Quando la Tebaide era in Calabria, quando tra i
monti della Sila e il Mar Ionio decine di anacoreti cercavano rifugio in
luoghi impervi, quando i saraceni, con le loro incursioni, seminavano il
terrore tra la popolazione cristiana, un uomo fu all’origine di una
straordinaria avventura monastica. Quell’uomo era Nilo, san Nilo,
innografo e monaco dalla fortissima personalità, di cui ricorre quest’anno
il millenario della morte.
Era il X secolo, epoca di paure e di catastrofi,
secondo la vulgata storiografica o, meglio, secondo una leggenda dura a
morire. Sotto il regno di Leone VI il Saggio e poi di Romano Lecapeno,
l’impero bizantino viveva la sua epoca d’oro, ma continuava a perdere una
dopo l’altra le lontane province dell’Italia meridionale. Gli Arabi
dominavano il Mediterraneo e – dopo la Sicilia, quasi interamente
assoggettata – insidiavano ormai la Calabria.

La volta affrescata della chiesa di Sant’Adriano,
non lontana da Rossano Calabro.
Nilo era nato a Rossano, sulla costa ionica, in
una famiglia aristocratica, probabilmente nel 910: il suo nome di
battesimo era Nicola. Educato dalla sorella maggiore, dopo la morte
prematura dei genitori, amava dedicarsi allo studio delle lettere e delle
sacre scritture. Ma, senza guida spirituale, il giovane «si lasciò
prendere nella trappola del piacere e si innamorò di una ragazza da cui
ebbe una bambina»: così scrive il monaco Macario del Monte Athos nella
breve biografia di san Nilo aggiunta al Sinassario, il libro delle
Vite dei santi in uso nella Chiesa ortodossa. La fonte di Macario – così
come degli altri agiografi più antichi – è il Bios, scritto dal
discepolo di Nilo, Bartolomeo di Rossano. Da quest’opera di grande valore
documentario e spirituale conosciamo gli avvenimenti che segnarono la vita
del santo: il matrimonio con la giovane – alla quale allude anche Macario
– che «per vaghezza e bellezza di forme superava tutte le altre, ma di
bassa e umile condizione»; la conversione, dopo una malattia, da cui guarì
all’improvviso attraversando un torrente; gli anni di vita solitaria e di
ascesi in una grotta; la fondazione di nuovi monasteri, gli incontri e gli
scontri con i potenti.

Un monaco di Grottaferrata maneggia alcune pergamene
dell’VIII secolo.
Sembra di leggere le storie dei padri del
deserto, di ritrovare la freschezza, l’atmosfera di fervore spirituale che
segnò le origini del monachesimo: quel miscuglio di sapienza, di ingenuità
e di durezza – per esempio, verso le donne – che ha fatto storcere il naso
a qualche storiografo neo-illuminista. O i quadretti deliziosamente naïf,
gli apoftegmi e le vite dei Padri, di cui parla Palladio nella
Historia lausiaca, opera che san Nilo copiò di sua mano.
La vita dei monaci italo-greci nel X secolo era
fatta di privazioni e di mortificazioni, sull’esempio di Antonio il Grande
e dei primi anacoreti. Secondo il suo biografo (che forse esagera, ma non
troppo), Nilo dormiva soltanto un’ora per notte e passava il resto del
tempo in preghiera, a recitare l’ufficio divino o a copiare testi
ascetici. Come unico vestito, aveva un saio fatto di peli di capra. Non
aveva né letto né sedia, né armadio né bisaccia e come calamaio, oggetto
indispensabile per lui che amava scrivere, usava un semplice barattolino
di legno ricoperto di cera. Ma tale durezza non deve stupire. «Lavoro,
preghiera, ascesi e povertà sono gli aspetti essenziali del monachesimo
italo-greco, vicini del resto al genere di vita povera e molto dura delle
popolazioni locali», ha scritto il bizantinista Agostino Pertusi.
Nilo fece l’apprendistato della vita monastica
tra gli asceti del Mercurion, dove fu discepolo di Fantino, Giovanni il
Grande e Zaccaria, venerati ancora oggi, in tutto l’Oriente cristiano, per
la loro santità. Ma per l’opposizione del governatore locale, fu costretto
ad abbandonare quella regione ai confini tra la Calabria e la Lucania, e a
chiedere di essere accolto nel monastero di San Nazario, nel salernitano.
Attratto dalla vita eremitica, visse per qualche tempo in una grotta. Poi,
con un gruppo di discepoli, tornò in Calabria e a Sant’Adriano, su una
collina di fronte ai monti del Pollino, non lontano da Rossano e dal Mar
Ionio, fondò il suo primo monastero. Era il 955.

La Cripta ferrata, che ha dato origine al nome di
Grottaferrata.
Anche a Sant’Adriano alternava i periodi da
solitario, in una vicina grotta, alla vita cenobitica. In fedeltà alla
tradizione bizantina, il suo ideale monastico era quello dell’hesychia,
la ricerca della pace interiore, nell’unione con Dio. Ma la quiete di
Sant’Adriano rischiava di essere turbata dalle incursioni saracene. E, a
settant’anni, Nilo si mise di nuovo in cammino. Andò a Montecassino, dove
ebbe modo di apprezzare la tradizione del monachesimo occidentale e la
figura di san Benedetto, al quale dedicò una ufficiatura liturgica. Dai
benedettini, che lo avevano accolto con amicizia e venerazione, ottenne il
vicino monastero di Valleluce. Da qui passò, quindici anni dopo, a Serperi,
nelle vicinanze di Gaeta, e poi a Grottaferrata, nei castelli romani, dove
ancora oggi i monaci mantengono viva la spiritualità niliana.
Era un uomo di grande apertura, capace di tener
testa ai potenti e di rimproverare, senza mezzi termini, anche
l’imperatore Ottone III, colpevole di aver trattato con durezza un suo
concittadino, il deposto antipapa Filagato di Rossano. «Della sua apertura
umana e culturale», scrive l’attuale archimandrita di Grottaferrata, padre
Emiliano Fabbricatore, «rende testimonianza, tra l’altro, la sua lunga
frequentazione del dotto medico ebreo Shabbettày Dònnolo di Oria,
scienziato di ampia esperienza e tra i più antichi commentatori di quell’arduo
e fondamentale testo della tradizione cabalistica che è il Sèfer
Yesiràh (Libro della Creazione): un rapporto di stima e di affetto
reciproci tutt’altro che ovvio, dati i tempi e i pregiudizi culturali».

Un’icona portatile del XII secolo nell’abbazia di San
Nilo.
E oggi? «San Nilo rimane figura di unità tra
Oriente e Occidente, un santo della Chiesa indivisa», dice l’archimandrita
Emiliano. Basti il ricordo di un episodio della sua vita: «Nel corso della
celebre visita a Montecassino, dopo aver per tutta la notte celebrato il
patriarca dei monaci d’Occidente con l’ufficiatura bizantina e gli inni
liturgici composti da lui stesso, Nilo ebbe una lunga conversazione – in
latino – con i confratelli cassinesi, che gli chiedevano spiegazioni di
testi biblici e soprattutto chiarimenti su vari usi disciplinari, diversi
nelle due diverse tradizioni». Ogni volta, conclude padre Emiliano, «Nilo
trova ed espone le ragioni valide dell’una e dell’altra usanza, nella
piena, limpida consapevolezza che l’unità della Chiesa non significa
piatta uniformità, e che le differenti tradizioni sono una ricchezza
maggiore per la Chiesa e non un ostacolo alla sua unità».
Torniamo a Sant’Adriano. Del monastero primitivo
restano poche tracce. Devastata e deturpata nei secoli, la chiesa è
tuttavia una delle più belle testimonianze del monachesimo niliano e un
capolavoro di arte romanica. Dall’esterno è una chiesetta senza fascino,
malamente restaurata: campanile posticcio e facciata che sembra essersi
salvata per miracolo da un bombardamento. Ma all’interno rivela tutto il
suo splendore, non appena l’occhio si abitua alla coesistenza e talvolta
alla sovrapposizione degli stili (dal romanico al bizantino, al barocco).

L’abbazia di Grottaferrata.
Entriamo mentre si celebra la divina liturgia di
san Giovanni Crisostomo, come ai tempi di san Nilo. L’incenso sale verso
gli archi dove sono raffigurati santi, vescovi, martiri e monaci
dell’Oriente cristiano: eremiti con la lunga barba come unico vestito,
vescovi (san Giovanni Crisostomo? San Nicola di Bari? San Basilio?).
Figure stilizzate, personaggi dai grandi occhi
aperti sulla contemplazione del mistero: i canoni dell’iconografia
bizantina sono come addolciti dall’influenza occidentale. Restaurati con
cura dopo maldestri interventi del passato, gli affreschi rivelano
delicate sfumature di azzurro, di giallo, di rosso, offrono la
prefigurazione di un mondo redento dalla luce della grazia, con quei volti
austeri, ieratici, che comunicano un senso di pace, anticipazione della
vera hesychia, quella che si vivrà nel Regno di Dio.

L’archimandrita Emiliano Fabbricatore mostra un
affresco del Domenichino.
La chiesa di Sant’Adriano è un patchwork:
colonne che provengono da templi greci dell’antica Sibari o di Thurio,
qualche capitello romanico superstite, altari barocchi e absidi di cui
l’ultima campagna di restauri ha rivelato i misteri: altri affreschi a noi
più vicini nel tempo, probabilmente di scuola napoletana, tutt’altro che
scadenti. Ma quando dall’alto lo sguardo si posa sul pavimento, dall’arte
bizantina o barocca si passa di nuovo al Medioevo occidentale e alla prima
lingua franca dell’Europa, il romanico.
Opera di abilissimi artigiani, il pavimento a
mosaico è il tesoro di Sant’Adriano: ecco il gatto selvatico, elegante,
regale come una pantera dal passo flessuoso; ecco un pesce, che si scopre
a fatica ed è quasi irriconoscibile in questo acquario di pietra; ecco ben
visibili i serpenti: il primo, che con le sue spire sembra disegnare un
"otto", e il secondo che si attorciglia su sé stesso formando tre nodi. Il
pensiero va alla celebre invettiva di san Bernardo contro i mostri
grotteschi, le scimmie immonde, i leoni feroci e gli animali mitologici
che distraevano i monaci dalla preghiera. Ma è come dimenticare
l’essenziale.

Mosaico del gatto selvatico, a Sant’Adriano.
I lapidari e i bestiari del Medioevo sono
messaggi cifrati, propongono un catalogo dell’universo simbolico: toccare
o portare una pietra, vedere o rappresentare un animale ha ogni volta un
senso, ogni volta contiene un avvertimento, un’indicazione, una chiave di
lettura. E si pensi all’ossessione per i numeri e il loro significato
simbolico fin dalla tarda antichità. Insomma, per dirla con Umberto Eco,
«l’uomo medievale viveva effettivamente in un mondo popolato di
significati, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una
natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone
non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era
reale come un leone perché come quello era segno, esistenzialmente
trascurabile, di una verità superiore».
Di che cosa sono il segno i serpenti di Sant’Adriano?
Qual è il loro insegnamento? A che cosa alludono? All’astuzia di cui
parlano i Vangeli? Qual è il significato del loro simbolismo numerico
(l’otto, sette più uno, come simbolo dell’ottavo giorno e della
Gerusalemme celeste, il tre come riferimento alla Trinità...). Sarebbe
vano cercare una spiegazione univoca. Perché, come ha scritto il grande
storico olandese Johan Huizinga, nessuna verità era più presente allo
spirito medievale di quella espressa nella lettera di san Paolo ai
Corinzi: «Ora vediamo come in uno specchio, in enigmi... allora vedremo
faccia a faccia». In altri termini, il Medioevo non ha mai dimenticato che
«ogni cosa sarebbe assurda se ci si limitasse al suo significato immediato
e alla sua fenomenalità e che, al contrario, per essenza, ogni cosa tende
all’aldilà». Ed è così anche per Sant’Adriano.

Raffigurazione di un eremita, nel monastero di Sant’Adriano.
Qui i monaci non abitano più da secoli. La
chiesa, alla periferia di San Demetrio Corone, è però nel territorio dell’Eparchia
di Lungro, diocesi cattolica di rito greco, di cui fanno parte le comunità
albanesi di Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo.
Un millennio, cioè una distanza abissale, separa
i giovani che ora passeggiano lungo la strada, con il Pollino e lo Ionio
sullo sfondo, da quegli altri giovani che, sulle tracce di san Nilo,
cercavano l’hesychia in questi stessi luoghi. Eppure, al di là
delle forme di vita, al di là delle mortificazioni e degli esercizi
ascetici, la distanza non dev’essere così grande, a sentire gli inni
liturgici che, con l’incenso, ora si levano al cielo. E anche questo –
come direbbe Huizinga – è un enigma, un mistero, ombra in uno specchio.
Piero Pisarra

Il famoso mosaico a
forma di serpente,
nel monastero calabrese di Sant’Adriano.