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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

La tradizione ed il culto dei SS. Cosma e Damiano nella storia, nell’arte e con riferimenti alla comunità arbëreshe di Spezzano Albanese.

Di Giulio Cesare De Rosis

 

Origini comuni.

S

pezzano Albanese non festeggia in maniera solenne i Santi Medici, in quanto nessuna chiesa o cappella si trova nel nostro paese è dedicata ai SS. Cosma e Damiano. Unico segno è un quadro che li ritrae, di nessun valore artistico ma suggestivo soltanto per la cornice, conservato nella cappella della B. V. Immacolata nella Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo….Ma tutti gli spezzanesi, o quasi, il 26 settembre si ritrovano nel santuario di S. Cosmo Albanese per venerare questi santi, stendardi della fede, della speranza e della carità…

Dopo questa breve premessa, si deduce che il culto e la devozione è molto sentita nel nostro territorio che ha le medesime origini storiche e culturali, la stessa radice albanese.

Verso la metà del XV secolo, numerosi gruppi di Albanesi lasciavano la propria patria invasa dai Turchi per rifugiarsi nel Reame di Napoli. I loro padri e, forse, proprio alcuni di loro avevano partecipato alle gloriose gesta del loro eroe nazionale, Giorgio Castriota Scanderbeg, morto nel 1468 dopo 20 anni di resistenza agli eserciti di Murad II e di Maometto II, meritandosi il titolo di Athleta Christi, attribuitogli dal papa Callisto III.[1]

Preceduti da tanta gloria, questi albanesi venivano accolti con rispetto, ma le loro condizioni erano di estrema povertà avendo dovuto lasciare i propri beni per sfuggire al giogo ottomano e conservare la propria profonda fede cristiana. Molti di loro si stabilirono nella provincia di Cosenza ripopolando casali abbandonati, specialmente nei territori di pertinenza ad enti ecclesiastici e alla potente famiglia dei Principi Sanseverino di Bisignano imparentati in seguito alla famiglia Castriota.[2]

Nei tenimenti di Bisignano e dei monasteri basiliani di S. Adriano e del Patirion  sorsero i villaggi di S. Sofia, S. Demetrio Corone, Macchia, S. Cosmo, Vaccarizzo e S. Giorgio formando una serie di paesi limitrofi “sotto quel cielo ridente scelto dagli albanesi che ritrae tutta intiera la bellezza del cielo greco…”. [3]

Queste gocce di storia, che sono qui riassunte, possono sembrare dispersive e dare l’impressione di uscire fuori dalla tematica in questione, ma la storia ed il culto dei santi medici sono inglobati in molteplici vicende che vanno qui per forza ricuciti per la chiara comprensione del testo.

Occorre premettere che, la comunità di S. Cosmo Albanese annovera tra le sue peculiarità il rito greco – bizantino, come del resto quasi tutti gli altri paesi di estrazione ed origine albanese; ma qui occorre mettere un asterisco, perché uno dei paesi albanesi che ha perso il rito greco è appunto Spezzano Albanese.

I rapporti tra il popolo di Scanderbeg e la Chiesa di Roma non furono ostili, anzi furono sempre ottimi, malgrado tutto ciò il rito dei greco – albanesi dovette difendersi dal processo di omologazione già in corso dai secoli precedenti…

Precedentemente, è stato sottolineato un aspetto storico del XV secolo messo in rilievo dal Minisci e ripreso da Francesco Marchianò, che mette in risalto la comunanza che esiste da tra Spezzano Albanese e gli altri paesi di origine arbëreshe: “Nella metà del XV secolo attorno alla chiesa della Beata Vergine di Spizzano si stabilirono i profughi fuggiti  dall’Albania invasa dai Turchi dopo la morte del loro condottiero Giorgio Castriota Skanderbeg (1405-1468). In questo luogo, appartenente ai principi Sanseverino di Bisignano, gli albanesi cominciarono a costruire le loro prime case in paglia e fango…” .[4]

I profughi albanesi professavano il rito greco bizantino e quindi potevano sposarsi, per cui erano osteggiati dal clero rossanese. Nel 1668 la comunità spezzanese subì il brusco e violento cambio del rito bizantino sostituito dal  rito latino anche per volere del vescovo di Rossano, Spinelli. L’ultimo Papas  Niccolò Basta morì dopo torture nel carcere di Terranova (da Sibari) per non avere rinnegato più che la religione, come scrive il Marchianò, il rito dei suoi avi.

Poesia.

M

a ora entriamo nel vivo della questione. A Spezzano Albanese si conserva tra i canti popolari un breve componimento anonimo che forse è il riassunto di quello scritto da Giulio Variboba. Esso suona così:

Eviva Sangozmi e Shën Damjani 

Evviva S. Cosma e S. Damiano

E di vllezër ata më jan                       

Due fratelli gemelli essi sono

Një jatrua e një spexiall

Uno medico e l’altro speziale

Më shërojin dullure e qaghë.        

Guariscono dolori e piaghe.[5]

 

Biografia e culto.

I

 santi Cosma e Damiano sono venerati anche nella vicina Tarsia, ma gli spezzanesi e molti tarsiani stessi si recano in nel santuario di S. Cosmo Albanese che incarna di più la devozione verso i santi medici.

I santi medici! Già , ma chi sono? In molti hanno le idee confuse sulle loro figure, sulla loro vita, sul loro operato… Le stesse enciclopedie consultate non riportano che una decina di righe su di loro.

Per sapere di più bisogna ricorrere agli Bibliotheca Sanctorum i quali narrano che i santi Cosma e Damiano, nati quasi sicuramente in un paese arabo verso la seconda metà del III sec.,  subirono il martirio a Ciro in Siria, città episcopale di Teodoreto, che li ricorda e li chiama illustri atleti e generosi martiri. Ivi era la loro basilica…

La confusione sulle loro origine sorge dai versi composti dalla pietà popolare che canta così: “Evviva S. Cosmo – S. Cosmo e S. Damiano, due santi germani – e chi li creò”. Quindi per questo motivo si è diffusa in gergo la cosiddetta provenienza “germanica, tedesca” dei santi che non ha alcun fondamento storico in quanto il termine germani significa fratelli.[6]

 Nel Martirologio Geronimiano essi sono commemorati come martiri in luoghi ed in giorni diversi. Presso i latini la festa era il 27 Settembre, spostata oggi al giorno precedente. La scelta di tale data si basa sui sacramentari romani e sembra che in origine fosse il giorno commemorativo della dedicazione della basilica a loro intitolata nel Foro Romano.[7]

Nel rito bizantino, come si specifica nelle note, il giorno 1 novembre si festeggiano i Santi Medici, ma se si vuole,  tale data può valere anche per i latini i quali festeggiano e venerano lo stesso giorno tutta la schiera dei Santi, e quindi anche gli Anàrgiri.

In effetti la festa dei SS. Cosma e Damiano ricorre – sempre nel rito greco-bizantino – il 1 luglio (quando la Chiesa latina ricorda S. Vittore I Papa), il 14 Novembre e per alcuni anche ad Ottobre. 

L’elogio riportato nel Martirologio Romano ha per autore Usuardo il quale, a sua volta, lo ha ripreso da una Passio che non gode di maggior credito rispetto ad altre che riferiscono le vicende dei due santi. Essi sono considerati patroni e protettori dei medici e tale credenza proviene dal fatto che furono santi guaritori anàrgiri (= privi di argento), cioè che prestavano cure mediche senza farsi pagare. Solo una volta, Damiano, contravvenendo alla regola  di carità accetta la remunerazione (tre uova) di una donna da lui curata, di nome Palladia, e ciò provoca un severo rimprovero da parte del fratello che protesta di non voler essere sepolto accanto a lui dopo la morte.

Ci dovettero essere dei testimoni poiché dopo la loro decapitazione i cristiani pensarono di seppellire i loro due corpi alquanto lontani l’uno dall’altro. Ma un cammello, assumendo voce umana, gridò a gran voce di riunire i due fratelli, poiché Damiano, accettando il modesto onorario da Palladia, l’aveva fatto in nome della carità, per non umiliare la donna (in «Fate Cenacoli di preghiera…», Luglio-Dicembre 2003).  Forse nel VI secolo i loro nomi furono inseriti nel canone della S. Messa.

Sempre secondo la Passio, Cosma e Damiano, nati in Arabia (regione oggi ferita da tante piaghe e da cui la pianta cristiana che li produsse rischia di essere estirpata), si sarebbero recati in Siria per apprendere la Scienza, ed in special modo la Medicina, per comando dello Spirito Santo.

Stabilitisi in Egea, (anche se un canto popolare dei pellegrini attribuisce proprio la nascita in questa località, “Nacquero questi –in Egea cittade, con santa pietade – lor madre educò”) città della Cilicia, vi esercitarono l’arte medica, mostrandosi cristiani coraggiosi e utilizzando la loro professione per fare proseliti. Durante la persecuzione di Diocleziano, nel 303, furono arrestati dal governatore Lisia della Cilicia che li fece decapitare, non prima di averli sottoposti a torture.

Niente potè contro di loro il fuoco, né il lancio di pietre e di saette. Per ucciderli si dovette ricorrere, appunto, alla decapitazione, che essi subirono con serenità e coraggio a testimonianza delle loro perenne fede cristiana e dell’amore ardente verso il vero Dio, per il quale avevano speso tutta la vita a servizio dei malati e dei bisognosi. La sepoltura avvenne a Ciro in Siria.

L’imperatore bizantino Giustiniano (527 – 565), guarito da una malattia, per l’intercessione dei due santi, fece fortificare la città di Siria in seguito al suo ingrandimento. Il culto dei martiri Cosma e Damiano si estese anche in Occidente grazie al commercio di Roma con l’Oriente. Papa Simmaco dedicò loro un oratorio vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore. Il papa Felice IV, sotto il governo di Amalasunta, regina dei Goti, ebbe in dono due fabbricati, pare due antichi templi romani, ben presto consacrati e dedicati agli Anargiri…. Ma prima di proseguire, si vuole mettere in risalto un fatto ritenuto importante: le notizie di questi due santi, comunque, sono poche ed assai incerte, tanto che  la fantasia popolare si è molto sbizzarrita sulle loro leggende. Prova di quanto sostenuto è la seguente nota, sempre riscontrata nell’”Enciclopedia dei Santi”: “…La Basilica di Costantinopoli era un santuario nazionale dove accorrevano malati per chiedere la guarigione. Qui avveniva il rito dell’incubazione: i malati passavano la notte in chiesa dove si addormentavano. Durante il sonno, i santi venivano a curarli, ora facendo una operazione chirurgica, i cui effetti si notavano il giorno dopo, ora applicando un impacco fatto con olio e cera, ora suggerendo rimedi strani…”.

Importanti sono per l’interesse che hanno suscitato a livello artistico. La loro iconografia sviluppatasi in Oriente subito dopo la loro morte e passata ben presto in Europa, si mantenne straordinariamente viva fino a tutti il Rinascimento, dando luogo ad un’iconografia tra le più ricche dell’ Occidente, specie in Italia, Francia e Germania.

Indicati da alcuni studiosi come i corrispettivi cristiani di Castore e Polluce, venerati dall’antichità come i divini gemelli risanatori del male, Cosma e Damiano non solo furono designati patroni dei medici, ma anche dei farmacisti, dei chirurghi e di conseguenza, invocati oggi quali protettori degli ospedali. I medesimi studiosi affermano che, con ogni probabilità, le chiese dedicate ai santi anargiri in antichità erano appunto templi riservati agli dèi  pagani Castore e Polluce. Il loro culto, esteso poi ai barbieri ( praticanti nel Medioevo la Medicina minore), fu vivissimo presso gli ammalati di reni, idropisia, peste e la gola .[8]

Arte

L

’iconografia dei patroni si viene puntualizzando e precisando fino a mostrarceli, alla metà del secolo, nel ricco costume dei medici del Rinascimento: veste di panno rosso, ampio mantello foderato di vaio, cappuccio o berretto cilindrico.

Fra gli artisti che li presero in considerazione, ricordiamo: Frà Giovanni da Fiesole (detto Beato Angelico), Giuseppe Porta (detto Salviati), Filippo Lippi, il veronese Giovanni Francesco Caroto, Lorenzo di Bicci, il Ghirlandaio (Ridolfo Bagordi), Giovanni Canti e Antonio Balestra, Francesco Cesellino, Donatello. Nelle raffigurazioni i santi recano spesso in mano gli strumenti della loro professione: cassetta da chirurgo, mortaio da farmacia , scatola di unguenti, spatola, vaso per le urine. Le illustrazione più famose delle vicende degli Anàrgiri sono senza dubbio quelle che il Beato Angelico ebbe modo od occasione  di eseguire

A Firenze, ottemperando al desiderio Cosimo il Vecchio de’ Medici, la cosiddetta pala di S. Vincenzo di Annalena, commissionata da Cosimo appunto per Annalena Malatesta, tra il 1430 ed il 1440, mostra la Vergine e il Bambino circondata da vari santi (questo tipo di raffigurazione ha assunto la denominazione di Sacra Conversazione, N.d.A.), tra i quali Cosma e Damiano occupano il posto d’onore. La loro qualità di medici che, senza dubbio guariscono, ma soprattutto curano l’ammalato, è messa in rilievo soprattutto dalle rappresentazioni più antiche, interessanti poiché insistono sugli atti professionali più che sulle scene di martirio dei santi.

A S. Cosmo Albanese le due sculture lignee, che raffigurano i  santi in pieno rapimento estatico, con lo sguardo ieratico rivolto verso il cielo, in abbigliamento e nobili pose, sono più antiche degli affreschi bizantini del Santuario. Quindi si presume che l’artista si sia ispirato alle statue per gli affreschi; questo è un caso particolarissimo, considerando che solitamente avviene il contrario.

Di questo caso si è occupata la studiosa Daniela Moccia che nel suo pregevole volume dedicato all’iconografia bizantina “locale” ha scritto: “ Un aspetto che caratterizza questa riscoperta dell’arte bizantina da parte della Chiesa albanese di Calabria è rappresentato dalla trasposizione iconica dell’immagine statuaria dei santi. Vanno segnalati infatti, alcuni casi in cui la statua è stato il modello cui si è ispirato l’iconografo per dipingere l’icona corrispondente, attribuendo connotati bizantini ad un’immagine latina. Tenendo presente il forte legame che unisce tuttora i fedeli di rito greco alla statua, elemento importante della ritualità latina, alcuni parroci dell’eparchia, affinché il passaggio dalla statua all’icona risultasse meno brusco, hanno richiesto agli iconografi la trasposizione pittorica dell’immagine statuaria , determinando così la nascita di una rappresentazione di tipo iconica per santi latini che non la possedevano” .[9]

Tradizione.

L

a notte del 25 Settembre gli spezzanesi, ma anche fedeli della limitrofa S. Lorenzo del Vallo, muovono dai propri paesi, muniti delle provviste necessarie per il viaggio e si recano in pellegrinaggio a piedi verso S. Cosmo Albanese, passando per Terranova da Sibari, dove si uniscono altri devoti che, dopo circa sei ore di viaggio, all’alba giungono nel Santuario.

Questa splendida tradizione risale a tempi antichi ed infatti una delle motivazioni per cui ci si recava a piedi era l’assenza dei mezzi che la tecnologia moderna e contemporanea invece offre.

Alcune persone si recano a cavallo facendo ricordare un modo allora comune e consueto di recarsi a rendere omaggio ai martiri per le grazie ricevute.

La tradizione del pellegrinaggio a S. Cosmo, secondo ciò che evidenzia lo studioso Francesco Marchianò, è stata incrementata a cavallo fra il XVII e XVIII sec. da matrimoni avvenuti tra spezzanesi e gente di S.Cosmo che all’epoca lavoravano nel Feudo di S. Mauro nei pressi di Cantinella (Corigliano Calabro).

Numerose famiglie, infatti, hanno imposto come nome ai propri figli quello degli Anargiri. Oggigiorno, se facciamo caso, anche nel nostro paese, sono di gran lunga più diffusi i nomi di Cosma e Damiano, anziché quelli di Pietro e Paolo, ai quali è dedicata la chiesa matrice.

S. Cosmo Albanese ,detto anche Strighàri , e’ un paese di antiche origini. Accampati presso l’antica chiesetta dei Santi Cosma e Damiano, i primi abitatori ebbero favorevoli condizioni pattuite con i monaci della Badia Basiliana di S. Adriano cui apparteneva il territorio. L’inizio dell’attuale insediamento si presume rimonti verso il 1510, nel periodo in cui avveniva un certo sviluppo anche

a Spezzano Albanese.

La più antica notizia che si ha dell’esistenza di un monastero e di una chiesa intitolati ai santi Cosma e Damiano nell’ampio territorio della contrada San Mauro, rimonta alla fine del XI secolo. Chi scrive, nota che le origini del Santuario in questione, come la statua di S. Maria delle Grazie patrona di Spezzano Albanese, sorsero ed hanno una storia precedente allo sviluppo dei centri urbani.[10]

E’ in una Bolla del Papa Urbano II che conferma a Pietro, abate di Cava, il possesso del monastero di San Adriano e sue dipendenze, tra cui “Monasterium Sancti Cosmae et Sancti Damiani” altri documenti successivi continuano a confermare l’esistenza e la dipendenza della Badia di San Adriano. Questa storia si estenderà fino al 1544.

La chiesa, come la vediamo oggi, sembrerebbe di matrice medievale, o meglio bizantina. E’ neo bizantina, ma assolutamente medioevale.

Questa osservazione è importante ai fini storici. Il bizantinismo, almeno in alcune zone, si è sviluppato in piena età medievale, ma in questo caso, lo stile bizantino all’interno della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano è assolutamente contemporanea (1974/79).

Correvano infatti i primi anni ’70 del secolo scorso quando l’allora parroco di San Cosmo Albanese, Papas Ercole Lupinacci, oggi Eparca di Lungro, commissiona al cretese Nikos Jannakakis la decorazione delle navate laterali del Santuario, avvenuta negli anni successivi.

Nella volta della navata sinistra troviamo scene dell’ Antico Testamento, nella navata destra scene tratte dal Bios dei Santi Cosma e Damiano, tra cui scene del loro orribile e molteplice martirio. La navata centrale ritrae l’Ascensione di Gesù al cielo tra lo stupore degli Apostoli ai due lati della Madonna Orante, testimoni della gloriosa conclusione della vita terrena del Salvatore, simbolo e pegno del nostro stesso destino eterno nella Gerusalemme celeste [11]

La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano era latina,  si direbbe l’opposto di come è oggi. A tal proposito vorrei proporre la lettura di questa nota di Korolevski, importante per ciò che è stato appena affermato: “ In ogni paese si trova, oltre la chiesa matrice e due o tre cappelle ( quelli dell’Eparchia di Lungro in special modo, si intende e quindi anche la chiesa – santuario dei SS. Medici, N.d.A.). Ora nessuno di questi edifici è adattato al rito orientale. Gli altari sono tutti alla latina, lunghissimi talvolta e strettissimi. Ovunque manca la protesi, e la preparazione del sacrificio si compie nell’angolo sinistro dell’altare…Non si sa nemmeno cosa è l’iconostasi. Nessuna immagine di tipo orientale, ma numerose statue di legno, intagliate nei paesi stessi, o di carta pesta, generalmente rinchiuse dentro armadi di legno o sotto vetrina sopra gli altari laterali, che sono numerosi, e tutti, si intende, di una foggia assolutamente latina. Dette statue si portano in processione per le vie del paese quando si fa la relativa festa. Statue, quadri, altari, decorazioni delle chiese, tutto è di stile barocco, tipo napoletano…Ovunque sono confessionali alla latina, fonte battesimale pure alla latina, il battesimo per immersione essendo fuori uso. Insomma non si direbbe mai che siamo in paesi di rito orientale. Ne segue che certe cerimonie non si possono compire e che per forza le funzioni , compresa la messa, non sono, per quanto tocca alle cerimonie, ne greche, ne latine ma ibride…” .[12]

Come sappiamo i greco - bizantini, veneravano soltanto le sacre icone, per cui oggi non si potrebbero avere le splendide statue dei Santi Cosma e Damiano, sculture lignee dai lineamenti perfetti, i cui volti splendenti e raggianti rendono vive le loro figure che trascinano e commuovono, conservano intatto quell’amore dei nostri avi che da secoli si recano nel loro Santuario a rendere omaggio. Le statue in questione sono quasi sicuramente produzione dell’artigianato napoletano ottocentesco, una produzione vasta che si era propagata anche in Calabria, infatti gli scultori di Rossano che hanno scolpito il S. Francesco di Paola di Spezzano Albanese nel 1848 ( su commissione degli spezzanesi immigrati in America ) hanno utilizzato le tecniche e la maestria tipicamente campana.[13]

Una ulteriore tradizione, che si estende da ormai moltissimi anni, è la veglia che si svolge la notte del 26 settembre nel santuario, luogo in cui si alternano canti e preghiere in lingua italiana, greca ed albanese (ma anche in dialetto calabrese) intervallati dalla “consumazione” di prodotti tipici locali come vecchierelle, salsiccia, prosciutto taralli caserecci, e i panini benedetti il giorno stesso in onore dei patroni di Strighàr.

Questa usanza era tipica fino a qualche anno fa anche a Spezzano Albanese il Lunedì dell’Angelo, per noi vigilia della festa patronale della Madonna delle Grazie. Infatti, tutti i fedeli, dopo aver cantato inni sacri per ore, davanti al simulacro della Vergine, si riunivano a gruppi e consumavano alcune prelibatezze del posto, offrendoli e facendoli conoscere a quei pellegrini che venivano da altri paesi.

Nel sagrato del santuario (a S. Cosmo il 26 Settembre ed a Spezzano Albanese il Lunedì dell’Angelo) si svolgevano danze popolari, sicuramente profane, ma comunque rivolte alla sacralità. Parlando con Suor Luisa D’Agostino (Figlie di Maria Ausiliatrice di Spezzano Albanese) si è scoperto che la tradizione del pellegrinaggio a piedi non è sentita soltanto nella nostra realtà locale, ma anche i fedeli della provincia di Benevento, in ricorrenza della commemorazione annua dei S. Medici, si recano nell’omonimo santuario del capoluogo  per rendere omaggio ai santi per le grazie ed i voti ottenuti mediante la loro intercessione. Il loro tragitto (18 Km circa) è più breve di quello che percorrono gli spezzanesi (33 Km circa), per cui i devoti partono dalle proprie abitazioni verso le prime luci dell’alba per giungere la mattina in tempo per l’inizio delle sacre funzioni.

Un aspetto importante nella storia di Spezzano Albanese è, a nostro avviso, la benedizione e distribuzione dei panini benedetti (kraviqet) in onore dei santi medici, una tradizione, questa, che si rinnova ogni anno anche nella festività di San Francesco da Paola.[14]

Il panino, se si riflette attentamente, viene benedetto solitamente in onore di Santi che hanno espletato la loro missione terrena facendo della Carità il baluardo del proprio essere. Il panino non viene benedetto in occasione della festività di San Giuseppe, di Santa Lucia o di San Rocco, ma soltanto, almeno nel nostro contesto, nelle ricorrenze dei Santi che, più di altri, hanno sottolineato la fedeltà alla terza virtù teologale, malgrado, come è stato già affermato in altro momento, ogni Santo le abbia rispecchiate tutte e tre.[15]

 

Giulio Cesare DE ROSIS.


 

[1]  Sulle gesta di G. Castriota Skanderbeg (1403-1468) e sugli insediamenti arbëreshë esiste una miriade di testi facilmente reperibili anche nelle biblioteche dei comuni italo-albanesi.

[2] T. Minisci, S. Cosmo Albanese e il suo santuario, Tipografia S. Nilo, Grottaferrata (Roma), 1976.

[3] Cfr. G. Tocci, Memorie storiche per i comuni albanesi, Cosenza, 1865; cfr. A. Serra, L’Albania e la Santa Sede ai tempi di G. C. Skanderbeg, Editrice La Casa del Libro, Cosenza, 1960.

[4] F. Marchianò, Spezzano Albanese nella storia, in Mater Ecclesiae, Parrocchia SS. Pietro e Paolo, Spezzano Albanese (CS), Settembre 2003, pag. 4.

[5] T. Minisci, op. cit., pag. 27.

[6] L’errore viene ripetuto anche in un altro componimento in lingua arbëreshe di Spezzano Albanese in un verso che recita: “De la Xhermania ata m’janë” (“Dalla Germania provengono”).

[7] L’”Enciclopedia dei Santi” scrive come sopra riportato ma gli aggiornamenti liturgici ricordano la festività il 26/9 mentre al 27 è stata adattata la ricorrenza nel rito bizantino malgrado in questo la memoria ricorra il 1 novembre.

[8] S. Rocco esercita il patronato sulla peste mentre S. Biagio quello sulla gola.

[9] D. Moccia, L’iconografia neo-bizantina nell’Eparchia di Lungro, cap. XIII, pag. 145-146.

[10] F. Marchianò, Storia del Santuario, in Santuario di S. Maria delle Grazie, TNTgr@fica , Spezzano Albanese (Cs), 2001; cfr. G.C. De Rosis, La Madonna delle Grazie nella scultura trecentesca meridionale, in www.arbitalia.it (aprile 2004).

[11] T . Minisci, op. cit.

[12] C. Korolevski, Relazione sugli Albanesi di Calabria del 1921, in “Zgjimi-Il Risveglio”, A. XVII, 1-2/1979, pag. 14-15.

[13] G.C. De Rosis, S. Francesco da Paola, Acura di, in “Mater Ecclesaie”, pag. 2-3, A. II, n° 4, Aprile 2004.

[14] P. Iannuzzi, S. Francesco di Paola in Altomonte, Stabilimento tipografico De Rose, Cosenza, 1986 e cfr. F. Marchianò, La Beata Maria: una donna di grande amore, in “Mater Ecclesiae”, 2004.

[15] Numerosi dati, specialmente quelli biografici, sono tratti fedelmente dalla “Bibliotheca Sanctorum” (saggi curati da F. Caraffa e M.L. Casanova).

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