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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

IL VOLO DELLE AQUILE DI OTTAVIO AMILCARE BISIGNANO

La storia dell’Albania e degli Albanesi in Italia in un volume edito da Macrì

La proficua e collaudata collaborazione fra l’editore sandemetrese Gianni Macrì e lo studioso storico Ottavio Amilcare Bisignano  ha dato vita ad un progetto grandioso e unico per la storia dell’Arberia: un volume di 335 pagine – il primo di una trilogia – che tratta tutti gli aspetti (storici – politici – culturali – religiosi – geografici) della complessa e articolata diaspora – che a partire dalla fine del XIV e fino alla metà del XVIII sec. portò a più riprese intere ondate migratorie di albanesi ad abbandonare la propria terra per cercare rifugio, protezione e libertà sull’opposta sponda adriatica e ionica, dando luogo ad un’enclave culturale poi identificata come Arberia.

Il volume di Ottavio Bisignano – “Il volo delle aquile – storia dell’Albania e degli Albanesi in Italia” – presentato venerdì sera al pubblico della città bruzia presso la sala del Cine-teatro Italia, si presenta in effetti come un testo divulgativo di una cultura – quella arbëresh – che vuole espandersi e diventare risorsa e patrimonio di una società - ieri come oggi - multiculturale, multietnica e tollerante, capace di dare ancora oggi un apporto originale ad una civiltà che pare voglia trovare nell’appiattimento e nella omologazione, quelle peculiarità che un tempo le venivano da spiriti eccelsi quali Agesilao Milano, Girolamo De Rada, Francesco Bugliari, Pietro Camodeca de’ Coronei e tantissimi altri letterati, artisti, politici, patrioti, filologi e studiosi in genere che facendo grande la patria d’origine, si presentavano come parte integrante ed omogenea della cultura e della società di adozione, in una mirabile fusione che non ha eguali in altre minoranze etniche italiane.

La kermesse culturale organizzata dall’editore Macrì – un vero munifico mecenate dell’Arberia – è stata condotta magistralmente dal giornalista Gennaro De Cicco che ha calibrato gli interventi dei convenuti – personalità della politica e della cultura –  intervallati da esibizioni musicali, canore e recitative (Michele Baffa, Ernesto Iannuzzi, Donatella Bisignano, Gruppo folk Pro-Loco Sandemetrese), che hanno dato il giusto taglio all’opera del prolifico Bisignano, presente in sala, che non ha mancato alla fine di ringraziare il folto e qualificato uditorio, menzionando la presenza in sala del proprio Maestro, il prof. Bruno Coccimiglio “decano della cultura calabrese” e quanti hanno collaborato con lui nella realizzazione dell’opera.

Assenti per impegni istituzionali il sindaco di Cosenza Eva Catizzone, l’On.le Giacomo Mancini Junior e il Vice Prefetto e Presidente dell’Associazione Culturale “Arberia”, Maria Carolina Ippolito, il saluto delle autorità è stato porto dall’assessore Maria Francesca Corigliano, dal capogruppo consiliare Pse, Pietro Petrozza e dallo stesso Macrì, a cui sono seguite le brillanti relazioni del Dirigente Scolastico Prof Vittorio Basile (autore della prefazione), della dottoressa Rosetta Costabile che del testo ha curato uno studio critico preliminare, del Prof. Pasquale De Marco, autore di una post – fazione che denota la sua chiara professionalità giornalistica e del docente di storia medievale dell’Unical, Attilio Vaccaro. Un significato particolare ha rivestito il discorso di plauso in lingua albanese del professore di storia di nazionalità kosovara, Fehmi Kelmendi.

Tutti i relatori hanno evidenziato come il lavoro di Bisignano, estremamente puntuale negli aspetti storiografici e contenutistici, e per questo giudicato ideale come testo scolastico, si configuri come  l’inno alla memoria di un popolo che resta tenacemente ancorato alla sua cultura originaria quasi come per una sorta di  “besa” che ha dato a se stesso quando cinque secoli fa dovette abbandonare sul suolo natio le tombe dei propri cari per avere almeno salva la vita. In questa parafrasi della leggenda di Costantino e Jurendina, fatto mito per tutto un popolo, sta sicuramente il legame indistruttibile con le proprie radici. Legame che tuttora resiste come una sorta di patto di sangue fatto con i propri morti al momento dell’addio.

«La ricostruzione degli eventi fatta da Bisignano – ha affermato fra l’altro il Prof. Basile – è costantemente unita ad un serio approfondimento teorico, supportata da una vasta biografia che gli ha consentito di passare dalla cronaca all’operazione storiografica», ed augura una vasta diffusione del testo che ripaghi l’editore, parafrasando la famosa frase del Giusti: «Un libro fatto è men che niente se il libro fatto non rifà la gente». Mentre la prof. Costabile ed il prof. Vaccaro hanno evidenziato lo stile letterario ed il patos che traspare dall’opera che si caratterizza come un qualificato contributo per il recupero della memoria e teso a dare dignità storica ad un popolo, il prof. Pasquale De Marco, specificando che il testo serve anche per «correggere l’immagine distorta che ci si è creata in Occidente del popolo albanese dopo il massiccio esodo dell’ultimo decennio», evidenzia come si tratti della «storia complessa, intrisa di orgoglio e caparbietà, di un popolo sfortunato ma dignitoso, geloso custode della sua identità».

A corredo della manifestazione erano state allestite nell’atrio  una mostra pittorica dell’artista Petrit Ceno, un’esposizione di opere in ceramica di Maria Lavorato e una degustazione di prodotti tipici a cura del salumificio Madeo di San Demetrio Corone.

Raffaele Fera

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