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GIROLAMO DE RADA E LA “LOTTA” INTRAPRESA PER LA “SEPARAZIONE” DELLA SUA “MACCHIA” DAL COMUNE DI S. DEMETRIO CORONE.

DI VINCENZO LIBRANDI

Nell’anno del primo centenario della morte di Girolamo De Rada, (Macchia 29 novembre 1814 – San Demetrio Corone 28 febbraio 1903) il poeta e scrittore arbereshe, padre della moderna letteratura albanese, forse non tutti sanno della “lotta” che, a suo tempo, intraprese per la separazione del suo Comune, Macchia, da quello di San Demetrio Corone.

            Per giustizia e carità al “natio loco”, in una sua memoria, il vate arbereshe, nel timore che si potessero rinnovare gli ostacoli alla risoluzione della vertenza tra Macchia e S. Demetrio per la separazione, poneva all’attenzione delle autorità alcuni fatti “che molte cose rischiarano”.

            Dopo un anno e più che il municipio di S. Demetrio spedisce alla deputazione provinciale – ricorda il poeta – i verbali del 20 maggio e 14 novembre constatanti che la frazione Macchia aveva quel che la legge imponeva per la separazione – oltre cioè 500 abitanti e circa un terzo delle rendite comuni ai due abitati – vedendo che non si otteneva nulla, si recò in Cosenza a trovare il segretario della deputazione provinciale sig. Cavaliere Pancaro per richiedergli i motivi per cui la deputazione non desse corso al disposto del Consiglio provinciale in favore di Macchia.

            Così rivive Girolamo De Rada il colloquio che seguì: “Veda, - rispose Pancaro -  è mancato uno dei dati, perciò che la statistica del 1861 porta di Macchia un numero di abitanti minori di 500 voluti dalla legge”. Ma com’è ciò possibile ? Egli allora si alzò e andò a prendere la carta stampata della statistica provinciale, ove si vide realmente che Macchia figurava per 450 anime invece delle 550 rilevata dagli ufficiali addetti alla numerazione. “Ma ella, nell’interesse della giustizia che aspettiamo dallo Stato – si permise di aggiungere il poeta – avrebbe dovuto, nel risolvere la questione, tener presente le cifre pervenute dalla segreteria di San Demetrio, ed autenticate nei verbali del 1866 che le ripeterono, invece che fermarsi ad una copia stampata della numerazione provinciale, sì facile a recepire errori e sostituzioni”.

            Considerato che “le inavvertenze sono umana cosa” si convenne che si sarebbe “riparato al tempo perduto” per quel malinteso. Ma nel 1868, come ricorda il poeta, passato alla direzione del Ginnasio di Corigliano e sostituito nel Municipio da un consigliere di S. Demetrio, “o perché si cessasse d’insistere o per incuria dell’amministrazione  provinciale la questione non andò avanti”.

            Invece, nel 1872, il Municipio di S. Demetrio, riunito dal Procuratore del Re di Rossano, sig. Croce, incaricato degli interessi del Collegio italo greco “Sant’Adriano”, attribuiva ad unanimità, e contro ogni diritto, al Collegio il fondo esteso di proprietà di Macchia, denominato “Soveretti”, e presto otteneva l’approvazione e l’ordine di trasferimento di possesso.

            “Ai naturali di Macchia fu manifesto – sempre per De Rada – ad una volta sì il detrimento attuale, sì la diminuzione, preparata a disegno, dei suoi mezzi di sussistenza in un futuro stato separato”.

            Si ricorse al ministro degli interni, sig. Cantelli, contro la deliberazione per “nullità assoluta, come quella che versava su cosa deliberata altrimenti prima, e senza pur ricordarlo”. Contemporaneamente si chiese alla Prefettura che fosse devoluta alla frazione la scelta dei propri consiglieri. Intervenne la deputazione, e il sotto prefetto spedì il segretario Zanotti per raccogliere i voti degli analfabeti.

            Il plebiscito fu concorde a sostenere la domanda, ma non valse esso pure ad ottenere quello che si chiedeva.

            Ripercorrendo l’iter il poeta ricorda che nel luglio del 1874, ritornato in Cosenza, con in compagnia del cav. Pietro de Roberti, si recò dal segretario della deputazione per avere “notizie” sulla domanda, già autenticata, della Frazione Macchia, “ad eliggere essa i suoi consiglieri”. Fatto portare il plebiscito, il segretario lo rassicurò. Ma trascorsi otto giorni, il poeta ritorna alla carica per avere lumi sulla questione.

            “Il plebiscito – gli fu risposto – dacché rimase sul tavolo, è disperso; ogni ricerca per trovarlo è stata inutile”. Il poeta allora andò dal Prefetto Miani, per esporgli la questione soggiungendo che del fatto avrebbe informato il Ministero.  “Non fate niente – si sentì rispondere – prima di due giorni, quando tornerete a me il caso sarà risolto”.

            Il fascicolo del Plebiscito si era rinvenuto, ma nello stesso tempo Miani era morto, e, quindi, “neppure dopo di ciò, si approdò a niente”. Intanto in Consiglio di Stato fu annullata la deliberazione “Croce”, e il fondo “Soveretti” fu restituito integro alla Frazione Macchia.

            Dopo la sentenza, anche il Prefetto, per nuove istanze a lui rivolte, si era mosso ed aveva chiesto al Municipio di S. Demetrio “l’assegno dei fondi per la divisione dei due territori di S. Demetrio e Macchia prima di provocare il decreto di separazione”.  Ma alla risposta evasiva del Municipio, “si cessò ad ogni cura ulteriore della vertenza”.

            Così commenta il poeta: “ E’ doloroso veramente, ma ei pare che versiam tutti in un giuoco di pupi”.

            Scorati e disperando d’ottenere per se giustizia, taluni naturali della Frazione Macchia pensarono di rivolgersi al senatore Vincenzo Sprovieri d’Acri che “ha di molti beni e variate industrie in Macchia” e per mezzo di un consigliere, sig. Michelangelo Marchianò, gli esposero i fatti, che pure lui già conosceva e fatta riproporre da una “supplica che sottoscritta da tutti gli fu rimessa”.

            La domanda, quindi, fu accolta dal senatore il quale scrivendo al Marchianò annunciava che “la questione di Macchia essere risoluta, e che appena la deliberazione fosse stata spedita al Ministero ei avrebbe il Decreto di separazione”.  Trascorsi alcuni mesi “senza udir più nulla” dal senatore, fu Marchianò a richiedere lumi alla Prefettura di Cosenza, dalla quale si ebbe notizia di una nuova deliberazione del consiglio provinciale, nel luglio 1884, dalla quale risultava “favorevole alla separazione, quando ci fossero i dati della legge; sul che si doveva consultare il Municipio di S. Demetrio”.

            Sempre per il poeta De Rada, “la mistificazione fu rattristante”. Si era tornato a dare ragione alla Frazione, dopo oltre 20 anni, ma con meno probabilità di successo. Si è cercato, allora di esporre all’autorità che “il Municipio di S. Demetrio era stato già consultato e che lo stesso aveva già costatato che quei dati erano della Frazione. Non si rispose oltre.

            Per nulla arresi, i naturali della frazione Macchia, pensarono di ricorrere al consigliere provinciale del proprio mandamento, cav. Guglielmo Tocci di San Cosmo, pregandolo “di adire il Prefetto con i documenti alla mano, e rischiararlo su i bassi ripieghi adoperati per annullare un affare finito, sostituendogli uno incipiente e di dubbio successo”.  Ma anche Tocci, dopo inutili ricerche in archivio, rispose di “non esistervi documento che accennasse a pratiche cose per una separazione di Macchia da S. Demetrio”.

            Commenta il poeta come “la connessione tra il far sparire i Verbali che davano virtù legale al Deliberato del 1864, e la Deliberazione nuova del 1884 che a quello era stata sostituita per cessarne ogni efficacia”.

            Nel ricordare che “il diritto non si supera, e resta come fede e speranza a chi appartiene”, il poeta conclude la sua memoria rivolgendosi ancora una volta al Prefetto il quale, “più che altri mai, fa nascere ovunque la fiducia che trarrà egli dalle ambagi la ragione, e provocherà, ad esempio moralizzante il rigore delle leggi su la sottrazione di depositi commessi alla religione dello Stato: la quale degrada l’uomo, pria che la pena lo sferzi, e invilisca”.

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