Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA lajme
 

n. 5/6, 1997

 

Giovanni M. G. Belluscio

 

Moj Udhëtar çë shkon ndër këto vende…

O Passeggere che attraversi queste contrade…

 

… della Calabria, sotto il sole accecante nel cielo azzurro di questa estate; nel tuo errare forse ti sarà facile incontrare indicazioni in lingue desuete, e sulla mappa turistica (quella buona) paesi sottolineati in verde (con qualche svista!), allèrtati, non sei più qui, sei nell’altrove… lontano da qui: per premio il destino un viaggio nell’oriente balcanico ti ha riservato. Mirë se na erdhe! Benvenuto!

Da Arbëresh non ti invito a cambiare il tuo percorso… ma se posi i tuoi passi o il battistrada delle tue ruote su queste erte colline  accanto ai nostri ‘paesi’ fermati alla fontana al centro della piazza, dove attorno siedono i vecchi al fresco degli olmi o dei platani e dai balconi le tende eteree svolazzano alla calura estiva fondendosi nei gerani. Paesi come gli altri anche questi. Il bar o la cantina, i videogiochi e le pubblicità del tuo tempo su identici muri. Ma il vocìo di fondo e forse le fisiognomiche e la cantilena delle chiacchiere provocano il tuo udito: sot bën vap', shumë vap', vdiset; po këtu nën liset hjea na ngjallën! (oggi fa caldo, molto caldo, si muore; ma qui sotto gli alberi l’ombra ci fa rinascere!).

Benvenuto. Ti stavamo aspettando fratello. È vero, nel canto della poetessa “la storia cammina lontano da queste contrade” ma c’è una piccola storia che devi conoscere, non è quella ufficiale. Siamo qui da sempre, se per te cinque secoli sono tanti, su questi cocuzzoli e su queste colline che ora vedi colme di filari come pettinate chiome verdi di fanciulle o punteggiate di ulivi verdargentei inquadrati come militi. Quella storia si è tragicamente ripetuta catodicamente sotto i tuoi occhi negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Da lì, luogo innominabile oggi, siamo venuti anche noi sul finire del 1400, era bella l’Albania sotto l’incalzare dei Turchi nello scintillio sinistro delle mezzelune. Skanderbeg (Ilsignoralessandro) era morto ed il mare ci accolse come liquido amniotico a nuova vita e siamo qui da allora. Come ci trovi, amico nostro? Siamo invecchiati, è vero e la nostra lingua è diventata pesante, schiacciata da quella del pane. Non siamo più diversi dagli altri, facciamo identiche opere uguali cose emigriamo verso gli stessi siti: fra non molti anni altri GualtieriHarrison non ci troveranno più nelle loro “scorribande”, ma noi terremo duro, sappi che terremo duro me shpirtin malj’ dhëmbëvet (con l’anima sui denti).

L’estate è dolce in sé, ma qui ti è fatale, il nostro tempo moderno è cadenzato da prestiti culturali, era meglio per te venire tre mesi addietro o giù di lì, a carnevale forse… l’estate non ci riservava soste quando eravamo soprattutto contadini e pastori, mietiture, trebbiature, transumanze… la Pasqua era ressurrezione e forse alleggerimento dai contratti con la natura, e le nostre valle (danze), catene umane che cadenzavano lo spazio con suoni, nenie e ritmi balcanici, precorrevano èrgat , le schiere di mietitori chini sul mare dorato delle messi.

Per le tue e le nostre estati abbiamo inventato sfilate di moda in costume tradizionale con premiazioni di giurie albanotte al più bello (quale?), e festivalsandemetrizzati dellacanzonealbanese con i ritmi di rock-lambade-macarene a seconda del momento… per cortei storici e palii si stanno organizzando. Llargu ka fiku Zot!  Sta’ lontano da questi luoghi!

Se il tuo errare è geniale allora potresti trovarti fra Ungra e Firmoza (Lungro ed Acquaformosa) nei dintorni del Pollino e lì incontrare cose nuove.

Ungra è il sale, la miniera di salgemma già nota agli antichi romani è ormai chiusa da anni, ma ne restano imprigionati i sospiri, i sudori ed i lamenti di generazioni di minatori; vorremmo tutti che fosse trasformata in qualcosa di utile ed interessante che non sia un elemento della costellazione di piccoli musei della cultura agro-pastorale che sono nati in ogni dove. Ungra è l’Eparchia (un modo altro per dire diocesi) che abbraccia adelficamente Villa Badessa (una frazione in Abruzzo vicino a Pescara)  con tante altre comunità italo-albanesi della Basilicata e della Calabria (ma non tutte), e l’imbattersi sul viale con l’Eparca dalla bianca barba col kimilafion sul capo e la croce greca sul petto è un’opportunità quotidiana, ma ancor meglio se ciò avviene davanti al monumentale iconostasio sotto le navate bizantino-affrescate della Cattedrale, mentre dagli incensieri tintinnanti si spande l’immarcescibile profumo dell’incenso d’oriente.

Quando nell'ultima domenica di luglio Ungra si fonde con Ferma (Firmo) eFirmoza, i tre popoli si ritrovano in alta montagna attorno alla chiesetta di Shimri Mal (Shën Mëri Mal:Madonna del Monte) dove gli organetti suonano a squarciagola e il fumo degli arrosti fa inebriare col vino le gambe e tutto diventa una danza. Zoti Matrangolo, parroco di Acquaformosa, ieratico teologo dell’Eparchia, fine ragionatore ora viene condotto lì su un fuoristrada, i suoi anni non gli consentono più di salire a piedi fin lassù, ma dietro la canonica, dove sacrificò terreni fertili per un campetto sportivo per la gioventù del luogo e di molti altri luoghi ancora, è ancora possibile vederlo giocare a pallone con i bimbi del “suo” Istituto; molte preghiere e molte opere, il fisico sottile ed il decisionismo ferreo hanno trasformato le bianche pareti della chiesa parrocchiale e le volte in uno sfavillìo ininterrotto di tessere dorate e policrome di mosaici albano-bizantini.

In tutte le nostre comunità di rito bizantino ti si pareranno davanti chiese come ombelichi d’oriente con i loro piccoli-grandi tesori e campanili e gradinate accoglienti per conversare. È così a Firmo (Fermë), a San Basile (Shën Vasil), a Frascineto (Frasnitë), Ejanina (Purçill), a Civita (Çift), a Plataci (Pllatan), Castroregio (Kastëjnexh), Farneta (Farnetë) e poi giù a due passi dalla piana del Crati, sulle propaggini della Sila Greca: a Santa Sofia d’Epiro (Shën Sofi), San Demetrio Corone (Shën Mitër) e Macchia Albanese (Maq), Vaccarizzo (Vakaric), San Cosmo Albanese (Strighàr), San Giorgio Albanese (Mbuzat) e poi a San Benedetto Ullano (Shën Bendhit) e Marri (Llimarri).

Nella Calabria media (come la chiamò Giuseppe Gangale) sarà meno certo il tuo andare, calamitato come sei sulle due sponde da luoghi di richiamo e da villaggi turistici di frontiera; nell’ovatta è difficile districarti, ma se la tua forza sarà possente, sopra Nicastro sul Tirreno sopravvive Xingarona (Zangarona), lì stremata resiste l’ultima dozzina di parlanti arbëreshë; sullo Jonio invece peggiore è la sorte di Marçidhuza (Marcedusa) e Dandalli (Àndali) — è segnato il loro destino, sono tutte e tre ormai sul punto di diventare come Cervicati e Mongrassano nel Cosentino, dove tutto è andato perduto benché le donne a carnevale vestite con l’abito buono della festa, ricamato di oro, cantino canzoni antiche che non capiscono più: Molle molle ime molle nusjaenne faqe molle (Mela mela mia mela, la sposa ha guance di mela) — ma qui nel Catanzarese, se è il tuo giorno fortunato, imbatterti nei baffi e nei chiari e vispi occhi del gioviale Eric Hamp alla guida della sua Fiat-bibliomobile amaranto può diventare un importante ricordo della tua vita. Don Rriku  (come lo chiamavano a Vaccarizzo Albanese nei primi anni ’50 quando da Chicago venne fin qui per analizzare quella parlata arbëreshe per la sua tesi di dottorato) instancabile linguista, albanologo e balcanista, continua a raccogliere le ultime testimonianze della nostra lingua in quei luoghi. Ha il fiuto fino e l’orecchio assoluto: in parole per altri consuete e poco interessanti egli scopre attestazioni di incredibile arcaicità altrove scomparse, indispensabili per la storia di tutte le lingue.

Non lontano da qui, in vista dello Jonio, Carmine Abate, intenditore di storie antiche e buon affabulatore, ha dato voce agli emigranti di Karfici (Carfizzi) in Germania ed a tutti gli altri arbëreshë del Crotonese, cioè a Shnikoghi (San Nicola dell'Alto) e Puhëriu (Pallagorìo) fra le tinozze colme di Cirò e di bianco vino arbëresh pigiato nei bassi di famiglia. Il suo Ballo tondo è un bel libro da godere sdraiati sulle stesse spiagge dove i suoi antenati andavano di anno in anno a cantare in direzione della patria lontana.

Sulla strada del ritorno, se vai a Nord, qualche chilometro prima di infilarti nel ventre di roccia del Pollino, Frasnita  (Frascineto) ti farà l’occhiolino dallo svincolo autostradale (unico paese arbëresh ad avere uno sbocco sulla A3), non indugiare, da’ il tuo assenso e lasciati ammaliare dalle rocce a picco sul paese, se sarai intrepido il cipiglio del busto bronzeo di Skanderbeg  clonato da Odhisè Paskali e importato da oltre-Adriatico ti indicherà la strada per scoprire “lo spirito regale nei costumi delle donne albanesi” nell Museo del Costume tradizionale arbëresh in miniatura. Un’ora del tuo tempo per sapere quasi tutto di noi.

Non necessiterai di altre guide il prossimo anno. Sei cresciuto  amico mio.

 

Giovanni M. G. Belluscio

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