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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Flamuri i Arbërit rron!

VIAGGIO NEI LUOGHI DERADIANI

di Nasho Jorgaqi

Traduzione italiana di Francesco Marchianò

Quando si conosce la creazione di Gerolamo De Rada, il viaggio nei suoi luoghi, più che un confronto ed un contatto fisico, è un risveglio spirituale tra i più rari che prova lo studioso o il lettore del poeta. Cammina tra i solchi di quella terra dove si è posato il suo piede, rimane sotto quel cielo dove sono nate le sue ispirazioni, respira quell’aria che ha respirato lui. Passa dal sogno al disinganno, cala dalla fantasia alla realtà, l’immaginazione vince i contorni della verità concreta, finisce il genere della memoria e dell’immaginazione. Ed infine, ritrovarsi nella culla e nel letto deradiano dà anche il privilegio della conoscenza diretta e delle vicissitudini autentiche in rapporto con la sua opera.

Sicuramente non è facile abbracciare e focalizzare tutta la geografia deradiana. Tanto più parlare di questa tematica davanti agli arbëreshë. E’ lo stesso come andare nel Texas, come diceva Noli agli inglesi, dove si è parlato di Shakespeare nel suo 400 anniversario, e parlare di petrolio.

La geografia deradiana in uno sguardo generale si estende nelle regioni meridionali dell’Appennino, nella Calabria settentrionale e principalmente nel triangolo irregolare che si distingue tra le colonie arbëreshe, Napoli e Cosenza. Di fatto, sono le colonie arbëreshe delle due rive del fiume Crati quelle che formano la vera culla tra le quali trascorse l’esistenza Gerolamo De Rada.

Da una sommità dei monti della Sila, l’occhio del viandante abbraccia tutto il panorama dei paesi arbëreshë che costituivano il mondo del poeta.

Da lì si può vedere da una parte la sua Macchia e S. Demetrio di Domenico Mauro, S. Giorgio di Variboba, S. Cosmo di Zef Serembe, Cerzeto di Antonio Santori, Frascineto di Vincenzo Dorsa e Bernardo Bilotta e dall’altra parte S. Sofia di Pasquale Baffa ed Angelo Masci, S. Benedetto dei fratelli Rodotà, Lungro dei fratelli Straticò, Civita di Gennaro Placco.

Il viaggio attraverso i luoghi deradiani non può non iniziare da Macchia, luogo natio del poeta, dove il nome dei Rada non è scomparso per quattro secoli ed ha avuto la fortuna per un periodo di provare il dominio di uno dei pronipoti di Skanderbeg, Antonio Castriota.

Posta su di una collina poco elevata, sotto la quale si estende la piana di Sibari, Macchia è rivolta da sempre ad oriente. Proprio di là si apre la vallata tra le montagne del Pollino e di quelle della Sila, dove risplendono le acque del mar Ionio.

Era questa, la finestra maestosa dalla quale nasceva l’immagine dell’Arbëria, che dovrebbe risvegliare e plasmare la poesia del futuro poeta, come saranno stati anche il paesaggio mediterraneo, il rilievo ondulante, gli spazi pieni di luce, la vegetazione ricca ed esuberante di ulivi, agrumi e vigne, estese dovunque, le quali conservavano tanta somiglianza con l’altra sponda.

Macchia è un paese tipico arbëresh che sta come una verde corona sulla cima di un colle, raccolto, con viuzze e case dove si distinguono antiche abitazioni coperte di tegole.

In una di queste nacque il poeta, la cui antichità si denota anche dalla porta con arco di pietra, inciso con lo stemma dei Rada. Di pietra sono anche le scale della casa di due piani, un fabbricato consunto dal tempo, con grondaie libere e con muri screpolati.

In questo tetto secolare c’è ancora la stanza dove mosse i primi passi Gerolamo. C’è il balcone da cui è balenata per prima la visione dell’Arbëria, tra i monti del Pollino e della Sila. Da lì egli vedrebbe le colline attorno ai paesi arbëreshë, S. Giorgio, luogo natio del primo poeta arbëreshe, e ancora più vicino Shurëzën, l’amato campo di famiglia, Fjokatin e Pokfilin, le belle sorgenti di Macchia, gli orti ed i cortili del paese pieni di verde e fiori.

Di qua veniva la chiesa della Madonna, dove il padre era sacerdote e dove egli avrebbe riposato in eterno con i due figli. Più in là appariva Rodhi, la piazza del paese, dove si riunivano gli uomini di Macchia.

In questo paesaggio, col proprio scenario pieno di colori e luci, in quest’atmosfera arbëreshe singolare avrebbe iniziato a prendere corpo la poesia deradiana.

“Sono salito sui colli ed un pensiero di gloria mi inebriava – avrebbe scritto De Rada – Spesso tra le luci chiare … stavamo nell’erta del paese, la brezza di libeccio muoveva i rami argentei degli ulivi e tutta la superficie del mare si trasformava in schiuma. Quella parte solitaria sembrava come se fremesse e sibilasse e mi portava in mente le radici delle generazioni umane”.

Ma qui avrebbe solo cominciato, perché sarebbe S. Demetrio, vicino paese centro principale intellettuale della terra albanese di queste parti, quello che avrebbe aperto al giovane la porta del Collegio di S. Adriano. Nel collegio secolare, all’uscita di S. Demetrio, di fronte alla Pyllëza, dove Gerolamo giunse fanciullo di otto anni e vi si allontanò a 18, per ritornarvi negli anni della gioventù e della vecchiaia.

“Il collegio si è aperto – avrebbe scritto più tardi – come una gran porta di dolce e nuova luce per tutte le case albanesi… era questa la nuova alba del nostro giorno”.

Tra i muri ombrosi del collegio, un ex convento medievale, si sarebbe intrecciata e fluita un’importante epoca della storia della cultura arbëreshe in cui De Rada avrebbe avuto un ruolo protagonista.

Dalle finestre del collegio, il giovane scorgeva non solo i riverberi del mar Jonio, ma anche i campi di Sibari, sotto la quale giacevano le rovine della Magna Grecia, dove un tempo era giunto Platone ed era morto Erodoto.

Queste due visioni, come afferma lui stesso, non potevano non ammaliarlo “ dietro la visione della libertà”, quando proprio il collegio ferveva all’interno per le aspirazioni libertarie delle nuove generazioni che vi si alternavano. Perché qui convivevano la sapienza e la bellezza della cultura dell’antichità, con i luminosi ideali del Risorgimento italiano e con la coscienza arbëreshe.

Il collegio, così come viene citato dagli storici, “risplendeva come un faro nella tenebra della tirannia” e da questo faro avrebbe preso luce di vita la poesia di De Rada.

Dalla corona di colline di Macchia e dalle finestre del collegio, De Rada vedeva l’alternarsi delle stagioni, come verdeggiavano ed ingiallivano i campi di Sibari, come sbiancava e scioglieva la neve sui monti del Pollino. E saranno le sue opere poetiche, che rispecchieranno, come scrive N. Tommaseo “il verde intenso e giocondo dei campi e delle colline, il volo degli uccelli, l’atmosfera del villaggio, i ricordi felici dell’infanzia, la visione del mare e il suo rinnovarsi per il movimento delle onde”.

Il piede del poeta si sarebbe posato nei paesi arbëreshë delle due sponde del Crati. Sarebbe andato a raccogliere i canti popolari a S. Cosmo e S. Sofia, avrebbe ripercorso le orme di Variboba a S. Giorgio, si sarebbe incontrato con Santori a S. Caterina dovunque ci fossero intellettuali del suo stesso sangue, si sarebbe riunito con i congiurati di Spezzano Albanese e Castrovillari. De Rada fuggiasco e inseguito dai gendarmi borbonici non poteva non avere rifugio più sicuro in questi luoghi accoglienti e fedeli.

Si sarebbe nascosto tra i loro boschi ed orti, dormendo con le armi in mano, sotto lo sguardo delle stelle. Negli spazi arbëreshë egli avrebbe trovato le radici della sua identità, avrebbe spento la sete nelle sorgenti della lingua madre, si sarebbe sforzato, come ha sostenuto, “di legare molti fili recisi” di questo strumento che aveva permesso alla comunità arbëreshe di sopravvivere.

La topografia deradiana nella Piccola Arbëria è piena e strapiena di tracce luminose che occorre ancora indagare e studiare perché in loro ci sono la vita e le sue opere.

Ma queste tracce le troviamo anche oltre le zone arbëreshe. I loro sentieri sono a Corigliano Calabro, a Cosenza, Napoli e fino a Roma e Firenze.

A Corigliano egli diresse il ginnasio per alcuni anni, avviò la stamperia “Tipografia Albanese” e pubblicò opere poetiche. Qui vide la luce “Flamuri i Arbërit” che sventolò, non solo nei paesi arbëreshë, ma in tutta la diaspora albanese. E qui egli convocò il congresso linguistico, raccolse la pleiade di intellettuali arbëreshë e progetto tanti piani per il futuro della lingua e della continuità della sua etnia.

A Cosenza più che la poesia lo richiamavano gli impegni politici, gli incontri cospirativi, le istruttorie ed i tribunali, il carcere che provò.

Negli archivi storici del Risorgimento italiano di questa città riposano ancora il nome e l’attività del nostro poeta in stretta relazione con i movimenti rivoluzionari degli anni 1830, 1840, 1840 e 1860.

Napoli, per il peso che ha nella vita di De Rada, dopo le terre arbëreshe è il centro principale della geografia deradiana.

La mappa di questa città è piena, in lungo e in largo, di nomi propri che riportano a De Rada.

L’università, la facoltà di diritto è solo il punto di inizio del poeta quivi, perché la sua attività più importante si è svolta aldilà delle mura scolastiche. Un’esistenza ricca e agitata in tempi tempestosi.

A Napoli vide la luce “Milosao” che gli ha dato slancio e gloria, venne stampata anche la prima gazzetta albanese “L’Albanese d’Italia”, una nella “Tipografia Gutenberg” e l’altra nello “Stabilimento Domenico Capasso”.

Nei posti di questa città è nata e si è stretta l’amicizia di De Rada con intellettuali arbëreshë che erano noti nei circoli letterari napoletani. Da qualche parte qui c’era la redazione della gazzetta letteraria “Omnibus”, diretta dall’arbëresh Vincenzo Torelli, c’era la scuola di recitazione di Emanuele Bidera, anche costui arbëresh, che gli insegnò a declamare bene la poesia.

Sono i posti di incontri con altri arbëreshë, come l’avvocato Demetrio Strigari o Luigi Terzi, in cui si trovò a pubblicare il “Milosao”.

Ed il poema era dedicato al generale Demetrio Leka, compagno di lotta di Mark Boçari, noto albanese nella capitale del Regno di Napoli. In quest’atmosfera arbëreshe e con propria identità avrebbe vissuto e creato De Rada qui, anche quando andava all’università, anche quando frequentava le biblioteche ed i teatri, anche quando prendeva parte a riunioni clandestine. Egli sarebbe diventato testimone e partecipe dei fatti sconvolgenti della Rivoluzione del 1848, dove alcuni dei protagonisti erano suoi fratelli di sangue.

I luoghi deradiani, benché “la vita abbia cambiato tante querce” sono lì dove sono stati circa due secoli prima. Alcune tracce sono rimaste e sono trasformate in monumenti nazionali, altri il tempo li ha presi con se o li ha distrutti senza pietà. E, nonostante tutto, nella Piccola Arbëria ed oltre, ci sono ancora orme che attendono di essere scoperte e studiate.

Ma attualmente la geografia della vita e dell’attività del nostro grande poeta nelle linee principali sono chiari, grazie alle ricerche ed agli studi comuni.

Questo è anche l’omaggio più bello che si fa a De Rada nel centenario della sua scomparsa fisica.  

Tratto e tradotto da “Shekulli”, Tirana, 18 ottobre 2003

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