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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
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L’opera di Girolamo De Rada

Seminario all’Orientale di Napoli

 

1. In occasione del centenario della morte di Girolamo De Rada, si è tenuto presso il Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale dell’Università di Napoli “L’Orientale”, un seminario di studi su L’opera di Girolamo De Rada (23 maggio 2003).

Dopo l’introduzione del Direttore del Dipartimento, Prof. R. Maisano, il quale ha ricordato il contributo del De Rada all’istituzione della cattedra di Lingua e Letteratura Albanese presso “L’Orientale” di Napoli, ha relazionato il Prof. Alfred Uçi, membro dell’Accademia delle Scienze d’Albania, su G. De Rada, cultore di estetica (“Principii di estetica”).

 

2. I Principii di estetica

Il relatore ha fatto presente che, in seguito al suo interessamento per l’opera del De Rada Principii di estetica (Napoli, 1961) risalente agli anni ’70, ne ha intrapreso la traduzione in albanese, che ha visto la luce solo di recente, in occasione del centenario della morte dell’Autore (Parime të estetikës, Tirana, Globus, 2003). Secondo A. Uçi, i Principii di estetica è il più importante documento della storia del pensiero filosofico ed estetico albanese. L’opera, che nasce nel contesto risorgimentale degli albanesi d’Italia e d’Albania, da un punto di vista estetico-filosofico risente degli influssi di Gioberti, Gallupi, Rosmini, e in senso filosofico più ampio di Kant, presentandosi come sintesi dell’esperienza della storia mondiale dell’estetica, non esente dall’influenza dell’estetica classica greco-romana, arricchita dell’esperienza medievale e rinascimentale.

Dall’analisi dell’opera, secondo Uçi, risulta che la caratteristica che contraddistingue la visione filosofica del mondo deradiano sia il panteismo, inteso come armonia e ordine universale che avvicina, collega e unisce in un tutto ogni cosa che esiste, che collega corpo e anima, oggetto e soggetto, uomo e natura, che rende le loro strutture omogenee, che fonde in un tutto il processo del pensiero con l’essere, la creatività con la vita della natura e da questo lievito unico del mondo si forma la bellezza (A. Uçi).

 

2.1 Teoria della bellezza

Seguendo la teoria del Vinckelmann, il De Rada ha considerato il bello come essenza dell’ideale estetico classico che, di conseguenza, esclude il brutto. Il processo gnoseologico del bello, secondo il De Rada, si avvale dei sensi della vista e dell’udito, quali strumenti “freddi” che trasmettono le impressioni della bellezza alla mente, da cui sprigiona il piacere dello spirito. Il concetto secondo cui il bello sta solo nella vita dello spirito, avrà un seguito in Italia e richiamerà l’attenzione anche di Benedetto Croce. Il bello, dunque, non in funzione di bisogni materiali, ma come risposta a esigenze spirituali dell’uomo.

L’Uçi sostiene che il De Rada faccia derivare la sua teoria del bello dalla concezione panteistica del mondo, affermando che all’omogeneità della natura e dell’uomo, sul piano estetico risponde l’omogeneità del bello e dello spirito umano. Egli interpreta così  la tesi deradiana, secondo cui Ogni beltà che si nota nell’universo materiale, è omogenea alla bellezza dello spirito, pertanto in perfetta armonia anche con la moralità.

 

2.2 Teoria dell’arte

Un principio importante affermato dal De Rada è rappresentato dai valori estetici dell’arte collegati intimamente con quelli della realtà, che trovano, sulla base dell’estetica classica, piena omogeneità tra vero, buono e bello. Inoltre il De Rada riconosce all’arte una funzione cognitiva e una funzione catartica, rappresentate nel concetto di velo, specchio o imitazione. Nella classificazione delle arti, pone al livello più alto della scala la poesia, sottolineando il valore dell’espressività e la forza suggestiva della parola, dietro l’influsso dell’estetica del romanticismo europeo.

Alfred Uçi in conclusione ha ribadito, a conferma di quanto sopra, che il De Rada ha saputo elevare la variante dialettale arbëreshe a potente strumento di espressività poetica, con finezza, originalità, eleganza e musicalità straordinarie, come conferma il suo capolavoro I canti di Milosao.

 

3. Il secondo intervento è stato di Kolec Topalli, glottologo dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana, il quale ha trattato il tema Il contributo di Girolamo De Rada alla storia della lingua albanese. Il relatore ha evidenziato, in primo luogo, il ruolo svolto dal De Rada nella fase più importante del riscatto nazionale, non solo nel campo politico-letterario, ma anche in quello linguistico. Il relatore ha quindi esaminato i tratti peculiari della sua lingua sotto quattro aspetti: 1) lessicologico, 2) fonologico, 3) morfologico, 4) sintattico.

 

3.1 Aspetto lessicologico

Alcuni termini presenti nell’opera del De Rada hanno particolare importanza per l’etimologia, anche perché nella lingua nazionale d’Albania o sono del tutto scomparsi oppure hanno mutato significato. Si possono, dunque, distinguere arcaismi lessicali e arcaismi semantici. Il relatore è stato particolarmente ricco di esempi  nel chiarire i singoli fenomeni.

Degli arcaismi lessicali ha ricordato il termine delëmjer (pastore), assente nella lingua ufficiale, ma con tracce in alcune zone del sud dell’Albania; shëngëth (segno), presente già in Matranga senza suffisso diminutivo; shtuara (ritto) noto solo in limitate zone del meridione d’Albania. Degli arcaismi semantici ricordiamo solo: çonj (trovare), vivo in Albania nel senso di “inviare” e “alzare”; gjellë (vita) in Albania limitato a “cibo”; kopil-e (giovane) nell’odierno albanese d’Albania “bastardo” con senso dispregiativo; prirem (tornare) in Albania nel senso di “piegarsi”; ruanj (guardare) in Albania “conservare”, “custodire”; qellënj (portare lontano) in Albania con significato di “tardare”; truanj (pregare) in Albania “maledire”, “dedicare”. Sempre in relazione alla lessicografia il relatore ha anche accennato alla formazione delle parole tramite l’agglutinazione: diu (non so) da di (so) e u (io); mëmë mia madre) da ime (mia) ëmë (madre); menat (domani)  da me (con) natë (notte); njatër (un altro) da një (un) e jatër (altro), presente tra gli albanesi di Grecia, con forma analoga nel sud dell’Albania; thomse (forse) da thom (dico) e la congiunzione se (che). Relativamente alla fraseologia per brevità ricordiamo solo i sintagmi mba tutje (vattene); mot’ e mōn (molto tempo) e më qëllonj gjūm (addormentarsi).

 

3.2 Aspetto fonologico

Un contributo di rilievo assumono anche i fenomeni fonologici presenti nell’opera deradiana. Il relatore ha sottolineato che la lingua del De Rada: a) conserva la quantità vocalica, scomparsa nella lingua nazionale odierna, ma presente negli scrittori albanesi antichi, quindi da considerare come un tratto arcaico (qēll; rreth); b) come tutte le parlate arbëreshe, non possiede la vocale alta centrale arrotondata y, in quanto coincidente con la vocale anteriore non arrotondata i (yll > ill); c) in posizione finale, in molti casi, ha perso la vocale media centrale ë, che viene compensata dalla lunghezza della vocale precedente (buzë > būz; mirë > mīr); d) conserva l’arcaismo della contrazione delle vocali o + e, da cui deriva ē (thoet > thēt). Infine una particolarità che contraddistingue la lingua del De Rada, rispetto anche a quella di altri scrittori arbëreshë, è il passaggio della fricativa faringale h a fricativa velare gh: harea > gharea.

 

3.3 Aspetto morfologico

In primo luogo va sottolineato che nell’opera del De Rada, come del resto nell’arbëresh in generale, ricorre il genere neutro (ballët, kriethit, ujt), il caso locativo (ndë vatërët; ndë çerët), il genitivo-dativo determinato plurale con la desinenza –et per i nomi col tema in consonante (njerëzet al posto di njerëzvet) e –vet per i nomi uscenti in vocale (fushavet), l’ablativo plurale determinato con la desinenza –shit (reshit). Per il sistema pronominale il relatore ha ricordato la forma arcaica del pronome personale di prima persona u (io), rispetto al più recente unë della lingua nazionale odierna; e la forma antica vetëhe (se stesso). Nel sistema verbale ha rilevato la desinenza arcaica –nj del presente indicativo prima persona singolare (fjuturonj); la forma riflessiva di alcuni verbi formata direttamente dalla forma attiva (zgjonem); la desinenza Ø della terza persona singolare dell’imperfetto indicativo per i verbi in consonante (ai bridh), mentre la desinenza –j per i verbi in vocale (rrij), o –nej (rronej). In relazione alla formazione del futuro, il relatove ha sottolineato la costruzione con l’ausiliare kam + il congiuntivo presente (kam t’vinj); per l’infinito la presenza anche del costrutto me + participio (të kunaten me martuar) e per il gerundio i formanti: tuke (di origine tosca), tue (di provenienza ghega) e ture (innovazione arbëreshe).

 

3.4 Aspetto sintattico

Il relatore, continuando nell’analisi della lingua, ha preso in considerazioni alcuni aspetti relativi alla sintassi, di cui ha segnalato l’uso dell’ablativo senza preposizione (tue fjuturuar qelqevet; u ngre varrit); l’uso della preposizione për con l’ablativo (për dorje; për sish); la doppia determinazione del sostantivo e dell’aggettivo (nusen e bardhen); la presenza dell’articolo prepositivo con i nomi etnici (bularit t’arbëresh). Il relatore, tra l’altro, ha poi rilevato la formazione del superlativo tanto con la ripetizione dell’aggettivo (me nusen të rē, t’rē), quanto con l’avverbio di modo keq (keq i rënd); come pure l’uso del dativo etico indicante vicinanza e affinità (më ja e resta; zū e më e puthi).

Ancora nella sintassi ha ricordato la costruzione paratattica rispetto a quella ipotattica dell’albanese d’Albania, un tratto che caratterizza la gran parte delle parlate arbëreshe (ësht e ikën; zū e m’i vū). Infine, dopo avere analizzato tanti altri aspetti caratterizzanti, ha concluso citando la costruzione dell’imperativo contenente particelle pronominali, del tipo thomnie < tho-më-ni-e, dove le due forme pronominali “më” ed “e” sono intercalate dalla desinenza della seconda persona plurale dell’imperativo.

Il Prof. Topalli ha infine ribadito che la presenza degli arcaismi analizzati sono di notevole importanza per la ricostruzione dello sviluppo diacronico della lingua albanese in tutte le sue componenti e varietà.

 

4. Il terzo intervento della Prof.ssa Klara Kodra verteva sull’opera Uno specchio di umano transito, e in particolare sull’oscillazione di quest’opera tra epos e romanzo.

I fondatori del romanticismo albanese sono G. De Rada e N. Frashëri, due rappresentanti di aree diverse, quella d’Italia e quella d’Albania. In genere gli scrittori del risorgimento albanese sulle due sponde mirarono a creare l’epos nella letteratura, affrontando da un lato temi relativi alla liberazione della patria dall’occupazione straniera e dall’altro lato rivivendo, come fonte di ispirazione, l’epoca di Scanderbeg che rappresentava nell’immaginario popolare la resistenza storica per la tutela dell’integrità territoriale e della libertà.

 

4.1 Uno specchio di umano transito

Quest’opera, che rappresenta la terza edizione del poema giovanile dal titolo I canti di Serafina Thopia, è il trionfo del De Rada epico, mentre I canti di Milosao è un’opera essenzialmente lirica. Uno specchio di umano transito oscilla tra due poli: la narrazione epica, cui tendeva l’arte del De Rada, e la letteratura romantica degli Arbëreshë e degli Albanesi, cioè l’epos e il romanzo, senza compiutamente realizzare nessuno dei due. Essa si avvicina al poema epico più dello Skanderbeku i pa-fān (Skanderbeg disavventurato), perché maggiore è il colorito storico, vividi sono i quadri di battaglie, più presenti gli eroi epici, tra cui spicca lo stesso Skanderbeg che è evidenziato come condottiero e uomo di Stato con connotati più marcati che nel poema che porta il suo nome. Eppure quest’opera è molto vicina anche al romanzo, al “romanzo di formazione” in versi.

 

4.2 Serafina la protagonista

La figura principale del poema è Serafina, innamorata di Bordare, ma per ragioni di Stato destinata a sposare Nicola Dukagjino, per rinsaldare i legami tra il principato del sud e quello del nord. Il contesto politico culturale è quello della prima metà del XV secolo, quello del periodo scanderbeghiano, della resistenza all’occupazione ottomana. Serafina è una figura complessa che si distingue oltre che per l’amore sincero per Bosdare, per la maturità intellettuale e per la disponibilità al sacrificio, pur di contribuire a salvare la patria. Il De Rada riesce a illuminare la figura della sua eroina, rappresentandone il forte conflitto interiore tra l’amore spontaneo per Bosdare e il dovere di figlia obbediente, conflitto caro ai romantici, che non si risolve col trionfo della passione, ma con quello del dovere, che incarna l’ideale patriottico dell’autore e della sua eroina. Il sacrificio di Serafina, se da un punto di vista causa perplessità, dall’altro riscuote approvazione nel momento del pericolo nazionale, come dimostra l’atteggiamento del Patriarca di Venezia e del Conte Urana.

Importante notare la visione della vita di Serafina che coincide in tutto con quella del De Rada, una visione religiosa della vita, intrisa di sacrificio, intrecciata a umani dubbi e perplessità, superati con i lumi della fede e dei valori morali.

La conclusione tragica del poema, caratteristica del “romanzo di formazione” del XIX secolo, sintetizza in maniera emblematica il contrasto della protagonista con la cruda realtà. Dal sacrificio della protagonista scaturisce il rafforzamento dell’unificazione della patria. Serafina, pur nella sua fragilità, appare una donna stoica e ideale, perciò apprezzata dall’immaginario romantico.

Da queste considerazioni emerge con più chiarezza la doppia valenza di Uno specchio di umano transito: da un lato la problematica nazionale e storica, che porta all’epos; e dall’altra la problematica etica e psicologica che apre al romanzo, più precisamente al “romanzo di formazione”.

 

5. L’ultimo intervento del Prof. Italo Costante Fortino, dell’Università di Napoli “L’Orientale”, ha riguardato la corrispondenza del De Rada con Angelo De Gubernatis e le problematiche che ne scaturiscono. Dopo avere ricordato che si tratta di 45 lettere (datate dal 1870 al 1900) conservate nella Biblioteca Nazionale di Firenze, di cui nel 1964 aveva dato notizia la rivista Shêjzat (Le pleiadi) del Prof. E. Koliqi, il relatore ha presentato la figura del De Gubernatis nella sua intensa e vasta attività editoriale che abbraccia tanto il settore degli studi sanscritistici, letterari ed etnologici, quanto il settore della pubblicistica, ricordando la funzione di varie riviste: Rivista Europea (1869-83), Rivista Orientale (1867-69), Natura e Arte (1891-99), Rivista delle tradizioni popolari italiane (1893-95) ed altre. Quindi ha delineato la figura del De Rada come autore di opere di elevato valore artistico, come politico e come studioso di cultura popolare. Dalla lettura delle 45 missive emerge la doppia cultura del De Rada, quella albanese e quella italiana, riflesse anche nell’impostazione delle sue opere, con testo albanese e traduzione italiana a fronte. Sempre dalle lettere appare chiaro il significato politico delle sue creazioni: I canti di Milosao, inteso come risveglio della nazionalità dell’Arbëria e dell’Albania; I canti di Serafina Thopia, come tentativo di unificazione di tutta l’Albania; lo Skanderbeku i pafān, quale opera che accenna già dal titolo al destino infelice degli Albanesi: occupazione turca o diaspora in terra straniera.

Altro elemento che affiora dalla lettura delle lettere è l’impegno europeo del De Rada, che si esplicita nell’affermazione dell’identità politica, letteraria e linguistica degli Albanesi,  e, nell’ambito della questione balcanica, nella richiesta dell’autonomia dell’Albania, legata tuttavia all’Impero turco, per evitare gli smembramenti agognati dagli slavi e dai greci. Un ruolo importante ha svolto, inoltre, il Re Rada nell’ambito delle tradizioni popolari, prima come raccoglitore ed editore delle Rapsodie; quindi come corrispondente e consigliere della Rivista delle tradizioni popolari italiane. Infine il relatore ha messo in evidenza la questione che ha interessato il Collegio di S. Adriano, soprattutto alla fine del XIX secolo, quando in maniera sempre più insistente si andò affermando la tendenza alla laicizzazione dell’Istituto e la sua trasformazione in Collegio Internazionale, con l’afflusso di molti albanesi provenienti dall’Albania. Le lettere del De Rada, oltre ai chiarimenti di cui sopra, mettono in luce aspetti particolari che interessano la cattedra di albanese, tenuta dal De Rada a S. Demetrio Corone.

In tutto questo affiora la strategia della politica italiana che a fine secolo mirava ad affermare la presenza italiana in Albania.

A conclusione del seminario, si è ribadita la necessità di continuare a portare luce su un personaggio così centrale, sia attraverso la pubblicazione di quanto ancora rimane inedito, sia attraverso la preparazione delle edizioni critiche delle sue opere.

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