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ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
La Chiesa di Sant'Adriano
 
di Adriano Mazziotti
 
 
Affreschi

Tornato alla luce fortuitamente durante le ricerche dell'archeologo Armando Dillon nel 1939 e restaurato tra il 1948-49, il ciclo pittorico della chiesa č composto da figure bizantineggianti ma risalenti probabilmente alla fine del XII secolo o agli inizi del XIII; coperte da uno spesso strato di calce aggiunta dagli stessi monaci del monastero nel 1700  molto possibilmente per cancellare ogni traccia di presenza bizantina.

Le ieratiche figure rappresentate, tutte di etą diversa, a giudicare dai volti, dalle barbe e dal capelli dovrebbero essere sedici  - due per ogni intradasso, ma quattro sono andate distrutte.

Purtroppo le immagini rappresentate,  santi, anacoreti e vescovi  non hanno iscrizioni del nome e ciņ rende non poco enigmatica la loro identificazione. Sulla scorta di elementi iconografici comuni ad altre figure bizantine, si potrebbero individuare nelle arcate di destra: un anarghiro (santo che esercita gratuitamente la medicina), S. Cosmo?; due martiri della chiesa nella seconda arcata, due vescovi e, in ultimo, un monaco (S. Nilo?). Nelle arcate di sinistra: un santo eremita nudo (Sant'Onofrio); un martire (S. Demetrio); un altro martire. Nel terzo sotto arco due gerarchi della chiesa (S. Basilio e S. Nicola), infine un altro gerarca (Sant'Atanasio?).

Nelle pareti interne delle navate laterali sono affrescate interessanti figure di santi, militari e monaci a sinistra, e di soli santi in quelle di destra. Per tre di loro sono indicati i nomi: Iulitta, Anastasia e Irene; segue, per ultima, la scena della Presentazione di Maria nel tempio.

Le arcate si succedono in forma diversa. Le prime due, vicine all'ingresso, sono a tutto sesto, le altre sono ogivali.

Attenzione merita anche la coppia di colonne. Quella di sinistra, vicina alla porta dei monaci, a settentrione, č un monolito di porfido con sovrapposto un bel capitello bizantino. Quella di destra č composta di tre blocchi di breccia africana, con capitello corinzio. Probabilmente colonne e capitelli dovrebbero provenire da qualche vicino campo di rovine greco-romane di Copia Thurii. La Chiesa, infatti, non fa eccezione ad una consuetudine ben radicata in parecchi edifici sacri, come anche in molti manufatti di un certo prestigio architettonico: č facile osservare sia nella superficie calpestabile sia in altri elementi i pezzi di spoglio, come si puņ dedurre facilmente anche dalle lastre di marmo poste alla base destra della facciata occidentale, recanti iscrizioni in latino. L'interno č a tra navate e le arcate sono sostenute da tre coppie di pilastri romanici.

Prima di lasciare il tempio va ricordato qualche altro suo "tesoro", purtroppo trafugato come altri pezzi meno preziosi di quelli che stiamo per descrivere.

Un capitello neo-bizantino adattato ad acquasantiera con pigne e foglie accartocciate e uno straordinario recipiente in due pezzi che potrebbe essere stato o una fonte battesimale o la sommitą di una fontana un tempo posta nel chiostro del monastero: una conca ottagonale con volti umani  barbuti finemente scolpiti sugli altri lati. Ai piedi del recipiente, su ogni lato ci sono due draghi alati; il tutto č sormontato da un coperchio con una piccola apertura rettangolare terminante a cupola con su una figura umana che cavalca strani animali e divora qualcosa di irriconoscibile perchč consumata. Altri tesori della chiesa sono il reliquario e la Platea della badia, custoditi altrove. Il primo consiste in una teca argentea sormontata da una mano benedicente e poggiante su un piedistallo d'ottone con incisa la data "A.D.MDXXXI". Tale reliquario č esposto ai fedeli nel giorno della festa del Santo - 26 agosto - e ogni Lunedģ di Pasqua. Sulla sua base č inciso il nome del Commendatario Giovanni Siscar che, ottenuta una "miracolosa" guarigione da una grave malattia che lo colpģ nel luglio 1614, circostanza riportata in latino sulla piastra applicata al piedistallo, in segno di voto adattņ l'antico reliquario nell'attuale teca d'argento. La Platea č, invece, un prezioso documento con le descrizioni elencatorie dei beni del monastero compilato in latino curiale tra il1756 e il 1761. L'originale della interessante fonte č custodita nella biblioteca del Collegio attiguo, mentre una sua copia fotostatica č a disposizione dei lettori presso il Centro Culturale "De Rada" del Comune di S. Demetrio. Nelle sue oltre cinquecento pagine si ha un chiaro ed essenziale quadro del microcosmo dell'abazia dalle origine fino al 1794, anno della sua soppressione; con precise indicazioni sulla evoluzione storica, sociale, economica e giuridica.