “l’elevato livello estetico” che rende il poemetto degno di stare a fianco “delle più famose opere europee”. Da qui gli apprezzamenti della qualità estetica da parte di Viktor Hugo e del Lamartine, ma anche le somiglianze tematiche della Mirella del provenzale Mistral del 1859, quindi cronologicamente posteriore ai “Canti di  Milosao”.

Gli apporti del Kadare e della Kodra si chiudono con due appelli: il primo auspica un allargamento dei lettori dell’opera deradiana in Albania, suggerendo qualche soluzione per il superamento della difficoltà di comprensione linguistica; la seconda sollecita gli studiosi a scavare ancora di più nelle profondità della “miniera di pietre preziose”.

Gli accostamenti dei “Canti di Milosao” – limitatamente all’episodio e al topos dell’incontro presso la fonte – con le opere “I dolori del giovane Werter” e “Arminio e Dorotea” di Goethe, proposti da Tiziano Salari, suggeriscono un campo di ricerca in seno alle letterature comparate, che può contribuire ad una conoscenza più approfondita e più ampia delle problematiche letterarie.

Così l’accenno al Felibrismo – movimento sorto nel sud della Francia a favore della lingua d’oc e delle tradizioni provenzali, passato quindi a individuare esperienze poetiche in lingue rare, minoritarie o in dialetto – porta a considerare il De Rada, nel rapporto con la lingua albanese della sua Macchia e con le tradizioni popolari, un protagonista antelitteram degli ideali di tale movimento.

Forse un’accentuazione dei collegamenti anche se ideali delle opere deradiane con altre europee o mediterranee farà evitare il rischio della dimenticanza che ha imperato nel passato. Lo studioso infatti si chiede come mai non ci sia alcun cenno all’opera deradiana nel “Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature”, che pure presenta opere anche minori di altri scrittori di valore senza dubbio inferiore a quelle del De Rada. L’esigenza di scoprire proiezioni e dimensioni che superino i confini ristretti regionali è presente negli interventi di Dante Mafia e di Pierfranco Bruni, entrambi attenti allo spazio alle culture mediterranee.

“La grecità, colorata di accensioni romantiche” fa dire al Mafia che si tratta di un connotato che definisce il “romanticismo mediterraneo”, atto a fare entrare l’opera del De Rada “nell’immaginario comune europeo”. Il contributo del Bruni prende in considerazione anche il pensiero di un grande albanese di Scutari che nasceva proprio nel 1903, quando si spegneva il De Rada: Ernesto Koliqi. Basti ricordare quel poemetto dedicato agli Arbëreshë, dal titolo “Kangjelet e Rilindjes” (I canti della Rinascita), che adotta la stessa poetica deradiana dei “Canti di Milosao”, per capire il fascino che ha esercitato su di lui l’opera del De Rada. E’ pur vero quanto afferma il Bruni che “le radici sono la continuità di un passato che in poesia diventa fatto identitario come recupero di memoria”, e all’unisono col Koliqi sostiene che “nelle rapsodie tradizionali da lui raccolte [è presente] la luminosa atmosfera di un felice periodo della travagliatissima storia del paese, di quello cioè in cui, nel tramonto lento dell’impero bizantino, fiorivano le signorie locali. In quel secolo XV le piccole corti dei principi albanesi raggiavano dei bagliori d’una civiltà nella quale oriente e Occidente profondevano gentilezza di usanze e radiosa luce di civiltà e d’arte”. E sottolinea con puntualità gli echi del passato proprio nei primi versi del I Canto del “Milosao”:

Lis jetá kishë ndërrúar

 uj të rī ndë dejtit

 kalthëruar te dit e rē

 por llumbārdh e Anakreontit 

rronej Tēmp e moçëme

(La terra aveva mutato querce // acque nuove nel mare // s’inazzurravano a soli novelli // ma ancora la colomba d’Anacreonte // viveva antica in Tempe).

Questi echi gli fanno concludere che “I luoghi e il sentire, la geografia dell’anima e la dimensione del tempo, in Girolamo De Rada sono concezioni che hanno rimandi greci. In essi c’è un modello di cultura mediterranea fondato soprattutto sul valore della memoria”.

Il rapporto critica letteraria-filologia è stretto, e in questo volume non potevano mancare riflessioni sulla problematica filologica dei testi. E’ il caso dei “Canti di Serafina Thopia” e le varianti nella edizione del 1843 di Elio Miracco. In questo studio è interessante notare come la prima edizione del 1839 non abbia avuto circolazione, perché secondo quanto afferma lo Straticò “fu trattenuta dalla censura”, confermato dal Marchianò che parla di “poema soppresso dai Revisori di Napoli”. Rimaniamo in attesa della prossima pubblicazione, da parte del Miracco, delle 20 lettere scritte al padre Michele e sequestrate proprio alla fine del 1839, che potranno rivelarci notizie certamente interessanti. Il sequestro è avvenuto per l’attività politica antiborbonica del De Rada a Napoli. Altro merito di questo studio riguarda le varianti di una stessa edizione, quella del 1843, tra una copia che si conserva nella Biblioteca Civica di Cosenza e una nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

All’ambito degli studi filologici va ascritto il contributo di Franco Altimari “Gli esordi letterari in lingua albanese di Girolamo De Rada” che tratta degli “abbozzi delle prime raccolte folcloriche e gli avantesti delle prime opere poetiche del De Rada: I Canti di Milosao e i Canti di Serafina Thopia”.

Lo studioso presenta tutti i manoscritti deradiani che hanno preceduto la prima edizione a stampa del Milosao (1836) - quelli di Frascineto, ritrovati in casa Dorsa, il manoscritto custodito nell’Archivio di Stato di Tirana e il manoscritto di Copenaghen – ricostruendo le varie fasi della “complessa elaborazione testuale deradiana”.

La pubblicazione di materiale documentario ancora oggi inedito è di grande importanza, perché apre prospettive a più approfondite conoscenze. In questo filone rientra l’apporto di Michelangelo La Luna sulla “Fortuna del De Rada dall’Italia all’Europa”, che si basa sul carteggio inedito tra Girolamo De Rada e Niccolò Tommaseo. Lo studio di La Luna mira a dimostrare come il De Rada, nonostante una biografia circoscritta alla sua terra d’origine, abbia avuto una statura poliedrica e di levatura nazionale ed europea. La tesi è pienamente confermata sia dalla ricca corrispondenza intercorsa tra il De Rada, il Tommaseo e il De Gubernatis, ma anche dai riconoscimenti riscossi soprattutto in Francia.

Il contributo di Italo Costante Fortino riguarda la pubblicazione di 45 lettere inedite che il De Rada inviò ad Angelo De Gubernatis dal 1870 al 1900,  corredate di note esplicative e di uno studio introduttivo che mette in evidenza da dimensione nazionale e internazionale degli interessi del De Rada e l’evolversi della sua produzione letteraria con le prime valutazioni di merito. Il De Gubernatis (torinese 1840 – 1913) doveva necessariamente entrare in contatto col De Rada, sia per i suoi interessi rivolti ai balcani, sia per l’intensa attività pubblicistica con le numerose riviste che fondò e diresse: 1) “La Rivista europea”, 2) “La Rivista Orientale”, 3) “La Rivista contemporanea”, 4) “Natura e Arte”, 5) “La Rivista delle Tradizioni popolari italiane”; di quest’ultima il De Rada fu consigliere. Dalla lettura delle lettere affiora sia la problematica arbëreshe, sia quella shqipetara, due poli che hanno sempre attirato l’attenzione del De Rada. Se può considerarsi ovvio l’interesse per la cultura tradizionale arbëreshe che il De Rada aveva scoperto e apprezzato attraverso le Rapsodie, più complesso, per il tempo, può apparire la proiezione verso i problemi politici e culturali degli shqiptari. Dopo avere ribadito la necessità dell’autonomia dell’Albania rispetto all’indipendenza, a causa delle mire annessionistiche degli slavi vicini e dei greci, il De Rada appare tutto intento ad affermare l’identità del popolo albanese su un piano 1) linguistico-filologico, 2) letterario, 3) storico, basandosi sul principio “l’Albania degli Albanesi”. Egli è consapevole, grazie anche all’attività della sua rivista “Fiamuri Arbërit”, di avere influito positivamente a risvegliare le coscienze e di avere creato i presupposti per un vero risorgimento: “Quando smisi esausto il Fiamuri, i suoi effetti nella madrepatria erano già visibilissimi; un giornale albanese “Drita” (La luce) era fondato in Costantinopoli, un altro lo “Shqiptari” facevasi in Bucarest; in Atene costituitasi un comitato per la coltura della lingua albanese e n’era organo l’Efimeride H Fonh thV AlbaniaV, ed il Sultano autorizzava le comunità albanesi dei suoi stati ad aprire scuole della lingua propria” (Lettera del 1893). Il sodalizio col De Gubernatis lo confermò nelle sue convinzioni e lo stimolò ad operare con tenacia e impegno nel campo della creazione letteraria e della letteratura orale. Ultimo aspetto che viene fuori dalle 45 lettere è l’attenzione al Collegio di S. Adriano. Il De Rada nota che mentre “finiva lo slancio sì nobile antico di quella scuola”, un’altra fase succedeva con le trasformazioni delle istituzioni; e, come annotava Anselmo Lorecchio, l’internazionalizzazione del Collegio andava incontro alle esigenze di studio dei giovani d’Albania e alle aspirazioni di influenza dell’Italia nello scacchiere balcanico, alla vigilia del crollo dell’impero turco. Del De Rada il De Gubernatis ebbe una grande stima e lo inserì tanto nel “Dizionario biografico degli scrittori contemporanei” del 1879, quanto nel “Piccolo Dizionario dei contemporanei italiani” del  1895.

In un numero monografico sul De Rada non poteva mancare la ricostruzione del quadro storico-culturale in cui ha vissuto il Nostro. Il contributo di Domenico Cassiano “Girolamo De Rada tra rivoluzione e poesia” tende a mettere in luce le varie fasi evolutive del De Rada, prima schierato a fianco dei rivoluzionari, e poi sempre più moderato. In questa evoluzione, il Cassiano ha individuato l’influenza della progressiva tendenza del De Rada al misticismo, da cui anche il suo graduale isolamento.

Le riflessioni di Costantino Marco su “De Rada tra cultura moderna e tradizione”, tendono a individuare “il rapporto tra le diverse anime della cultura arbëreshe locale in riferimento alla cultura italiana ed europea”. Il Marco svolge il tema del mito, della letteratura nazionale, della interpretazione della realtà storica, dell’idealizzazione romantica, della lingua come fonte di legittimazione dell’unità nazionale, attraverso la mediazione della letteratura.

Altro argomento di notevole interesse sono i “Cenni sulla metrica del De Rada”. Trattandosi di un problema che si collega alla prosodia delle rapsodie popolari, Vincenzo Belmonte ha dato alcune prime indicazioni sulla flessibilità dell’ottonario, per la riduzione o l’aumento del numero delle sillabe.

Il volume di Microprovincia si avvale ancora di altri interessanti apporti. Apprezzata la testimonianza dello scrittore Sharo Gambino che ricorda i suoi trascorsi nel Collegio di S. Adriano e l’approccio ai “Canti di Milosao”. E’ utile ricordare che lo scrittore Gambino ha mantenuto costanti rapporti col mondo arbëresh ed è altrettanto utile ricordare che il comune di S. Demetrio nel 2001 gli ha tributato il riconoscimento di “scrittore robusto e sanguigno come la nostra terra”.

Opportune appaiono le riflessioni di Angelo Faccione sulla “Sofonisba” del De Rada, dramma storico in cinque atti (1891), scritto in italiano. Del sacrificio di Sofonisba, per ragioni di stato, il Gaccione segue il percorso storico, attraverso Francesco Petrarca, Pierre Corneille, per giungere all’Alfieri e al De Rada. Sul dramma del De Rada il Gaccione cita la positiva recensione del filologo tedesco Hermann Buchholtz sulla “Rivista della stampa estera di Berlino”.

E ancora Carmine Abate affascina con le sue pagine creative che riportano alla memoria i luoghi del De Rada, la bella Macchia di cui dice che “i profughi albanesi che vi giunsero alla fine del Quattrocento non potevano scegliersi un luogo migliore per fondare il loro paese”. Chissà, forse quella stessa “collina chiazzata di uliveti, tra la piana di Sibari e la Sila, tra mare e montagna”, avrà influito positivamente perché si affermasse “il Dante della letteratura arbëreshe, il poeta più grande”.

Nel volume di “Microprovincia” sono anche presenti le voci poetiche che continuano a far vibrare le loro corde nel nome del De Rada. Esse abbracciano l’intera compagine albanese: il Kadare con la lirica “De Rada” rappresenta l’Albania; Ali Podrimja con la poesia “Te De Rada në Maqi” rappresenta la Kosova, mentre Zef Kakoca con “Jeronimi” e Franco Esposito con “Il mantello di De Rada” simboleggiano l’intera Arbëria, che ancora oggi si dimostra produttiva ed epigone dell’arte deradiana.

Infine non si può non ricordare il florilegio di Canti del De Rada presente in questo volume di “Microprovincia”: le traduzioni del “Milosao” in francese di Aleksandre Zotos; quelle in italiano di Giuseppe Gradilone, e le traduzioni dello “Skanderbeku i pafān” di Vincenzo Belmonte.

Questa carrellata si rendeva utile per incuriosire i lettori e farli procedere nella lettura pacata e proficua dei numerosi contributi, tutti rivolti ad illuminare la figura e l’opera del sommo poeta degli albanesi d’Italia.

priru / torna