Il noto scrittore albanese
Nasho Jorgaqi in uno dei suoi viaggi compiuti nell’Arbëria cosentina,
negli anni ’80, si recò in visita nella patria del grande poeta arbëresh
Gerolamo De Rada (1814-1903), Macchia Albanese, dove vivevano i
discendenti del Vate. Jorgaqi, acuto e sensibile osservatore, ha descritto
con accenti nostalgici e pieni di pathos i luoghi visitati e le persone
incontrate creando così l’atmosfera di un lontano passato pervaso dalla
presenza del Vate arbëresh che ha votato la sua lunga e tormentata
esistenza e tutti i suoi averi all’amore per la sua antica patria:
l’Albania.
Qui di seguito diamo il
brano integrale tratto dal libro di Nasho Jorgaqi “Larg dhe afër” con
l’ottima traduzione di Eugenio Scalambrino che si è distinto in altre
traduzioni dello scrittore albanese. (Francesco Marchianò)

Ci mettiamo in viaggio verso il
paese natale del nostro grande poeta. Chi ha letto il “Milosao” senza
scorazzare a cavallo della sua fantasia per Macchia, lì dove hanno avuto
origine i suoi canti? Tutto un mondo pieno di sogni e di visioni, ai
confini della leggenda. Ora che siamo diretti a Macchia, sembra anche a
noi di venir fuori da quel mondo.
La macchina abbandona la strada
principale e prende a destra, arrampicandosi per una salita. Alle falde di
una collina biancheggiano le case di S. Demetrio, il principale centro
arbëresh della provincia di Cosenza. Attraversiamo il paese, per strade
lastricate di selci e voltiamo a sinistra. S. Demetrio e macchia sono
molto vicini, quasi parti di uno stesso paese. Tra di loro si estendono
oliveti, vigne, e piccoli scoscendimenti, gialli di ginestre. La natura
mediterranea da questa parte è tutto un rigoglio di verdeggiante
leggiadria: abbiamo di fronte Macchia, in cima alla collina come una verde
corona, con le sue finestre affacciate all’orizzonte. Attraversiamo un
ponte su un fiume. Sara il ponte Rakanielj? Ora siamo entrati nei luoghi
amati dal nostro Poeta, nella geografia deradiana.
Scendiamo dalla macchina e
camminiamo a piedi. Solo così ci si può avvicinare al paese natale di De
Rada. Ci sembra di conoscere da tempo la posizione del paese, se solo
richiamiamo alla memoria i canti che ce lo descrivono in qualche parte nel
suo spazio pieno di luce tra la fuga delle colline ed il mare. Il suo
verde profilo si staglia contro il cielo sereno in linee sottili e piene
di grazia. E’ un panorama dolce e tranquillo, che l’ombra pesante dei
monti del Pollino non intacca. Tra di loro si stende la ella Piana di
Sibari, bagnata ad oriente dalle acque dello Jonio. Proprio in quella
direzione si apre una valle tra i monti del Pollino e quelli della Sila e
vi si scorge il tremolare della marina. Per macchia e per i paesi
arbëreshë di queste parti questa valle è stata sempre una specie di
grandiosa finestra verso l’Albania, oltre l’orizzonte. Era questa la vista
luminosa che accendeva ed alimentava l’ispirazione di De Rada. Senza
questo sentiero verso l’Albania forse non sarebbe sorto il “Milosao”.
Siamo in compagnia di Vincenzo
Minisci, sindaco di San Giorgio Albanese, uomo noto all’interno
dell’odierno momento arbëresh. Egli non è poeta, ma ha spirito poetico e
si sente commosso quanto noi, sebbene passi da Macchia ogni giorno.
Macchia è la Mecca degli
Arbëreshë, e, a quanto pare in parte anche degli Albanesi – dice Vincenzo
con voce tranquilla. – Senza De Rada, pensate come saremmo poveri noi qui,
in una terra straniera.
Entriamo in Macchia e ci
mettiamo a camminare per la strada principale. Diversamente da quanto
pensavamo da lontano, il paese è vivo e movimentato. Ascoltiamo con
attenzione e sentiamo risuonare le prime parole arbëreshe. Senza volere ci
si gonfia il petto. Macchia continua a parlare la lingua del suo Poeta. Il
contrario sarebbe stata un’amara ironia, il più grande affronto che si
potrebbe fare alla memoria di De Rada. Ora possiamo camminare per il paese
senza esitazione alcuna. Ritroviamo proprio quello stesso aspetto intimo,
quella stessa caratteristica, quasi le stesse persone: uomini in gruppi
per le piazze, vecchi seduti sui muretti davanti le case, bambini che
giocano. Alzano la testa e ci guardano, mormorano qualcosa, ci rivolgono
un saluto. Macchia è abituata a ricevere amici, soprattutto fratelli
dall’Albania.
La prima persona che
incontriamo è un uomo alto, diritto, un po’ brizzolato. Si allontana dai
suoi compagni e ci si avvicina. Vincenzo fa le presentazioni. E’ uno dei
pronipoti di De Rada, che vive in paese.
Camillo De Rada.
Il discendente dei De Rada ci
abbraccia forte e, anche se non è la prima volta che incontra amici come
noi, si commuove. Ci precede verso casa sua. Lasciamo la strada asfaltata
e prendiamo per un vicolo pavimentato a selci, tra vecchie case di pietra.
Forse siamo nella Macchia d’una volta, là dove sono ben visibili le tracce
del tempo. Accanto a case con i tetti di tegola sene trovano altre a
blocchi di pietra color cinerino, più antiche. Muri demoliti o cadenti,
travi vecchie o sporgenti come denti cariati, piccole finestre, portali di
stile antico…E’ l’aspetto tipico dei paesi arbëreshë, che qui a Macchia
però assume un significato particolare.
Ci troviamo in una situazione
spirituale strana: i bei sentimenti ed i bei pensieri che il Poeta ci ha
regalato in qualche modo si ridestano con impeto e sgorgano da noi per
confondersi con le impressioni vive che ci suscita il paese.
Ed ecco la casa di De Rada –
dice Vincenzo prendendomi per un braccio facendomi ritornare in me.
Siamo arrivati davanti alla
vecchia porta della casa del Poeta; una porta grande con un arco in pietra
che reca scolpito l’antico stemma dei De Rada: un ramo di quercia con due
stelle. Ha quasi cinquecento anni, testimonianza dell’antichità della
stirpe. La porta è forse il pezzo più importante di quanto resta della
casa dei De Rada. Il tempo, vinto, è scolpito sulla pietra.
Attraversiamo la soglia ed
entriamo nel piccolo cortile. Nella tranquillità tra quelle vecchie pietre
sentiamo i nostri passi risuonare timidi.
Di fronte, ritta, una gran mola
di mulino; in alto a sinistra, una lapide di marmo bianco con il nome del
Poeta. Più in là rimane la parte disabitata della casa. Sostiamo un
momento in profondo silenzio. Qui il tempo si è fermato, il tempo del
Poeta, viene di ripetere con le parole del “Faust”. Ogni cosa intorno
ricorda la sua vita.
Saliamo le scale di pietra
della casa a due piani; una casa molto vecchia, sgretolata, con i muri
pieni di crepe, di colore grigio. In basso, dove una volta erano le
stalle, verdeggia il muschio. Non so perché qualcosa mi si stringe in
cuore. Vincenzo è tutto pensieroso.
Il pronipote ci attende in cima
alle scale. A testa bassa, entriamo in casa. Uno stretto corridoio
semioscuro e alcune stanze irregolari con tavole di legno. Non sappiamo
dove dirigerci, quando dalla porta di fronte esce una vecchia che ci
allunga la mano
Mirësenaerdhit!
E’ Mamma Nicolina, la moglie di
Giuseppe, nipote di De Rada, figlio del figlio Rodrigo. E’ lei che ora
riceve gli amici e li accompagna per casa. Vive completamente sola.
Veniamo a sapere che le sono capitate alcune disgrazie, simili in parte a
quelle del Poeta. Parla poco e, quando parla, non può fare a meno di
lamentarsi. Passiamo da corridoio ad una camera illuminata. Ci dice che è
rimasta tutta sola, i suoi nipoti sono lontano.
L’atmosfera cambia quando si
passa a parlare di Giuseppe De Rada. Dico alla vecchia che avevo
incontrato e conosciuto suo marito quando era venuto in Albania.
Ecco, siamo in una strada di
Scutari…Abbiamo trascorso alcuni giorni insieme; abbiamo parlato l’uno di
fronte all’altro, come stiamo parlando io e te adesso, Mamma Nicolina.
La vecchia mi ascoltava attenta
e si sforzava di aprire gli occhi guardando la fotografia. Per poco mi si
gettava al collo, diventò un’altra persona. Prese la fotografia in mano e
tremava tutta, quasi rivedesse vivo suo marito. Ora non sapeva come
renderci onore e cosa dire prima.
- Era venuto per il
cinquantesimo anniversario dell’Indipendenza mi pare…
Si, si – mi rispose la vecchia
con vivacità. – Lo ricordo molto bene. Si diede da fare molto, poverino;
ma non arrivò alla grande festa albanese… Il nostro governo gli creò delle
difficoltà … Non gli diede subito il passaporto. Allora Giuseppe scrisse
una lettera al Presidente della Repubblica, ricordandogli che cosa gli
Arbëreshë e De Rada avevano fatto per l’Unità d’Italia, quanto sangue
avevano versato, quanti uomini valenti avevano dato alla storia italiana…
Gli scrisse un sacco di cose… e terminò con questa domanda: come era
possibile che al nipote di Girolamo De Rada, figlio di coloro che hanno
combattuto al comando di Garibaldi, non fosse data la possibilità di
andare in Albania, quando l’Albania celebrava il cinquantesimo
anniversario della sua indipendenza?Gli Arbëreshë e gli Italiani che
avevano versato il sangue insieme per la libertà si sarebbero rivoltati
nella tomba. ..
Ora la vecchia parlava
liberamente, ricordava ogni cosa distintamente.
Avvenne quello che ci si
aspettava: dopo pochi giorni vene direttamente in casa un messo del
prefetto di Cosenza a consegnare il passaporto a Giuseppe. Anzi gli chiese
pure scusa. Allora Giuseppe non indugiò oltre e partì per l’Albania. Era
molto contento, perché nessuno dei De Rada aveva avuto una così grande
fortuna. Girolamo chiuse la sua lunga vita senza soddisfare questo
desiderio; così anche il figlio Giuseppe, sebbene il padre avesse fatto di
tutto per mandarlo; ma non ci riuscì… Ci andò un altro Giuseppe, il
nipote…Lui lo ha avuto questo sacrosanto onore…
La voce di Mamma Nicolina
inaspettatamente si affievolì e noi notammo ce quella dona dall’aspetto
severo era stata sopraffatta dall’emozione. Dopo un breve silenzio riprese
di nuovo a raccontare:
Ricordo che al ritorno portò
con se del vino, vino rosso dall’Albania. Lo conservava, senza offrirlo al
primo capitato. Lo aveva posto lassù, tra la fotografia del nono e
l’icona. Quando faceva qualche convito alzava il bicchiere e diceva: “
Come questo vino è il nostro sangue sparso, rosso e tutto fuoco”: In
seguito Giuseppe ebbe un altro grande onore: ricevette una lettera del
presidente dell’Albania Enver Hoxha. Quale altro Arbëresh ha avuto questo
onore?
Ora ci sembrava di essere a
casa nostra: la padrona di casa non ci lasciava la mano e incominciò ad
illustrarci ogni oggetto lì intorno.
Guardate – disse questa – è la
camera di Girolamo…
Eravamo entrati in una stanza
che dava nella parte posteriore della casa. Una tipica stanza arbëreshe,
già ad un primo sguardo: il focolare al centro della parete, il letto di
ferro addossato al muro, uno scaffale e un tavolino, ambedue vecchi e del
tutto comuni, una lampada ad olio sul camino. Le pareti ai quattro angoli
erano piene di innumerevoli fotografie di tempi diversi: il Poeta ed i
figli, i nipoti, intere generazioni di De Rada per più di un secolo. Ogni
cosa in questa stanza attrae ed immerge un po’ alla volta nel mondo di De
Rada. Per un momento sembra che qui si perpetui il suo tempo, le persone,
gli avvenimenti. Nel silenzio dei muri sgretolati sembra che risuoni la
sua arpa, gli squilli della sua tromba…
Gli occhi non si staccano da
quel letto di ferro, dove trovò riposo il corpo del Poeta, dall’antico
scaffale di libri ora vuoto, dal soffitto trasformato dal tempo in
testimone silenzioso. Viene da chinarsi davanti a quel tavolo, dove a voce
altra ha cantato la musa del Poeta. Lì forse è nato Milosao, Rina,
Serafina, Bosdari…Lì ha risuonato per la prima volta il gioioso grido
arbëresh: “’ giunto il giorno dellArbëria!”, e viene voglia di ripeterlo
fino a farne risuonare la casa. E invece tutto intorno tutto tace!
Muovi i primi passi per la casa
e senza che te ne renda conto senti che i muri si ridestano e ripetono la
vita ed il canto del Poeta.
Da qui Girolamo guardava il
mare …
E’ ancora la voce di Mamma
Nicolina che ci richiama alla realtà. Ci mostra il piccolo balcone volto a
oriente. Laggiù all’orizzonte, tra i monti del Pollino e quelli della Sila
sfavillano azzurre le acque dello Jonio. Anche qui è visibile quella
finestra perenne che guarda verso l’Albania. Più in qua c’è San Giorgio,
paese natale di Variboba, poi una dopo l’altra colline pianure, fino a
quando il paesaggio si fa più vicino e vediamo Giurista, il campo lavorato
dal Poeta, Fiocati, una delle fontane preferite, e infine, sotto il
balcone, l’orto di casa pieno di fiori e di verde. Nel nostro ricordo
vivono con impeto i canti del “Milosao”.
Sostiamo lì in silenzio ed
incantati, appoggiati alla ringhiera del balcone, mentre la brezza del
mare ci accarezza in volto. Lo stresso Poeta quando si trovava qui
sentiva, come dice, una pace gioiosa e stava ad osservare come i venti del
monte si alternassero alle brezze marine.
Sono momenti di vita intensi,
che De Rada ci regala dal balcone della sua antica casa.
Mamma Nicolina ci prepara la
tavola e non sa come festeggiarci meglio. Poi raccoglie dei fiori dai vasi
del balcone e ce li offre. Un fiore dalla casa del Poeta non è solo un
ricordo, come non soltanto un ricordo un ramo di corniolo che dall’orto si
allunga fino al balcone. Tutto in questa casa e in quest’orto diventa
automaticamente reliquia.
Scendiamo le scale di pietra a
braccetto con la padrona di casa. Prima di separarci, ci abbraccia e ci
raccomanda:
Passate anche da Girolamo. E’
là con i figli…
Ci guardiamo senza capire che
cosa voglia intendere con queste parole. Se ne accorge Camillo e ci
spiega:
Sta parlando del sepolcro di De
Rada. Ora andiamo…
Poco più della casa dei De Rada
sorge la chiesa di S. Maria. Lì si trova il sepolcro del Poeta. Quando
morì lo seppellirono nel cimitero di S. Demetrio, ancor oggi visibile in
cima alla collina. Più tardi, dopo la guerra, trasferirono le ossa a
Macchia.
Andò a S. Demetrio giusto per
morire – racconta calmo il nipote – Se ne andò da Macchia solo cinque mesi
prima della morte. Passò gli ultimi giorni nella povera casa di un pastore
di S. Demetrio che aveva lavorato in casa dei nostri antenati. Lì non
visse a lungo, per l’eccessivo lavoro. Ogni giorno andava in collegio ad
insegnare ai bambini a leggere e scrivere nella lingua materna. E così
morì, l’ultimo giorno di febbraio, quando da queste parti la primavera è
alle porte. Dicono che tutti gli Arbëreshë presero il lutto e quanti
poterono vennero a prender parte ai funerali. Morì in età davvero
avanzata; ma quello ce aveva fatto per gli Arbëreshë e per la terra degli
antenati non sarebbe morto. Per questo la gente piangeva e la bara passava
da una spalla all’altra, da una mano all’altra. Dicono che in quell’inizio
di primavera gli alberi erano fioriti presto. Il popolo con la bara sulle
spalle, prese la salita, commosso, in mezzo agli alberi carichi di fiori.
Improvvisamente si mise a soffiare il vento, un vento forte, che secondo
alcuni proveniva dai monti del Pollino, ma ora tutti credono che venisse
dal mare. Il vento dello Jonio scosse gli alberi ed i fiori andarono a
coprire la bara. Tutti restarono meravigliati ed in mezzo alla commozione
generale, sul volto di tutti rifulse un lampo di gioia. La natura compiva
un suo desiderio e lo copriva di fiori. Tutto questo era opera del vento
che soffiava dal mare e tutti sapevano da dove veniva quel vento …
Il racconto di Camillo ci aveva
avvinto così forte, che non ponemmo mente dove andassimo se non quando ci
trovammo davanti alla porta della chiesa. Entrammo in una grande navata
profumata di incenso. Nella parte sud, a destra, distinguiamo una grande
lapide di marmo: Lì riposano le ossa di De Rada. Sulla lapide sono
scolpite queste parole:
“Inginocchiati, Arbëresh! Qui
riposa Girolamo De Rada, cantore dell’Albania, prima guida alla Libertà.
Girolamo de rada (1814-1903)”
E noi pieghiamo la fronte.
Restiamo senza parole. Un brivido ci percorre e le ginocchia quasi si
piegano. Sentiamo il petto rigonfio dei suoi canti e ancor più risuonano
piene di trionfo le parole che qui si pronunciarono centocinquanta anni
fa: “E’ giunto il giorno dell’Arbër!”. Quale forza mai suscitò nel Poeta
queste parole profetiche?!
Viene da pensare a quella vita
da combattente, interamente dedicata alla sacra causa della patria; senza
dimenticare la sua vita di martire, colpito da tate sventure. Sono qui
anche le osa dei suoi due figli Michelangelo e Giuseppe, che riposano in
pace con il padre in mezzo a loro. Ma non riposa il cocente dolore del
padre. Esso non ha fine, se si pensa quale dramma fu per il Poeta la loro
morte, con tutte le speranze che aveva riposto in loro! Aveva raccomandato
a Giuseppe d’andare in Albania e quando questo fu impossibile per le
insormontabili difficoltà di quel tempo, lo sollecitò a scrivere versi
arbëreshë e a comporre una grammatica della lingua materna. Voleva che il
figlio continuasse la sua opera; ma la morte glielo rapì, e questa fu per
lui la disgrazia più grande.
Acuto e più sconvolgente fu il
dolore per la morte dell’altro figlio, Michelangelo, che il Poeta ha
cantato in questi versi pieni di pianto:
Riposa qui… Michelangelo,
figlio mio.
Passasti a diciott’anni
Come una stella cadente nella
notte.
La videro gli occhi senza
sapere
Donde venisse e dove andasse,
ma facesti più fonda la notte
nell’animo dei tuoi genitori…”
30 ottobre 1873 Girolamo de
Rada
Alziamo gli occhi dal marmo
dove palpitano queste parole e non osiamo guardarci l’un l’altro. La
navata della chiesa diventa piccola ed profumo dell’incenso prende le
narici.
Usciamo sulla pota della chiesa
e respiriamo a pieni polmoni. Ci aspettano una frotta di vecchi e bambini
che ci salutano in arbëresh, ci stringono le mani, ci abbracciano, e noi
in qualche modo ritorniamo in noi stessi. Il silenzio è rotto da vivaci
conversazioni nella nostra lingua. Era questo uno dei sogni più
vagheggiati dal Poeta, che a Macchia venissero fratelli dall’Albania a
parlare in albanese. Ora sento sulla spalla la mano del pronipote di De
Rada. Un vecchio mi tiene stretto un braccio. Mi guardano occhi ridenti di
bambini. Un bimbetta allunga dei fiori appena raccolti tra le colline del
paese.
“Dovevamo senz’altro
incontrarci” sembra dicano i loro occhi.
Avete visto la casa dei De
rada, guardate anche il loro paese – dice qualcuno. - E’ bello.
Il più bel paese arbëresh –
aggiunge un altro con un mezzo sorriso.
Abbiamo conosciuto e amato non
si sa da quando questo paese. Grazie al Poeta: tra i suoi canti Macchia è
arrivata fino in Albania.
De Rada, scrivendo il “Milosao”,
voleva dare agli Arbëreshë un po’ dell’Albania, e ambientò i fatti a
Scutari – dice Camillo – ma questo è rimasto solo un desiderio ; perché
in realtà egli ha dato Macchia, si, il paese che vedete…
E in verità tutti noi che
abbiamo letto il “Milosao” ora lo abbiamo davanti; gli stessi luoghi e gli
stessi nomi di cui parla il Poeta; il paese in cima alla collina, battuto
dai soffi del vento e volto verso il mare. Camminiamo per i vicoli e le
piazze e lo osserviamo da vicini, sentiamo il profumo della vita arbëreshe.
Ed è proprio come dice il Poeta: sono fiorite ed appassite chissà quante
querce, e qui di nuovo la vita si ridesta e continua. Macchia è immersa
tra il verde e tra i fiori. Abbiamo davanti ai nostri occhi il paesaggio
del “Milosao” in questa limpida giornata di aprile. Ecco le vigne tinte di
giallo, gli uliveti d’argento, i gracili pioppi, i delicati salici, i
gelsi dagli ampi rami. Camminiamo in mezzo a loro, usciamo da un vicolo ed
entriamo in un altro, ci fermiamo in un piazza e sempre cerchiamo qualcosa
in silenzio. Ci aspettiamo che da un momento all’altro ci vengano incontro
Milosao e Rina. Anzi, ogni ragazzo ed ogni ragazza arbëresh ci sembra
qualcosa di loro. I canti del Poeta ci fanno volare tra i miraggi. In
quale tra questi uliveti andava Rina a raccogliere olive e incominciò a
piangere d’amore? Ecco una fontana, e ci viene in mente la fontana presso
la quale per la prima volta Milosao incontrò Rina. Interroghiamo Camillo,
che sorride ed alza le spalle.
Il nostro paese – dice – ha
molte fontane… C’è Fiocati, Pocfili, Fonte Nuova …Una di queste è di
sicuro.
Qualcuno degli abitanti di
Macchia che ci segue sente e dice:
S’incontrarono a Fiocati,
quella fontana laggiù, che si vede anche dalla casa dei De Rada.
Più in là, usciti su una
piazza, chiediamo:
E Rodi dove si trova?
Alcuni giovani che ci seguono
si mettono a ridere ed uno di loro spiega:
Ora ci troviamo in Rodi. E’
questa la piazza dove si riunivano gli uomini!
In qualche parte si sentiva il
fruscio dei campi di orzo ed il Poeta veniva ad ispirarsi, vero?
No! – ci interrompe un giovane
– Andava a Giurista. Lì se ne stava solo a meditare.
Gli abitanti di Macchia
conoscono bene la storia del loro paese e la biografia del loro Poeta. Il
“Milosao” e le altre opere di De Rada per loro sono non solo opere di
poesia, ma anche di storia. In esse è tutta la loro anima. E’ “la grande
terra sempre in preda a folate di vento”, come dice in qualche luogo il
loro Poeta.
Una volta a Macchia, non si
vorrebbe più andar via. Ci si perde negli spazzi pieni di colori e di
trasparenze, avvinti da queste che sono le fonti della poesia di De Rada.
Quanto più ci si attarda e ci si aggira per tutto il paese, tanto più si
avverte che Macchia è la culla dove nacque e crebbe la poesia del “Milosao”:
“Qui la luce sorride al mare e ai monti come una danza”. Ma soprattutto
Macchia non si può capire senza quella finestra che si apre ad oriente
sulle acque dello Jonio. Si vede da ogni parte del paese, da ogni casa;
la contemplava estatico De rada dal suo balcone. Da quella parte è
l’Albania, e questo dava significato alla vita del Poeta, ma anche una
sacra missione alla sua poesia. Certamente questo panorama aveva dinanzi
in Poeta, quando racconta che negli ultimi istanti Milosao chiede ai suoi
soldati di scostare la tenda “per poter vedere Scutari e mia sorella”.
All’uscita del paese salutiamo
Camillo e gli altri nostri fratelli di macchia. Sulla strada del ritorno
ci accompagna ancora De Rada. Qualcuno di noi ricorda parola per parola un
brano dei suoi scritti a proposito del tempo in cui componeva il “Milosao”,
e lo recita a voce alta: “Camminava io pe’ boschi, per le ripe dei fiumi e
pe’ dirupi con dolci commovimenti; io montava le colline e un pensiero di
gloria m’inebriava sovente nei giorni sereni … io m’assideva alla costa
orientale del paese; il vento di tramontana urtava contro me i rami
biancastri degli olivi e tutta l’azzurra superficie del mare lontano era
rotta in ispuma; quel lato di terra abbandonato dall’agitazione e al
fischio mi figurava il tumulto delle umane generazioni”.
…………………………………………………………………………………………………
(Brano tratto da: Nasho Jorgaqi:
“Vicino e lontano – Viaggio tra gli Albanesi d’Italia”, Pellegrini
Editore, Cosenza, 1991, traduzione dall’originale albanese di Eugenio
Scalambrino).