Quando si conosce la creazione
di Gerolamo De Rada, il viaggio nei suoi luoghi, più che un confronto ed
un contatto fisico, è un risveglio spirituale tra i più rari che prova lo
studioso o il lettore del poeta. Cammina tra i solchi di quella terra dove
si è posato il suo piede, rimane sotto quel cielo dove sono nate le sue
ispirazioni, respira quell’aria che ha respirato lui. Passa dal sogno al
disinganno, cala dalla fantasia alla realtà, l’immaginazione vince i
contorni della verità concreta, finisce il genere della memoria e
dell’immaginazione. Ed infine, ritrovarsi nella culla e nel letto
deradiano dà anche il privilegio della conoscenza diretta e delle
vicissitudini autentiche in rapporto con la sua opera.
Sicuramente non è facile
abbracciare e focalizzare tutta la geografia deradiana. Tanto più parlare
di questa tematica davanti agli arbëreshë. E’ lo stesso come andare nel
Texas, come diceva Noli agli inglesi, dove si è parlato di Shakespeare nel
suo 400 anniversario, e parlare di petrolio.
La geografia deradiana in uno
sguardo generale si estende nelle regioni meridionali dell’Appennino,
nella Calabria settentrionale e principalmente nel triangolo irregolare
che si distingue tra le colonie arbëreshe, Napoli e Cosenza. Di fatto,
sono le colonie arbëreshe delle due rive del fiume Crati quelle che
formano la vera culla tra le quali trascorse l’esistenza Gerolamo De Rada.
Da una sommità dei monti della
Sila, l’occhio del viandante abbraccia tutto il panorama dei paesi
arbëreshë che costituivano il mondo del poeta.
Da lì si può vedere da una
parte la sua Macchia e S. Demetrio di Domenico Mauro, S. Giorgio di
Variboba, S. Cosmo di Zef Serembe, Cerzeto di Antonio Santori, Frascineto
di Vincenzo Dorsa e Bernardo Bilotta e dall’altra parte S. Sofia di
Pasquale Baffa ed Angelo Masci, S. Benedetto dei fratelli Rodotà, Lungro
dei fratelli Straticò, Civita di Gennaro Placco.
Il viaggio attraverso i luoghi
deradiani non può non iniziare da Macchia, luogo natio del poeta, dove il
nome dei Rada non è scomparso per quattro secoli ed ha avuto la fortuna
per un periodo di provare il dominio di uno dei pronipoti di Skanderbeg,
Antonio Castriota.
Posta su di una collina poco
elevata, sotto la quale si estende la piana di Sibari, Macchia è rivolta
da sempre ad oriente. Proprio di là si apre la vallata tra le montagne del
Pollino e di quelle della Sila, dove risplendono le acque del mar Ionio.
Era questa, la finestra
maestosa dalla quale nasceva l’immagine dell’Arbëria, che dovrebbe
risvegliare e plasmare la poesia del futuro poeta, come saranno stati
anche il paesaggio mediterraneo, il rilievo ondulante, gli spazi pieni di
luce, la vegetazione ricca ed esuberante di ulivi, agrumi e vigne, estese
dovunque, le quali conservavano tanta somiglianza con l’altra sponda.
Macchia è un paese tipico
arbëresh che sta come una verde corona sulla cima di un colle, raccolto,
con viuzze e case dove si distinguono antiche abitazioni coperte di
tegole.
In una di queste nacque il
poeta, la cui antichità si denota anche dalla porta con arco di pietra,
inciso con lo stemma dei Rada. Di pietra sono anche le scale della casa di
due piani, un fabbricato consunto dal tempo, con grondaie libere e con
muri screpolati.
In questo tetto secolare c’è
ancora la stanza dove mosse i primi passi Gerolamo. C’è il balcone da cui
è balenata per prima la visione dell’Arbëria, tra i monti del Pollino e
della Sila. Da lì egli vedrebbe le colline attorno ai paesi arbëreshë, S.
Giorgio, luogo natio del primo poeta arbëreshe, e ancora più vicino
Shurëzën, l’amato campo di famiglia, Fjokatin e Pokfilin, le belle
sorgenti di Macchia, gli orti ed i cortili del paese pieni di verde e
fiori.
Di qua veniva la chiesa della
Madonna, dove il padre era sacerdote e dove egli avrebbe riposato in
eterno con i due figli. Più in là appariva Rodhi, la piazza del paese,
dove si riunivano gli uomini di Macchia.
In questo paesaggio, col
proprio scenario pieno di colori e luci, in quest’atmosfera arbëreshe
singolare avrebbe iniziato a prendere corpo la poesia deradiana.
“Sono salito sui colli ed un
pensiero di gloria mi inebriava – avrebbe scritto De Rada – Spesso tra le
luci chiare … stavamo nell’erta del paese, la brezza di libeccio muoveva i
rami argentei degli ulivi e tutta la superficie del mare si trasformava in
schiuma. Quella parte solitaria sembrava come se fremesse e sibilasse e mi
portava in mente le radici delle generazioni umane”.
Ma qui avrebbe solo cominciato,
perché sarebbe S. Demetrio, vicino paese centro principale intellettuale
della terra albanese di queste parti, quello che avrebbe aperto al giovane
la porta del Collegio di S. Adriano. Nel collegio secolare, all’uscita di
S. Demetrio, di fronte alla Pyllëza, dove Gerolamo giunse fanciullo di
otto anni e vi si allontanò a 18, per ritornarvi negli anni della gioventù
e della vecchiaia.
“Il collegio si è aperto –
avrebbe scritto più tardi – come una gran porta di dolce e nuova luce per
tutte le case albanesi… era questa la nuova alba del nostro giorno”.
Tra i muri ombrosi del
collegio, un ex convento medievale, si sarebbe intrecciata e fluita
un’importante epoca della storia della cultura arbëreshe in cui De Rada
avrebbe avuto un ruolo protagonista.
Dalle finestre del collegio, il
giovane scorgeva non solo i riverberi del mar Jonio, ma anche i campi di
Sibari, sotto la quale giacevano le rovine della Magna Grecia, dove un
tempo era giunto Platone ed era morto Erodoto.
Queste due visioni, come
afferma lui stesso, non potevano non ammaliarlo “ dietro la visione della
libertà”, quando proprio il collegio ferveva all’interno per le
aspirazioni libertarie delle nuove generazioni che vi si alternavano.
Perché qui convivevano la sapienza e la bellezza della cultura
dell’antichità, con i luminosi ideali del Risorgimento italiano e con la
coscienza arbëreshe.
Il collegio, così come viene
citato dagli storici, “risplendeva come un faro nella tenebra della
tirannia” e da questo faro avrebbe preso luce di vita la poesia di De
Rada.
Dalla corona di colline di
Macchia e dalle finestre del collegio, De Rada vedeva l’alternarsi delle
stagioni, come verdeggiavano ed ingiallivano i campi di Sibari, come
sbiancava e scioglieva la neve sui monti del Pollino. E saranno le sue
opere poetiche, che rispecchieranno, come scrive N. Tommaseo “il verde
intenso e giocondo dei campi e delle colline, il volo degli uccelli,
l’atmosfera del villaggio, i ricordi felici dell’infanzia, la visione del
mare e il suo rinnovarsi per il movimento delle onde”.
Il piede del poeta si sarebbe
posato nei paesi arbëreshë delle due sponde del Crati. Sarebbe andato a
raccogliere i canti popolari a S. Cosmo e S. Sofia, avrebbe ripercorso le
orme di Variboba a S. Giorgio, si sarebbe incontrato con Santori a S.
Caterina dovunque ci fossero intellettuali del suo stesso sangue, si
sarebbe riunito con i congiurati di Spezzano Albanese e Castrovillari. De
Rada fuggiasco e inseguito dai gendarmi borbonici non poteva non avere
rifugio più sicuro in questi luoghi accoglienti e fedeli.
Si sarebbe nascosto tra i loro
boschi ed orti, dormendo con le armi in mano, sotto lo sguardo delle
stelle. Negli spazi arbëreshë egli avrebbe trovato le radici della sua
identità, avrebbe spento la sete nelle sorgenti della lingua madre, si
sarebbe sforzato, come ha sostenuto, “di legare molti fili recisi” di
questo strumento che aveva permesso alla comunità arbëreshe di
sopravvivere.
La topografia deradiana nella
Piccola Arbëria è piena e strapiena di tracce luminose che occorre ancora
indagare e studiare perché in loro ci sono la vita e le sue opere.
Ma queste tracce le troviamo
anche oltre le zone arbëreshe. I loro sentieri sono a Corigliano Calabro,
a Cosenza, Napoli e fino a Roma e Firenze.
A Corigliano egli diresse il
ginnasio per alcuni anni, avviò la stamperia “Tipografia Albanese” e
pubblicò opere poetiche. Qui vide la luce “Flamuri i Arbërit” che
sventolò, non solo nei paesi arbëreshë, ma in tutta la diaspora albanese.
E qui egli convocò il congresso linguistico, raccolse la pleiade di
intellettuali arbëreshë e progetto tanti piani per il futuro della lingua
e della continuità della sua etnia.
A Cosenza più che la poesia lo
richiamavano gli impegni politici, gli incontri cospirativi, le
istruttorie ed i tribunali, il carcere che provò.
Negli archivi storici del
Risorgimento italiano di questa città riposano ancora il nome e l’attività
del nostro poeta in stretta relazione con i movimenti rivoluzionari degli
anni 1830, 1840, 1840 e 1860.
Napoli, per il peso che ha
nella vita di De Rada, dopo le terre arbëreshe è il centro principale
della geografia deradiana.
La mappa di questa città è
piena, in lungo e in largo, di nomi propri che riportano a De Rada.
L’università, la facoltà di
diritto è solo il punto di inizio del poeta quivi, perché la sua attività
più importante si è svolta aldilà delle mura scolastiche. Un’esistenza
ricca e agitata in tempi tempestosi.
A Napoli vide la luce “Milosao”
che gli ha dato slancio e gloria, venne stampata anche la prima gazzetta
albanese “L’Albanese d’Italia”, una nella “Tipografia Gutenberg” e l’altra
nello “Stabilimento Domenico Capasso”.
Nei posti di questa città è
nata e si è stretta l’amicizia di De Rada con intellettuali arbëreshë che
erano noti nei circoli letterari napoletani. Da qualche parte qui c’era la
redazione della gazzetta letteraria “Omnibus”, diretta dall’arbëresh
Vincenzo Torelli, c’era la scuola di recitazione di Emanuele Bidera, anche
costui arbëresh, che gli insegnò a declamare bene la poesia.
Sono i posti di incontri con
altri arbëreshë, come l’avvocato Demetrio Strigari o Luigi Terzi, in cui
si trovò a pubblicare il “Milosao”.
Ed il poema era dedicato al
generale Demetrio Leka, compagno di lotta di Mark Boçari, noto albanese
nella capitale del Regno di Napoli. In quest’atmosfera arbëreshe e con
propria identità avrebbe vissuto e creato De Rada qui, anche quando andava
all’università, anche quando frequentava le biblioteche ed i teatri, anche
quando prendeva parte a riunioni clandestine. Egli sarebbe diventato
testimone e partecipe dei fatti sconvolgenti della Rivoluzione del 1848,
dove alcuni dei protagonisti erano suoi fratelli di sangue.
I luoghi deradiani, benché “la
vita abbia cambiato tante querce” sono lì dove sono stati circa due secoli
prima. Alcune tracce sono rimaste e sono trasformate in monumenti
nazionali, altri il tempo li ha presi con se o li ha distrutti senza
pietà. E, nonostante tutto, nella Piccola Arbëria ed oltre, ci sono ancora
orme che attendono di essere scoperte e studiate.
Ma attualmente la geografia
della vita e dell’attività del nostro grande poeta nelle linee principali
sono chiari, grazie alle ricerche ed agli studi comuni.
Questo è anche l’omaggio più
bello che si fa a De Rada nel centenario della sua scomparsa fisica.
Tratto e tradotto da “Shekulli”,
Tirana, 18 ottobre 2003