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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Giudice Giovanni

Poesie di Giuseppe Gangale/ Rradderi  i  Europes / il ramingo dell'Europa

con testi in Italiano. Romacio, Arbyresh Francese, Tedesco

Rubbettino Ed. Soverìa Mannelli 2003

(pubblicazione del Centro Greco-Albanese di Glottologia "Giuseppe Gangale"

 S. Nicola dell'Alto (Crotone)

Prezzo    18.00

L'opera, oltre al valore poetico e religioso, ha anche un grande valore lingui­stico per le minoranze arbyreshy e romancia. L'opera riporta all'attenzione europea la poliedrica figura del "pellegrino d'Europa". La lingua è veramen­te e genuinamente arberisca ed evidenzia capacità poetiche inaspettate. La lin­gua è quella delle comunità arberische della Media Calabria, viva, genuina, scientifica perché risultato delle ricerche per i colli della Piccola Sila e rac­colte dalla bocca del popolo arbersico che non ha mai espresso in testi poeti­ci la sua vena poetica radicata nelle ataviche rapsodie degli antenati e del can­to popolare. Poesia nella quali scorre acqua limpida per terre assetate.

«Fanciulezza triste la mia....Amici non ne avevo, non ne volevo. Una ripugnanza istintiva verso la vita stu­dentesca d'anteguerra, arraffatrice di diplomi, serenate e gaudente, microspecchio della tranquilla epoca giolittiana e liberale...Rivedo ancora il fanciullo gracile cui pesava troppo il grosso dizionario latino, sempre solo, nelle gelide mattine invernali, il chilometro di strada montana che conduceva al (...)Liceo, il fanciullo che non salutava mai il rubicondo pope albano-greco ricco di figli e di terre e di reputazione nel paese e scantonava, altresì, il positivista professore di scienze naturali famoso ai suoi tempi per aver dimo­strato alla scolaresca le affinità tra l'uomo e la scimmia [...] (G. Gangale. Il Giobbe dell'Ottocento, «Conscientia» a. V. n. (6 gennaio 1926; cit. Una resistenza spirituale "Conscientia" 1922-1927. a cura di Davi­de Dalmas e Anna. Strumia, Claudiana ed. p. 30.

Severo, colto, intransigente con sè e con gli altri, Gangale è in continua ricerca di valori da vivere più che da sbandierare. Le poesie vanno comprese da una grande fede nel Dio trascendente. Doxa, Conscientia, ri­spettivamente titolo della sua casa editrice e della rivista culturale intransigentemente religiosa ed intransi­gentemente laica, diretta a Roma. Pur rivendicando libertà Gangale si definisce ''religiosamente integrali­sta e fanatico", E Gangale è proprio questo. Coglie sicuramente nel segno chi vede in lui l'intellettuale li­bero, critico; ma è nel giusto solo chi scopre in lui l'uomo integralmente religioso, dalla fede granitica, non fatta solo di dissertazioni e di elucubrazioni; la sua è una fede battagliera. Fanatico ammiratore di Calvino, come lui, mira a fare della città la nuova Ginevra. Senza l'incarnazione dello Spirito nel mondo, senza la lotta fino al sangue per la costruzione del regno di Dio non si ha fede religiosa.!) si è totalmente di Dio o non si è affatto credenti. Serietà, impegno, ammaina bandiere in una continua ricerca dell'Assoluto. Nes­sun compromesso: la verità è una perche unico è Dio. Si tratta in sostanza di essere profondamente e ter­ribilmente coerenti. Un predicatore invaso dallo Spirito.

Gangale, sente la poesia come un nobile passatempo da coltivarsi solo quando si è compiuto il proprio do­vere, quando sì è stremati dal lavoro adempiuto e si ha bisogno di un momento di "poesia" per addolcire l'animo scisso tra la superficiale esperienza delle vanità del mondo e il continuo richiamo del Dio trascen­dente ai propri doveri. Non si tratta della romantica ironia, ma della profonda convinzione dello studioso culturalmente impegnato che stima la poesia per quella che è nei confronti dell'Eterno. Insomma, poesia non per mestiere. La vita è un dovere e una missione di cui dobbiamo rendere conto. A chi non vive su tali ci­me, tali convinzioni appariranno medioevale vecchiume, incoerenza coi tempi, puzza di fanatismo. La sua poesia, proprio perché impreganta di classicità risulta semplice, comprensibile, carica di contenuti morali e religiosi. Poesia che sì oppone alla moda di peregrini versi immersi in nebuolse allusioni, com­prensìbili e fruibili, anche se non sempre, solo dagli stessi autori o dall'esercito degli interessati di turno. La poesia dì Gangale è terribilmente impregnata di solitudine. Mai sentimentale. Comprendiamo il suo mondo partendo dall'ultima poesia: “Preghiera della sera” (Parakallesurity ty mbromesy): su un monte, con le braccia aperte confessa la sua debolezza, prega e domanda al Signore (Zhotit) misericordia; a lui affida la sua vita e la bandiera per la quale ha religiosamente profuso la sua vita: bandiera presa dalle mani del vec­chio vate Rada, bandiera oppressa ed umiliata dagli stessi suoi figli; la lingua arbyreshe retaggio di anti­chità. Il libro è quanto mai attuale sia per la statura europeistica del "pellegrino d'Europa" sia perché e-spressa in varie lingue europee, sia per la sua fede religiosa. Le poesie arbyreshe dei nostri poeti che non scrivono nella loro lingua materna sono senza vita; scrivono in una lingua asettica che non corrisponde al loro vibrare interiore e non permette loro di dare alla parola la pregnanza e il calore interiore. Basta scor­rerle.

"Il libro di Giovanni Giudice ci conduce per mano alla scoperta di Giuseppe Gangale poeta, gracile nelle sue fattezze fisiche, ma grande nel patrimonio di idee e di pensiero di cui ci ha lasciali eredi. Ma Giovan­ni giudice da studioso accorto dell'opera gangaliana qual è, ha fatto molto di più che raccogliere in anto­logia ragionata le poesie di Gangale, dal momento che i commenti e le spiegazioni ad ogni singola lirica rac­chiudono l'interpretazione autentica (come dice la moglie Margherita) dell'autore, l'essenza stessa di ciò che egli ha voluto trasmetterci. Non potrebbe essere diversamente per uno studioso di gangale al quale lo hanno legato non solo la comune origine arbyreshe, ma anche la frequentazione che è andala oltre la su­perficiale conoscenza. E' un lavoro prezioso quello di Giovanni Giudice, che ha la ragionevole pretesa di offrire una prima stabile sede - e qui torniamo al concetto di casa, sia pure in senso metaforico, giacchè quella materiale non esiste più- di Gangale poeta. Un poeta che ha attraversato l'intero Novecento la­sciando dietro di sé un contributo del quale, ne siamo certi, si dovrà tornare a parlare. "Gangale ha fatto il filosofo, il teologo, il filologo, ma per me è stato più di tutto un poeta", ha infatti scritto di lui sua moglie Margherita Huffer"

(A. Cerminara. Il Crotonese, 12-21 agosto 2003 N. 62).

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