C’è
un piccolo agglomerato di case distese sulle verdi colline della Sila
Greca che degradano nella sottostante pianura di Sibari. Uno di quegli
angoli di Calabria che il maestro Enotrio ha impresso sulle sue famose
tele, dando alle cose una luminosità che solo questa terra baciata dal
Mediterraneo può offrire all’occhio umano. E’ il villaggio di Macchia
Albanese, frazione della conosciuta San Demetrio Corone, in provincia di
Cosenza, che ha dato lustro alla storia degli Albanesi, una minoranza
linguistica storica tra le più consistenti in Italia. Macchia A. ha dato i
natali a Girolamo De Rada che, per la sua molteplice attività culturale, è
giustamente ritenuto “il Vate” di tutti gli Albanesi d’Albania e
della diaspora. Egli è considerato il padre della letteratura arbëreshe (italo-albanese),
oltre che l’iniziatore della letteratura albanese moderna.
Si istruì nello storico Collegio italo-greco
di S. Adriano in S. Demetrio Corone, il cui ruolo determinante nella
formazione degli intellettuali italo-albanesi e dove si preparò e si
sostenne l’adesione alla causa unitaria, suggellando così l’appartenenza
alla storia civile e culturale italiana di queste popolazioni portatrici
di altra cultura. Il De Rada trovò la sorgente delle sue ispirazioni
poetiche tra la sua gente, dove diffuse le rapsodie albanesi. Compose
l’opera i Canti di Milosao (figlio del despota di Scutari),
preceduta dal titolo “Poesie albanesi del secolo XV” che rappresenta “la
prima luminosa espressione della letteratura colta albanese” (Gradilone,
I canti di Milosao, Olschki Firenze 1965. Uscirono tre edizioni, la
prima nel 1836, curate direttamente dall’Autore.
Ebbe contatti con gli intellettuali europei
di allora. Meyer, Dozon, Benloew ed altri scrittori lo salutavano come “il
primo grande poeta albanese”. L’orientalista di Dresda, Slaa Műller,
lo paragonò allo scrittore scozzese Macpherson il quale trovava
ispirazione nei canti celtici. Il grande poeta francese Alfonso Lamartine
gli scrisse nel 1844 riconoscendogli l’azione in favore della libertà e
della risurrezione dell’Albania. Anche Federico Mistral, l’Omero della
Provenza, ebbe a scrivere favorevolmente sul Milosao, l’opera che
rese famoso il De Rada anche all’estero. Lo stesso fece il pubblicista
francese G. C. Camet. Il tedesco Teofilo Stier tradusse alcuni canti del
poema nella sua lingua. In Italia il De Rada viene citato da Cesare Cantù
nella rivista Melusine. Giovanni Prati e Aleardo Aleardi scrissero
di lui giudizi lusinghieri.. Nicolò Tommaseo lodò moltissimo il Milosao,
in una lettera diretta all’autore il 30 luglio del 1873. Le rapsodie, da
lui raccolte tra la sua gente e poi pubblicate a Firenze nel 1866,
influenzarono soprattutto gli scrittori dell’Albania, tra i quali Zef
Cubani e Thimi Mitko, che diedero inizio alla valorizzazione del tesoro
spirituale del loro popolo. Tra gli albanesi d’Italia, Demetrio Camarda e
Michele Marchianò.
Il De Rada, il poeta di Macchia A. è stato un
personaggio poliedrico. Oltre ad essere scrittore e poeta, fu anche
pubblicista, come si evince nella scheda che correda questo articolo. Fu
un grande sostenitore e propugnatore della libertà della madre patria,
l’Albania, che egli non ebbe la fortuna di visitare. Al De Rada spetta il
merito di essere stato il primo in Europa a porre la questione albanese e
a farla discutere, nelle sedi delle istituzioni politiche internazionali,
con dignità e serenità. Non cessava mai di lanciare il suo chiaro appello
a tutti: “L’Albania dev’essere degli Albanesi”. Parlò e scrisse
dell’Albania quando questa esisteva solo sulla carta, mentre giungevano
minacce di annessione dei territori dalla Grecia e dalle altre nazioni
confinanti. Assieme a tanti altri suoi contemporanei, anch’essi di origine
arbëresh, come Giuseppe Crispi (zio dello statista Francesco), Giuseppe
Schirò, Anselmo Lorecchio, Alberto Straticò, Demetrio Camarda e Vincenzo
Dorsa, si adoperò a tenere aperta la questione albanese nei vari circoli
politici europei, sostenendo che “l’Albania è una nazione, il suo
popolo ha origini nobilissime, con lingua propria, letteratura propria,
storia propria e merita, perciò, grandissima considerazione, con diritto
assoluto alla propria indipendenza”. Tenne una fitta corrispondenza
epistolare con i più grandi patrioti albanesi, anche quelli residenti a
Istambul, Bucarest, Sofia, Cairo. Sostenne l’appello delle Società
Albanesi operanti negli U.S.A. e firmato da Fan Noli, Nicola Zhambasi e
Llambi Bimbi, con il quale si chiedeva di intervenire presso il Sultano
per concedere una larga autonomia all’Albania. Nel suo periodico “Fiamuri
Arbërit” il De Rada contribuì ad illuminare il pensiero sul problema della
rinascita albanese (rilindja), rivelando un grande “senso
realistico ed una acuta lungimiranza politica”. La principessa rumena
Dora D’Istria (Elena Ghica), intanto faceva conoscere in tutta l’Europa,
con i suoi scritti, il nome di Girolamo De Rada, novello Byron, e le sue
angosce che lo tormentavano sulla situazione dell’Albania, soggetta ancora
all’impero ottomano.
De Rada si distinse maggiormente per aver
assunto una posizione molto dura contro la borghesia reazionaria italiana
che assunse un atteggiamento favorevole alla politica espansionistica di
alcuni stati nei confronti del territorio albanese. La corrispondenza che
il poeta arbëresh ebbe con Dora D’Istria nel 1867 rivela tutta la sua
sofferenza nei riguardi della Patria degli avi degli Albanesi d’Italia.
Contro l’espansionismo italiano in Albania così scrisse il De Rada alla
principessa romena: “Appena avvenuta l’unità delle regioni d’Italia,
sui giornali di quella parte la quale ha preso in mano le redini si
rispecchiava e si rispecchia tuttora il desiderio dell’Italia di porre
piede sulla sponda albanese per paura che giunga prima l’Austria e le
oscuri il sole”. Poi: “Non soltanto che questi giornali non dicono
nulla di buono per noi, ma allorché vedono che sorge un po’ di fumo in
Oriente, tutti ad una voce, augurano successo alla Grecia, alla Serbia ed
al Montenegro che tutti assieme vogliono dividere l’Albania in pochi
pezzi. Direi che l’Italia è dello stesso parere con questi Stati, poiché
si sono impegnati a darle qualche parte di quella infelice Albania, oppure
perché, a causa della Lega Balcanica, vede preclusa all’Austria le coste
meridionali dell’Adriatico”. Di Francesco Crispi, arbëresh di Sicilia,
il De Rada non aveva alcuna fiducia e la D’Istria gli diede poi ragione.La
posizione coraggiosa del De Rada influenzò quasi tutti gli intellettuali
arbëreshë.
Nel 2003 si sono svolte in Albania, nel
Kosovo e nelle comunità albanesi d’Italia e della diaspora le celebrazioni
del centenario della morte di Girolamo De Rada, con simposi, conferenze,
ricerche, studi e pubblicazioni. La grande eredità lasciata dal De Rada
continua a produrre nuovi frutti rafforzando le radici della cultura
albanese attraverso i suoi insegnamenti, le sue testimonianze, le sue
opere ed i suoi studi. Di questo è consapevole la consistente minoranza
linguistica albanese di antico insediamento.

Breve bio-bibliografia
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Il calabro-albanese Girolamo De Rada è
nato a Macchia Albanese, in provincia di Cosenza, il 19 dic. del 1814 ed è
morto a San Demetrio Corone il 28 febbraio del 1903. Nel 1834 si iscrisse
alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli, ma si dedicò
alla poesia e allo studio dei poeti. Fu insegnante di albanese al Collegio
di S. Adriano in S. Demetrio Corone, dove nel 1825 venne allontanato
perché sospettato di attività antiborbonica. Nel 1850 sposò Maddalena
Melicchi, dalla quale ebbe quattro figli. Soltanto nel 1889 gli venne
restituita la cattedra di lingua albanese allo storico Collegio. E’ la
figura più rappresentativa della letteratura arbëreshe. Non solo. E’
considerato l’iniziatore della moderna letteratura albanese e per questo è
studiato nelle scuole e nelle università shqiptare (albanesi).
Appassionato dei canti popolari della sua gente e di una fanciulla, figlia
del pastore di famiglia, trasse l’ispirazione per scrivere in arbërisht
(la lingua parlata dagli albanesi di Calabria) “I canti del Milosao”,
pubblicato nel 1836, ritenuto dai critici un grande poema del
romanticismo, non solo italo-albanese.
Tra le opere scritte in italiano: la tragedia
“I Numidi” nel 1846, il poemetto l’Odisse (1832), il saggio
“Principi di Estetica” (1864), la dissertazione “Pelasgi
e Albanesi”, la conferenza su “L’antichità della lingua albanese”
(1890), nel 1891, con il titolo “Sofonisba” ritornò alla
tragedia rimaneggiando la precedente “I Numidi”. Tra quelle scritte
in albanese: “Il Milosao” come già detto, “Skanderbeccu i
Pa-faan”(Scanderbeg lo sfortunato) nel 1873 – 1884) e “Serafina
Thopia” (che poi prese il titolo di “Uno specchio di umano
transito”) la storia della principessa d’Arta, raccontata in due fasi:
la prima 1839 – 1843, la seconda nel 1897. In questa opera descrive
il dramma degli albanesi che si apprestavano ad abbandonare la patria per
rifugiarsi in Italia. Nel 1866 pubblicò in lingua “Rapsodie di un poema
albanese; nel 1873 – 1884 “Poesie albanesi”.
Svolse una intensa attività pubblicistica. A
Napoli nel 1848 esce il giornale “L’Albanese d’Italia” in lingua italiana,
mentre dal 1883 al 1887, pubblica a Corigliano Calabro ed a Cosenza la
rivista “Flamuri Arbërit” (La Bandiera dell’Arbëria). De Rada tenne
corrispondenze con molti noti scrittori come Lamatin, Ruber, Mistral,
Bucol, Pierre, Hoffer, Cantù, Tommaseo, De Sanctis, Ardigò ed altri.
Tenne due congressi linguistici uno a
Corigliano Calabro (1895) e l’altro a Lungro (1897). Ha insegnato nel
Liceo “Telesio” di Cosenza e nello storico Liceo del Collegio
italo-albanese di Sant’Adriano a S. Demetrio C..
Attraverso i suoi scritti diffusi in tutti i
circoli politici d’Europa, reclamò l’indipendenza dell’Albania. Svolse la
sua attività letteraria per circa settanta anni contribuendo non poco alla
rinascita nazionale albanese: “un potente movimento – come viene
sottolineato in Albania – della liberazione dal giogo ottomano,
accompagnata da un vasto movimento culturale e letterario, sia da patrioti
albanesi che da patrioti della diaspora”.
Notevoli le tracce del poeta Girolamo De
Rada in Italia ed in Albania dove molte scuole, vie e piazze portano il
suo nome. Nel cortile del Collegio italo-albanese di San Demetrio Corone
si conserva il busto bronzeo del vate, dono della Repubblica Popolare
d’Albania agli Arbëreshë.