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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Flamuri i Arbërit rron!

RAPPORTI FRA GIROLAMO DE RADA E SPEZZANO ALBANESE:

DUE VARIANTI DI CANTI INEDITI DELLE RAPSODIE

di Francesco Marchianò

Nei numeri precedenti della nostra rivista abbiamo messo in luce i rapporti intercorsi tra Gerolamo De Rada e la comunità arbëreshe spezzanese attraverso la sua amicizia con il sindaco e medico Dott. Francesco Candreva, con il comitato rivoluzionario locale e con le lettere fra il Vate ed il Nociti.1

Al medico Candreva ed al giovane intellettuale Giuseppe Angelo Nociti, il Vate albanese inviava i manifesti di adesione alla pubblicazione dei propri testi con l’invito di diffonderli agli altri intellettuali del posto e dei paesi albanofoni viciniori.

Attraverso uno di questo canali De Rada ha lasciato una traccia tangibile del suo passaggio nella nostra comunità e che getta nuova luce sulla stesura del suo capolavoro Rapsodie d’ un poema albanese.2

Più di una decina di anni fa ad un nostro socio è stato donato un pacco di fogli sparsi provenienti dalla casa dell’intellettuale spezzanese Giuseppe Angelo Nociti (1832-1899). Fra i tanti, di un certo interesse storico e letterario, la nostra attenzione si è soffermata su un foglio ingiallito avente una grafia diversa da quella a noi molto nota del Nociti.

 Il foglio si presenta in discreto stato di conservazione: la prima facciata (F1) reca l’intestazione Canto VI  mentre a pochi centimetri più in basso si dipartono, in senso verticale, due righe di separazione molto marcate che proseguono anche nell’altra parte (F2), ed in senso orizzontale, righe molto sottili per permettere di scrivervi sopra in modo ordinato.

A sinistra del primo rigo verticale si possono leggere chiaramente le strofe di una poesia, a destra del secondo rigo verticale invece si nota una grafia disordinata ed illeggibile che non permette la lettura se non di pochissime parole.

Dal confronto grafico effettuato siamo rimasti strabiliati quando abbiamo constatato che questa grafia era identica a quella del De Rada nella sua corrispondenza con Giuseppe Angelo Nociti!

Immediatamente è iniziata la ricerca per scoprire a quale testo del De Rada appartenesse il Canto VI del nostro manoscritto e così, prendendo in considerazione i personaggi di Dedi Scura e di Balaban, siamo giunti davanti alle bellissime Rapsodie d’ un poema albanese.

Dopo un’attenta lettura dei tre libri del poema abbiamo individuato i canti  a cui si riferiscono i due fogli in nostro possesso giungendo alla conclusione che avevamo in mano due varianti inedite del grande De Rada i cui testi risultano oltremodo interessanti perché scritti con un alfabeto diverso, in alcuni grafemi, da quello usato dal Nostro nell’edizione del 1866.

Il Canto VI, infatti, è una variante del Canto XIX del II Libro delle Rapsodie e narra la morte in battaglia di Dedi Scura e del suo testamento.

 Per comodità abbiamo ritenuto opportuno proporre qui di seguito una collazione dei due testi evidenziando in corsivo  le parti che non compaiono nell’edizione del 1866:

 

Ms. inedito (F 1)                                     Rapsodie(1866)

Canto VI                                    Libro II, Canto XIX

 

Tech ciucca e gnii ráχi                                         Tech ciucca e gniij ráχi   

Ish gne shésh jo ak’i gkieer                                  Nyn χeen e gniij lhissi

Nd’attę shésh gnę lhis i màθ                                 Prapt dèrgkej Deddi Scura,

E po ndυυn attiij lhisi                                            Vett’e as mund’ftòghύnej

Me armìk tę vraar nd’aan                                      Ziarmin e lhavòmύvet.

Prapt dérgkej Deddi Scura                                     Shcùan shoct piono foor.

- Vett’e as mund ftóghęnej                                   - Via Deddi Scuur vemmi.

Ziarmin e lhavômvet                                             Ded: Ezzύni, shoch, ju mo shύndèt’

Shcùan shoct piono foor                                       U me juu as vìgn myy.

- Via Deddi Scuur vemmi.                                    Po ju trùghem, atti posht

Ded: Ezzęni shoch ju me shęndèt                         Ty m’mìrrύni mùrgiarin;

U me juu as vígn mυυ.                                          Mos eδé ai t’posovissign.

Po ju trúghem atti posht                                        E m’ja e kèlni t’ìm bîri:

Tυ m’mirni mùrgiarin                                           Se rrittet e, ngkièshur shpatten,

Mos δe ai tę possovissign.                                     Hippyn ai càlhin t’ìm’;

Mυ ja e kêlni t’ím biri                                           Tech lhuffa se m’e kèlyn

Se rríttet e ngkieshur shpatten,                              Prèi mizzoort c’i vraan t’aan;

Hippυn ai câlhin t’ímm                                         Ty m’friign ζymryn.

Tech lhuffa se m’e kêlυn

Prei mizzoort c’i vraan t’aan

Tυ m’friign ζύmren”.

 

Ai linguisti ed ai filologi lasciamo il compito di operare confronti sugli alfabeti usati dal De Rada nei due testi trascritti integralmente in ogni loro parte.3

In principio si era pensato che il Ms. inedito  (F2) fosse una continuazione del canto precedentemente trascritto mentre invece si tratta della parte finale del Canto IX del III Libro delle Rapsodie in cui si tratta del duello tra Skanderbeg ed il rinnegato albanese Balaban sconfitto dall’Eroe e poi decapitato da Maometto II:

Ms. inedito (F2)                                           Rapsodie (1866)

       ???                                             Libro III, Canto IX

…………………….                              …………………………

Laijmin tę kêlnej.                                                     Laijmin tύ kêlnej:

Veshin e diàθt mυ i prèu                                         Veshin e diàθt my i prèu,

Se t’i mbanej shύnchęθin.                                        Se t’i mbànej shynchύθin.

Cûr m’e paa ζotti maθ.                                             Po Maumetta cûr e paa:

Mau: Balaban crie-lhavosur                                   - Balaban crie-lhavossur,

Cu υυ bessa chυ m’ δee,                                          Cu vatte vantìma jotte

Se m’ silie Scanderbègun                                        Se m’silie Skandyrbeccun

O te gkaal o tυ vędècur?                                          O ty gkiaal o ty vύdeccur?

Bal: Se ζotte, ζotte i maθ                                         - Se ti ζottύ, ζotte i maδ,                       

Gkiégk pach jo gkiegk shuum;                                 Gkiegkύ pach jo gkiegkύ shuum;

Nυnch υυ cràgu cυ lhuftòn                                       Nch’y cràgu cύ attij i ndìghyn

Mυncu shpatta cυ i ndighυn,                                     Po ysht dòra e t’iin ζotti.

Po dôra e t’iin ζotti.                                                 – E nanni mύ kias ti criet

Mau : Miir kias ti críeθit                                          Cy ca bèst e riengarta

Pocca cυ nch’lhee bessen                                         U t’nzier orèxet ìmm ».

Tυ m’nzier orexet imm ».                                         E’ rrύmpien e vuun ndyr cippe 

(M’) e rręmpien e vuun ndυr cippe,                         E i preen crìeθit.

E  i preen crieθit.

Cercare di ricostruire la genesi del manoscritto è compito arduo ma abitudine del De Rada era quella di stendere versi dovunque si trovasse per poi utilizzarli inserendoli nelle opere che componeva per cui non sapremo mai quando e dove il Vate compose i due canti, se nella sua natia Macchia Albanese o nel nostro paese, oppure se li consegnò a G. A. Nociti, tra il 1860-’65,  per avere da lui un giudizio.4

Sta di fatto che il prezioso foglio era conservato fra le carte del Nociti, che per qualche anno ebbe relazioni epistolari con lui, e che il Bashkim Kulturor Arbëresh ha ritenuto opportuno pubblicare per rendere un servigio alla cultura e, soprattutto, per sottolineare il contributo che la comunità arbëreshe di Spezzano Albanese ha dato alla Rilindja – Rinascita albanese e all’indipendenza dell’antica patria: l’Albania.5

1 Vedi Uri- Il Tizzone- Organo interno del BKA- A. VII, n°2, nuova serie, Marzo-Aprile 2003 e seguenti.

2 Rapsodie d’un poema albanese raccolte nelle colonie del Napoletano tradotte da Girolamo De Rada e per cura di lui e di Niccolò Jeno de’ Coronei ordinate e messe in luce, Firenze, Tipografia di Federico Bencini, Via dei Pandolfai N°24, 1866.

3 Abbiamo omesso le traduzioni per motivi di spazio per cui si rimanda a quelle del libro di cui alla nota 2.

4 Cfr. Girolamo De Rada, Autobiologia- primo periodo, Cosenza, Tipografia Municipale di F. Principe, 1898, pag. 16.

5 Negli altri paesi di origine albanese è opinione diffusa che Spezzano Albanese sia il meno arbëresh. Questo errato concetto attribuibile a tanti fattori tra cui il cambio del rito greco avvenuto nel nostro paese nel lontano 1668 e la sua posizione geografica felice che ha permesso uno sviluppo economico e demografico eccezionale dal XIX sec. e quindi lo stanziarsi di tante famiglie italofone, soprattutto negli ultimi tempi, che hanno il sopravvento etnico e linguistico sulla comunità albanofona originaria.

 

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