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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Flamuri i Arbërit rron!

LO SCRITTORE ALBANESE NASHO JORGAQI DESCRIVE I LUOGHI DEL POETA DE RADA

Da Larg dhe afër di Nasho Jorgaqi

Traduzione italiana di Eugenio Scalambrino

Il noto scrittore albanese Nasho Jorgaqi in uno dei suoi viaggi compiuti nell’Arbëria cosentina, negli anni ’80, si recò in visita nella patria del grande poeta arbëresh Gerolamo De Rada (1814-1903), Macchia Albanese, dove vivevano i discendenti del Vate. Jorgaqi, acuto e sensibile osservatore, ha descritto con accenti nostalgici e pieni di pathos i luoghi visitati e le persone incontrate creando così l’atmosfera di un lontano passato pervaso dalla presenza del Vate arbëresh che ha votato la sua lunga e tormentata esistenza e tutti i suoi averi all’amore per la sua antica patria: l’Albania.

Qui di seguito diamo il brano integrale tratto dal libro di Nasho Jorgaqi “Larg dhe afër” con l’ottima traduzione di Eugenio Scalambrino che si è distinto in altre traduzioni dello scrittore albanese. (Francesco Marchianò)

Ci mettiamo in viaggio verso il paese natale del nostro grande poeta. Chi ha letto il “Milosao” senza scorazzare a cavallo della sua fantasia per Macchia, lì dove hanno avuto origine i suoi canti? Tutto un mondo pieno di sogni e di visioni, ai confini della leggenda. Ora che siamo diretti a Macchia, sembra anche a noi di venir fuori da quel mondo.

La macchina abbandona la strada principale e prende a destra, arrampicandosi per una salita. Alle falde di una collina biancheggiano le case di S. Demetrio, il principale centro arbëresh della provincia di Cosenza. Attraversiamo il paese, per strade lastricate di selci e voltiamo a sinistra. S. Demetrio e macchia sono molto vicini, quasi parti di uno stesso paese. Tra di loro si estendono oliveti, vigne, e piccoli scoscendimenti, gialli di ginestre. La natura mediterranea da questa parte è tutto un rigoglio di verdeggiante leggiadria: abbiamo di fronte Macchia, in cima alla collina come una verde corona, con le sue finestre affacciate all’orizzonte. Attraversiamo un ponte su un fiume. Sara il ponte  Rakanielj? Ora siamo entrati nei luoghi amati dal nostro Poeta, nella geografia deradiana.

Scendiamo dalla macchina e camminiamo a piedi. Solo così ci si può avvicinare al paese natale di De Rada. Ci sembra di conoscere da tempo la posizione del paese, se solo richiamiamo alla memoria i canti che ce lo descrivono in qualche parte nel suo spazio pieno di luce tra la fuga delle colline ed il mare. Il suo verde profilo si staglia contro il cielo sereno in linee sottili e piene di grazia. E’ un panorama dolce e tranquillo, che l’ombra pesante dei monti del Pollino non intacca. Tra di loro si stende la ella Piana di Sibari, bagnata ad oriente dalle acque dello Jonio. Proprio in quella direzione si apre una valle tra i monti del Pollino e quelli della Sila e vi si scorge il tremolare della marina. Per macchia e per i paesi arbëreshë di queste parti  questa valle è stata sempre una specie di grandiosa finestra verso l’Albania, oltre l’orizzonte. Era questa la vista luminosa che accendeva ed alimentava l’ispirazione di De Rada. Senza questo sentiero verso l’Albania forse non sarebbe sorto il “Milosao”.

Siamo in compagnia di Vincenzo Minisci, sindaco di San Giorgio Albanese, uomo noto all’interno dell’odierno momento arbëresh.  Egli non è poeta, ma ha spirito poetico e si sente commosso quanto noi, sebbene passi da Macchia ogni giorno.

Macchia è la Mecca degli Arbëreshë, e, a quanto pare in parte anche degli Albanesi – dice Vincenzo con voce tranquilla. – Senza De Rada, pensate come saremmo poveri noi qui, in una terra straniera.

Entriamo in Macchia e ci mettiamo a camminare per la strada principale. Diversamente da quanto pensavamo da lontano, il paese è vivo e movimentato. Ascoltiamo con attenzione e sentiamo risuonare le prime parole arbëreshe. Senza volere ci si gonfia il petto. Macchia continua a parlare la lingua del suo Poeta. Il contrario sarebbe stata un’amara ironia, il più grande affronto che si potrebbe fare alla memoria di De Rada. Ora possiamo camminare per il paese senza esitazione alcuna. Ritroviamo proprio quello stesso aspetto intimo, quella stessa caratteristica, quasi le stesse persone: uomini in gruppi per le piazze, vecchi seduti sui muretti davanti le case, bambini che giocano. Alzano la testa e ci guardano, mormorano qualcosa, ci rivolgono un saluto. Macchia è abituata a ricevere amici, soprattutto fratelli dall’Albania.

La prima persona che incontriamo è un uomo alto, diritto, un po’ brizzolato. Si allontana dai suoi compagni e ci si avvicina. Vincenzo fa le presentazioni. E’ uno dei pronipoti di De Rada, che vive in paese.

Camillo De Rada.

Il discendente dei De Rada ci abbraccia forte e, anche se non è la prima volta che incontra amici come noi, si commuove. Ci precede verso casa sua. Lasciamo la strada asfaltata e prendiamo per un vicolo pavimentato a selci, tra vecchie case di pietra. Forse siamo nella Macchia d’una volta, là dove sono ben visibili le tracce del tempo. Accanto a case con i tetti di tegola sene trovano altre a blocchi di pietra color cinerino, più antiche. Muri demoliti o cadenti, travi vecchie o sporgenti come denti cariati, piccole finestre, portali di stile antico…E’ l’aspetto tipico dei paesi arbëreshë, che qui a Macchia però assume un significato particolare.

Ci troviamo in una situazione spirituale strana: i bei sentimenti ed i bei pensieri che il Poeta ci ha regalato in qualche modo si ridestano con impeto e sgorgano da noi per confondersi con le impressioni vive che ci suscita il paese.

Ed ecco la casa di De Rada – dice Vincenzo prendendomi per un braccio facendomi ritornare in me.

Siamo arrivati davanti alla vecchia porta della casa del Poeta; una porta grande con un arco in pietra che reca scolpito l’antico stemma dei De Rada: un ramo di quercia con due stelle. Ha quasi cinquecento anni, testimonianza dell’antichità della stirpe. La porta è forse il pezzo più importante di quanto resta della casa dei De Rada. Il tempo, vinto, è scolpito sulla pietra.

Attraversiamo la soglia ed entriamo nel piccolo cortile. Nella tranquillità tra quelle vecchie pietre sentiamo i nostri passi risuonare timidi.

Di fronte, ritta, una gran mola di mulino; in alto a sinistra, una lapide di marmo bianco con il nome del Poeta. Più in là rimane la parte disabitata della casa. Sostiamo un momento in profondo silenzio. Qui il tempo si è fermato, il tempo del Poeta, viene di ripetere con le parole del “Faust”. Ogni cosa intorno ricorda la sua vita.

Saliamo le scale di pietra della casa a due piani; una casa molto vecchia, sgretolata, con i muri pieni di crepe, di colore grigio. In basso, dove una volta erano le stalle, verdeggia il muschio. Non so perché qualcosa mi si stringe in cuore. Vincenzo è tutto pensieroso.

Il pronipote ci attende in cima alle scale. A testa bassa, entriamo in casa. Uno stretto corridoio semioscuro e alcune stanze irregolari con tavole di legno. Non sappiamo dove dirigerci, quando dalla porta di fronte esce una vecchia che ci allunga la mano

Mirësenaerdhit!

E’ Mamma Nicolina, la moglie di Giuseppe, nipote di De Rada, figlio del figlio Rodrigo. E’ lei che ora riceve gli amici e li accompagna per casa. Vive completamente sola. Veniamo a sapere che le sono capitate alcune disgrazie, simili in parte a quelle del Poeta. Parla poco e, quando parla, non può fare a meno di lamentarsi. Passiamo da corridoio ad una camera illuminata. Ci dice che è rimasta tutta sola, i suoi nipoti sono lontano.

L’atmosfera cambia quando si passa a parlare di Giuseppe De Rada. Dico alla vecchia che avevo incontrato e conosciuto suo marito quando era venuto in Albania.

Ecco, siamo in una strada di Scutari…Abbiamo trascorso alcuni giorni insieme; abbiamo parlato l’uno di fronte all’altro, come stiamo parlando io e te adesso, Mamma Nicolina.

La vecchia mi ascoltava attenta e si sforzava di aprire gli occhi guardando la fotografia.  Per poco mi si gettava al collo, diventò un’altra persona. Prese la fotografia in mano e tremava tutta, quasi rivedesse vivo suo marito. Ora non sapeva come renderci onore e cosa dire prima.

- Era venuto per il cinquantesimo anniversario dell’Indipendenza mi pare…

Si, si – mi rispose la vecchia con vivacità. – Lo ricordo molto bene. Si diede da fare molto, poverino; ma non arrivò alla grande festa albanese… Il nostro governo gli creò delle difficoltà … Non gli diede subito il passaporto. Allora Giuseppe scrisse una lettera al Presidente della Repubblica, ricordandogli che cosa gli Arbëreshë e De Rada avevano fatto per l’Unità d’Italia, quanto sangue avevano versato, quanti uomini valenti avevano dato alla storia italiana… Gli scrisse un sacco di cose… e terminò con questa domanda: come era possibile che al nipote di Girolamo De Rada, figlio di coloro che hanno combattuto al comando di Garibaldi, non fosse data la possibilità di andare in Albania, quando l’Albania celebrava il cinquantesimo anniversario della sua indipendenza?Gli Arbëreshë e gli Italiani che avevano versato il sangue insieme per la libertà si sarebbero rivoltati nella tomba. ..

Ora la vecchia parlava liberamente, ricordava ogni cosa distintamente.

Avvenne quello che ci si aspettava: dopo pochi giorni vene direttamente in casa un messo del prefetto di Cosenza a consegnare il passaporto a Giuseppe. Anzi gli chiese pure scusa. Allora Giuseppe non indugiò oltre e partì per l’Albania. Era molto contento, perché nessuno dei De Rada aveva avuto una così grande fortuna. Girolamo chiuse la sua lunga vita senza soddisfare questo desiderio; così anche il figlio Giuseppe, sebbene il padre avesse fatto di tutto per mandarlo; ma non ci riuscì… Ci andò un altro Giuseppe, il nipote…Lui lo ha avuto questo sacrosanto onore…

La voce di Mamma Nicolina inaspettatamente si affievolì e noi notammo ce quella dona dall’aspetto severo era stata sopraffatta dall’emozione. Dopo un breve silenzio riprese di nuovo a raccontare:

Ricordo che al ritorno portò con se del vino, vino rosso dall’Albania. Lo conservava, senza offrirlo al primo capitato. Lo aveva posto lassù, tra la fotografia del nono e l’icona. Quando faceva qualche convito alzava il bicchiere e diceva: “ Come questo vino è il nostro sangue sparso, rosso e tutto fuoco”: In seguito Giuseppe ebbe un altro grande onore: ricevette una lettera del presidente dell’Albania Enver Hoxha. Quale altro Arbëresh ha avuto questo onore?

Ora ci sembrava di essere a casa nostra: la padrona di casa non ci lasciava la mano e incominciò ad illustrarci ogni oggetto lì intorno.

Guardate – disse questa – è la camera di Girolamo…

Eravamo entrati in una stanza che dava nella parte posteriore della casa. Una tipica stanza arbëreshe, già ad un primo sguardo: il focolare al centro della parete, il letto di ferro addossato al muro, uno scaffale e un tavolino, ambedue vecchi e del tutto comuni, una lampada ad olio sul camino. Le pareti ai quattro angoli erano piene di innumerevoli fotografie di tempi diversi: il Poeta ed i figli, i nipoti, intere generazioni di De Rada per più di un secolo. Ogni cosa in questa stanza attrae ed immerge un po’ alla volta nel mondo di De Rada. Per un momento sembra che qui si perpetui il suo tempo, le persone, gli avvenimenti. Nel silenzio dei muri sgretolati sembra che risuoni la sua arpa, gli squilli della sua tromba…

Gli occhi non si staccano da quel letto di ferro, dove trovò riposo il corpo del Poeta, dall’antico scaffale di libri ora vuoto, dal soffitto trasformato dal tempo in testimone silenzioso. Viene da chinarsi davanti a quel tavolo, dove a voce altra ha cantato la musa del Poeta. Lì forse è nato Milosao, Rina, Serafina, Bosdari…Lì ha risuonato per la prima volta il gioioso grido arbëresh: “’ giunto il giorno dellArbëria!”, e viene voglia di ripeterlo fino a farne risuonare la casa. E invece tutto intorno tutto tace!

Muovi i primi passi per la casa e senza che te ne renda conto senti che i muri si ridestano e ripetono la vita ed il canto del Poeta.

Da qui  Girolamo guardava il mare …

E’ ancora la voce di Mamma Nicolina che ci richiama alla realtà. Ci mostra il piccolo balcone volto a oriente. Laggiù all’orizzonte, tra i monti del Pollino e quelli della Sila sfavillano azzurre le acque dello Jonio. Anche qui è visibile quella finestra perenne che guarda verso l’Albania. Più in qua c’è San Giorgio, paese natale di Variboba, poi una dopo l’altra colline pianure, fino a quando il paesaggio si fa più vicino e vediamo Giurista, il campo lavorato dal Poeta, Fiocati, una delle fontane preferite, e infine, sotto il balcone, l’orto di casa pieno di fiori e di verde. Nel nostro ricordo vivono con impeto i canti del “Milosao”.

Sostiamo lì in silenzio ed incantati, appoggiati alla ringhiera del balcone, mentre la brezza del mare ci accarezza in volto. Lo stresso Poeta quando si trovava qui sentiva, come dice, una pace gioiosa e stava ad osservare come i venti del monte si alternassero alle brezze marine.

Sono momenti di vita intensi, che De Rada ci regala dal balcone della sua antica casa.

Mamma Nicolina ci prepara la tavola e non sa come festeggiarci meglio. Poi raccoglie dei fiori dai vasi del balcone e ce li offre. Un fiore dalla casa del Poeta non è solo un ricordo, come non soltanto un ricordo un ramo di corniolo che dall’orto si allunga fino al balcone. Tutto in questa casa e in quest’orto diventa automaticamente reliquia.

Scendiamo le scale di pietra a braccetto con la padrona di casa. Prima di separarci, ci abbraccia e ci raccomanda:

Passate anche da Girolamo. E’ là con i figli…

Ci guardiamo senza capire che cosa voglia intendere con queste parole. Se ne accorge Camillo e ci spiega:

Sta parlando del sepolcro di De Rada. Ora andiamo…

Poco più della casa dei De Rada sorge la chiesa di S. Maria. Lì si trova il sepolcro del Poeta. Quando morì lo seppellirono nel cimitero di S. Demetrio, ancor oggi visibile in cima alla collina. Più tardi, dopo la guerra, trasferirono le ossa a Macchia.

Andò a S. Demetrio giusto per morire – racconta calmo il nipote – Se ne andò da Macchia solo cinque mesi prima della morte. Passò gli ultimi giorni nella povera casa di un pastore di S. Demetrio che aveva lavorato in casa dei nostri antenati. Lì non visse a lungo, per l’eccessivo lavoro. Ogni giorno andava in collegio ad insegnare ai bambini a leggere e scrivere nella lingua materna. E così morì, l’ultimo giorno di febbraio, quando da queste parti la primavera è alle porte. Dicono che tutti gli Arbëreshë presero il lutto e quanti poterono vennero a prender parte ai funerali. Morì in età davvero avanzata; ma quello ce aveva fatto per gli Arbëreshë e per la terra degli antenati non sarebbe morto. Per questo la gente piangeva e la bara passava da una spalla all’altra, da una mano all’altra. Dicono che in quell’inizio di primavera gli alberi erano fioriti presto. Il popolo con la bara sulle spalle, prese la salita, commosso, in mezzo agli alberi carichi di fiori. Improvvisamente si mise a soffiare il vento, un vento forte, che secondo alcuni proveniva dai monti del Pollino, ma ora tutti credono che venisse dal mare. Il vento dello Jonio scosse gli alberi ed i fiori andarono a coprire la bara. Tutti restarono meravigliati ed in mezzo alla commozione generale, sul volto di tutti rifulse un lampo di gioia. La natura compiva un suo desiderio e lo copriva di fiori. Tutto questo era opera del vento che soffiava dal mare e tutti sapevano da dove veniva quel vento …

Il racconto di Camillo ci aveva avvinto così forte, che non ponemmo mente dove andassimo se non quando ci trovammo davanti alla porta della chiesa. Entrammo in una grande navata profumata di incenso. Nella parte sud, a destra, distinguiamo una grande lapide di marmo: Lì riposano le ossa di De Rada. Sulla lapide sono scolpite queste parole:

“Inginocchiati, Arbëresh! Qui riposa Girolamo De Rada, cantore dell’Albania, prima guida alla Libertà. Girolamo de rada (1814-1903)”

E noi pieghiamo la fronte. Restiamo senza parole. Un brivido ci percorre e le ginocchia quasi si piegano. Sentiamo il petto rigonfio dei suoi canti e ancor più risuonano piene di trionfo le parole che qui si  pronunciarono  centocinquanta anni fa: “E’ giunto il giorno dell’Arbër!”. Quale forza mai suscitò nel Poeta queste parole profetiche?!

Viene da pensare a quella vita da combattente, interamente dedicata alla sacra causa della patria; senza dimenticare la sua vita di martire, colpito da tate sventure. Sono qui anche le osa dei suoi due figli Michelangelo e Giuseppe, che riposano in pace con il padre in mezzo a loro. Ma non riposa il cocente dolore del padre. Esso non ha fine, se si pensa quale dramma fu per il Poeta la loro morte, con tutte le speranze che aveva riposto in loro! Aveva raccomandato a Giuseppe d’andare in Albania e quando questo fu impossibile per le insormontabili difficoltà di quel tempo, lo sollecitò a scrivere versi arbëreshë e a comporre una grammatica della lingua materna. Voleva che il figlio continuasse la sua opera; ma la morte glielo rapì, e questa fu per lui la disgrazia più grande.

Acuto e più sconvolgente fu il dolore per la morte dell’altro figlio, Michelangelo, che il Poeta ha cantato in questi versi pieni di pianto:

Riposa qui… Michelangelo, figlio mio.

Passasti a diciott’anni

Come una stella cadente nella notte.

La videro gli occhi senza sapere

Donde venisse e dove andasse,

ma facesti più fonda la notte

nell’animo dei tuoi genitori…”

30 ottobre 1873 Girolamo de Rada

Alziamo gli occhi dal marmo dove palpitano queste parole e non osiamo guardarci l’un l’altro. La navata della chiesa diventa piccola ed profumo dell’incenso prende le narici.

Usciamo sulla pota della chiesa e respiriamo a pieni polmoni. Ci aspettano una frotta di vecchi e bambini che ci salutano in arbëresh, ci stringono le mani, ci abbracciano, e noi in qualche modo ritorniamo in noi stessi. Il silenzio è rotto da vivaci conversazioni nella nostra lingua. Era questo uno dei sogni più vagheggiati  dal Poeta, che a Macchia venissero fratelli dall’Albania a parlare in albanese. Ora sento sulla spalla la mano del pronipote di De Rada. Un vecchio mi tiene stretto un braccio. Mi guardano occhi ridenti di bambini. Un bimbetta allunga dei fiori appena raccolti tra le colline del paese.

“Dovevamo senz’altro incontrarci” sembra dicano i loro occhi.

Avete visto la casa dei De rada, guardate anche il loro paese – dice qualcuno. - E’ bello.

Il più bel paese arbëresh – aggiunge un altro con un mezzo sorriso.

Abbiamo conosciuto e amato non si sa da quando questo paese. Grazie al Poeta: tra i suoi canti Macchia è arrivata fino in Albania.

De Rada, scrivendo il “Milosao”, voleva dare agli Arbëreshë un po’ dell’Albania, e ambientò i fatti a Scutari – dice Camillo – ma questo è rimasto solo un desiderio  ; perché  in realtà egli ha dato Macchia, si, il paese che vedete…

E in verità tutti noi che abbiamo letto il “Milosao” ora lo abbiamo davanti; gli stessi luoghi e gli stessi nomi di cui parla il Poeta; il paese in cima alla collina, battuto dai soffi del vento e volto verso il mare. Camminiamo per i vicoli e le piazze e lo osserviamo da vicini, sentiamo il profumo della vita arbëreshe. Ed è proprio come dice il Poeta: sono fiorite ed appassite chissà quante querce, e qui di nuovo la vita si ridesta e continua. Macchia è immersa tra il verde e tra i fiori. Abbiamo davanti ai nostri occhi il paesaggio del “Milosao” in questa limpida giornata di aprile. Ecco le vigne tinte di giallo, gli uliveti d’argento, i gracili pioppi, i delicati salici, i gelsi dagli ampi rami. Camminiamo in mezzo a loro, usciamo da un vicolo ed entriamo in un altro, ci fermiamo in un piazza e sempre cerchiamo qualcosa in silenzio. Ci aspettiamo che da un momento all’altro ci vengano incontro Milosao e Rina. Anzi, ogni ragazzo ed ogni ragazza arbëresh ci sembra qualcosa di loro. I canti del Poeta ci fanno volare tra i miraggi. In quale tra questi uliveti andava Rina a raccogliere olive e incominciò a piangere d’amore? Ecco una fontana, e ci viene in mente la fontana presso la quale per la prima volta Milosao incontrò Rina. Interroghiamo Camillo, che sorride ed alza le spalle.

Il nostro paese – dice – ha molte fontane… C’è Fiocati, Pocfili, Fonte Nuova …Una di queste è di sicuro.

Qualcuno degli abitanti di Macchia che ci segue sente e dice:

S’incontrarono a Fiocati, quella fontana laggiù, che si vede anche dalla casa dei De Rada.

Più in là, usciti su una piazza, chiediamo:

E Rodi dove si trova?

Alcuni giovani che ci seguono si mettono a ridere ed uno di loro spiega:

Ora ci troviamo in Rodi. E’ questa la piazza dove si riunivano gli uomini!

In qualche parte si sentiva il fruscio dei campi di orzo ed il Poeta veniva ad ispirarsi, vero?

No! – ci interrompe un giovane – Andava a Giurista. Lì se ne stava solo a meditare.

Gli abitanti di Macchia conoscono bene la storia del loro paese e la biografia del loro Poeta. Il “Milosao” e le altre opere di De Rada per loro sono non solo opere di poesia, ma anche di storia. In esse è tutta la loro anima. E’ “la grande terra sempre in preda a folate di vento”, come dice in qualche luogo il loro Poeta.

Una volta a Macchia, non si vorrebbe più andar via. Ci si perde negli spazzi pieni di colori e di trasparenze, avvinti da queste che sono le fonti della poesia di De Rada. Quanto più ci si attarda e ci si aggira per tutto il paese, tanto più si avverte che Macchia è la culla dove nacque e crebbe la poesia del “Milosao”: “Qui la luce sorride al mare e ai monti come una danza”. Ma soprattutto Macchia non si può capire senza quella finestra che si apre ad oriente sulle acque dello Jonio. Si vede da ogni parte del paese, da ogni casa;  la contemplava estatico De rada dal suo balcone. Da quella parte è l’Albania, e questo dava significato alla vita del Poeta, ma anche una sacra missione alla sua poesia. Certamente questo panorama aveva dinanzi in Poeta, quando racconta che negli ultimi istanti Milosao chiede ai suoi soldati di scostare la tenda “per poter vedere Scutari e mia sorella”.

All’uscita del paese salutiamo Camillo e gli altri nostri fratelli di macchia. Sulla strada del ritorno ci accompagna ancora De Rada. Qualcuno di noi ricorda parola per parola un brano dei suoi scritti a proposito del tempo in cui componeva il “Milosao”, e lo recita a voce alta: “Camminava io pe’ boschi, per le ripe dei fiumi e pe’ dirupi con dolci commovimenti; io montava le colline e un pensiero di gloria m’inebriava sovente nei giorni sereni … io m’assideva alla costa orientale del paese; il vento di tramontana urtava contro me i rami biancastri degli olivi e tutta l’azzurra superficie del mare lontano era rotta in ispuma; quel lato di terra abbandonato dall’agitazione e al fischio mi figurava il tumulto delle umane generazioni”.

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(Brano tratto da: Nasho Jorgaqi: “Vicino e lontano – Viaggio tra gli Albanesi d’Italia”, Pellegrini Editore, Cosenza, 1991, traduzione dall’originale albanese di Eugenio Scalambrino).

 

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