Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA.net 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
La Chiesa di Sant'Adriano
 
di Adriano Mazziotti
 
 
La sua storia

Bene artistico per eccellenza di questa comunità di origine albanese, uno dei pochi esempi di chiese normanno-basiliane in Calabria risalenti all' XI secolo, l'antica abbazia di Sant'Adriano nel corso della sua millenaria storia oltre al ruolo di notevole importanza religiosa, sociale e culturale svolto nell'area di influenza ha partecipato alle vicende storiche della popolazione albanese, qui giunta nel 1471, e anche dopo la soppressione del monastero nel 1794 ha continuato con il Collegio omonimo a incidere sulla storia e sulla cultura calabrese.

Il plurisecolare tempio sacro è dedicato ai santi coniugi Adriano e Natalia, vissuti nella seconda metà del III secolo in Nicomedia (Turchia) dove Adriano, ufficiale pagano, militava nelle armate romane sotto l'imperatore Diocleziano.

Colpito dal grande coraggio mostrato dai cristiani durante le torture loro inflitte, si  convertì alla nuova religione che era anche quella della moglie, pagando con la vita la scelta fatta. La tradizione vuole che ad Adriano fosse amputato il  braccio destro, come si nota nel grande quadro su tela che sovrasta l'altare maggiore, e che la vita gli fosse tolta tramite decapitazione.

La chiesa, orientata da levante a ponente, sorge alla periferia ovest del Centro abitato, nelle adiacenze della provinciale che collega questo centro ad Acri, in un pianoro sulle falde della collinetta denominata Montensanto. In questo luogo, dal quale si gode un suggestivo paesaggio comprendente le colline attigue, la fertile pianura sibaritide, una fetta delle azzurre acque dello Jonio e le estreme propaggini appenniniche, intorno al 955 ha inizio la sua millenaria e affascinante storia.

Il secolo X coincideva per Rossano, capitale dei domini bizantini dell'Italia meridionale, con un felice periodo politico amministrativo, culturale e religioso. Ma era anche "il secolo del ferro", un tempo in cui l'intera regione era tormentata dalle feroci e frequenti incursioni saracene che generavano il panico e lo sconforto nelle popolazioni.

Probabilmente sarà stato anche questo il motivo che indusse, oltre a un forte desiderio di vita ascetica, un rossanese di 30 anni, di ricca famiglia, sposato e con una figlia, Nicola Malena, questo il suo nome, a cambiare vita;  lasciando dietro di sè ricchezze e famiglia per indossare l'abito monastico. Per molti anni condusse vita eremitica nella grotta di S. Michele, nella valle del Mercurion, nel confine occidentale con la Lucania. Presi i voti a S. Nazario, presso Salerno, divenne monaco col nome di Nilo, in onore del santo omonimo Nilo Sinaita  vissuto nel III - IV secolo, nella cui vita riscontrò similitudini nell'esperienza ascetica. Dopo un periodo di rigoroso ascetismo, per sfuggire alle ossessionanti incursioni saracene, si ritirò in una campagna di proprietà della famiglia, presso un antico oratorio eretto dai  monaci orientali molto tempo prima e dedicato ai santi martiri Adriano e Natalia. Assieme a pochi confratelli costruì una piccola chiesa, di mattoni e fango, in onore dei due Santi martiri. Di essa oggi si è persa ogni traccia originaria.

Il cenobio niliano divenne un attivissimo centro di preghiera e di lavoro. C'era, infatti, chi tra i monaci si dedicava al lavoro dei campi, chi alla lettura, altri ancora ad opere di carità e alla trascrizione di codici secondo il sistema tachigrafico (un tipo di scrittura veloce consistente in segni convenzionali e in abbreviazioni) italo-greco.

Nel piccolo monastero di Sant'Adriano il monaco rossanese visse circa 25 anni nella più rigida penitenza e in estrema povertà (da ricordare i frequenti ritiri ascetici nell'eremo di Sant'Elia, tradizionalmente noto come grotta di S. Nilo).

Ma anche a Sant'Adriano arrivò la furia devastatrice dei saraceni, che distrusse la chiesetta e il monastero. S. Nilo, il quale si era allontanato poco prima, non vi fece più ritorno, iniziando una nuova peregrinazione che lo doveva condurre a Grottaferrata, alle porte di Roma, dove dette inizio alla costruzione del celebre omonimo monastero, a seguito della concessione da parte del Conte di Tuscolo, Gregorio, di un appezzamento di terra. Ma al tramonto del 26 settembre del 1004, a 94 anni, si concluse anche il suo viaggio umano e ascetico. Fu il suo discepolo prediletto, concittadino e biografo, S. Bartolomeo (Basilio da Rossano), a portare a termine la costruzione del venerando edificio, dove riposano le spoglie del Maestro.

La chiesa di Sant'Adriano, dopo le incursioni saracene, risorse con la comunità conventuale basiliana, ma il periodo della ripresa è avvolto dalle tenebre. Poco si sa della sua storia dal 980 al 1088, anno in cui per volere del duca normanno Ruggero Borsa, interessato ad accattivarsi l'appoggio e i favori della Chiesa latina, passò alle dipendenze della più famosa abbazia di Cava dei Tirreni (Salerno). La dipendenza dai latini di Cava cessò nel 1106, dopo 18 anni, quando lo stesso duca ripristinava l'autonomia del monastero sandemetrese in ragione della politica di avvicinamento dei normanni al monachesimo orientale, che si concretizzò nella inversione dell'orientamento politico dei nuovi conquistatori verso i cenobi basiliani rimasti fedeli al rito bizantino e alla sua liturgia, e i cui abati esercitavano presso le popolazioni meridionali una indiscussa influenza.

L'intermezzo cavense comunque, ebbe una eccezionale importanza nella storia edilizia della chiesa che allora assunse le caratteristiche romaniche-normanne nell'impianto conventuale bizantino. E' il periodo normanno (XI e XII secolo) a segnare la stagione di maggiore floridezza economica per il cenobio niliano, in virtù dei numerosi privilegi riconosciuti e delle concessioni accordate; e lo stesso periodo è anche quello di maggiore fervore artistico e spirituale. Nel 1115 il monastero fu dichiarato sede archimandritale, e generose furono le donazioni da parte di molti signori dei feudi contermini e soprattutto del duca normanno Drogone di Montalto. Sotto la protezione normanna iniziò, inoltre, il processo di acquisizione dei feudi limitrofi: dalla badia di S. Maria della valle di Giosafat, nel territorio di Corigliano, a quella omonima delle Fosse di Paola; e ancora dai feudi ricadenti nei territori di Santa Sofia, Acri, Bisignano, Terranova, Corigliano, Longobucco, Luzzi e Carolei ai vicini casali di S. Demetrio e S. Cosmo, comprensivi di case, rendite e altri beni. Già al periodo normanno risale il conferimento del titolo di baronia e la conseguente esecuzione di uno stemma recante il simbolo del fondatore dell'ordine basiliano, S. Basilio Magno: una colonna sprigionante fiamme sovrastata da una corona baronale. Una copia dell'emblema, in pietra tufacea, sormontava l'arco del portone d'ingresso dell'attiguo collegio italo-albanese, demolito nel 1979, allo scopo di riportare alla luce la facciata principale della chiesa (lato ovest). Oggi il citato stemma si trova custodito nella biblioteca del Collegio.

La trasformazione in "istituto feudale", dotato di autonomia amministrativa e giuridisdizione civile sui casali di pertinenza, avvenne in modo naturale. Il dispositivo patrimoniale del monastero si sostanziava delle grance, piccole comunità satelliti gravitanti nell'orbita dell'abbazia principale che da esse ricavava copiosi proventi. E' il caso delle grance viciniori di Sant'Angelo, S. Biagio e di S. Cosmo. Le donazioni ricevute, le terre acquisite e i privilegi riconosciuti durante l'amministrazione normanna, in modo particolare dal già citato duca Ruggero Borsa, furono perpetuati dai sovrani svevi nel XIII secolo, come si evince da due diplomi (concessioni regie) di Federico II, con cui il sovrano nel 1222 a Cosenza confermava all'abate di Sant'Adriano, Arsenio, i precedenti privilegi concessi alla chiesa, e nel 1224, quando da Siracusa confermava all'abate Atanasio il privilegio concesso da sua madre Costanza al monastero di Sant'Adriano, assicurandone protezione e difesa. Anche in questo periodo come nella precedente dominazione normanna sull'orizzonte del cenobio non gravò più alcun pericolo di latinizzazione o di perdita dell'autonomia, tranne due tentativi papali del 1259 e del 1296, rimasti però senza alcuna esecuzione. I predetti privilegi normanni e svevi furono confermati dal re di Napoli, Ferdinando d'Aragona, nel 1472 all'abate Paolo, il quale un anno prima stipulava il primo documento storico di una comunità vassallatica alloglotta: le capitolazioni (privilegi) con i profughi albanesi, insediatisi nel feudo di Sant'Adriano una volta lasciata la madre patria sottomessa al feroce giogo turco. I nuovi arrivati ripopolarono il casale latino preesistente alla loro venuta, denominato Sancti Dimitri, e con la loro presenza fecero aumentare talmente il numero degli abitanti da risultare il gruppo etnico piu' numeroso, diventando essi stessi vassalli della badia.

Nel 1475 prese corpo l'istituto della commenda, ruotante attorno la figura degli abati commendatari, nominati direttamente dal papa. Quasi sempre cardinali o vescovi, lungi dall'esercitare l'incarico tra le mura dell'abbazia, erano soliti affidare a un affittuario laico o ecclesiastico la gestione amministrativa. Ad essi spettava per diritto la corresponsione del donativo di duemila ducati napoletani, prelevati dalle rendite monastiche; per molti di loro era la riscossione di questa prebenda il maggiore o unico interesse. In poco più di tre secoli e mezzo di commenda (l'istituto fu sciolto nel 1743), pochi furono i commendatari che onorarono con l'impegno fattivo l'incarico papale; la maggior parte o rinunciava al beneficio o preferiva essere rappresentata da delegati da loro stessi scelti, rendendo la commenda con siffatto comportamento uno dei più inutili istituti del tempo.

A capo della vita interna  del cenobio vi era, invece, l'abate che si avvaleva della collaborazione di un priore e di un collegio dei monaci. L'istituzione della figura del commendatario doveva costituire per l'abate della chiesa un boccone molto difficile da mandare giù; e non poteva altrimenti vista la perdita di potere di cui il responsabile del monastero era prima del 1471 unico e incontrastato detentore.

Inesorabile scorreva il tempo anche all'interno delle quiete mura della badia.Tra le altalenanti rese dei fondi rustici e i sempre più frequenti disavanzi di amministrazione, che trovavano motivo nella disinvolta gestione amministrativa degli abati commendatari, a cui si accompagnava una graduale diminuzione delle vocazioni monastiche (nel 1772 erano solo undici i monaci che abitavano il luogo santo), si arriva al 1794, anno in cui per regio decreto di Ferdinando IV di Borbone, il monastero fu soppresso per far posto al collegio Corsini, istituito circa sessant'anni prima a S. Benedetto Ullano

Con il conseguente globale incameramento dei lauti possedimenti appartenenti alla vasta baronia da parte del nuovo Istituto, allocato proprio tra le mura che per  otto secoli ospitarono i confratelli di San Nilo, cala il  sipario sulla secolare e appassionante storia del monastero basiliano di Sant'Adriano; per tornare ad aprirsi su un altro grande protagonista della storia non solo locale ma di tutta l'etnia italo-albanese di Calabria: il Collegio italo-greco di Sant'Adriano.