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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
Il contributo di un autore arbëresh alla cultura nazionale italofona.
Un libro speciale che illustra gli usi civili, privati e pubblici, di un edificio artistico-storico-culturale, disegnato dal grande architetto Francesco Borromini.
"Un libro appassionante che affascina ed intriga" (Enrico Pugliese, Prefazione , p. 10)
VILLA FALCONIERI
in due splendidi volumi
 

Prefazione a: Antonio Sassone,  VILLA FALCONIERI - Dalla borghesia nobiliare alla periferia del sapere. ARMANDO, 2 voll.,  Vol. I : NOBILI E IGNOBILI , pp. 210; vol. II : EFFETTO TANTALO - La politica nella ricerca educativa , pp. 223. Roma, novembre  2002.

Il lavoro di Antonio Sassone presenta una notevole peculiarità. Si tratta infatti di una riflessione sulla storia, il ruolo e la crisi di una istituzione a carattere educativo ( o di più istituzioni operanti in periodi diversi, in questo campo); ma si tratta al contempo di una storia ben documentata e per molti versi appassionata (e certamente appassionante) del contesto fisico, cioè della villa nella quale queste istituzioni sono state collocate, soprattutto  a partire dal secondo dopoguerra. L’editore ha voluto giustamente distinguere in due volumi l’opera, ma in effetti non si tratta di due libri diversi e separabili. C’è un filo conduttore comune che li lega e questo filo è costituito dai drammi di cui nelle diverse epoche è protagonista, o per lo meno fa da sfondo la Villa, compreso il dramma  conclusivo di quest’ultimo decennio riguardante il Cede, l’istituzione presieduta dal grande pedagogista Aldo Visalberghi.

E’ come se all’autore, nello studiare i problemi di orientamento educativo e di riforma scolastica  in Italia, in qualità di ricercatore del Centro Europeo dell'Educazione, venisse di continuo in mente il contesto ambientale e la storia del luogo nel quale la ricerca veniva sviluppandosi. Ed è un'operazione tutt'altro che incomprensibile . Berthold  Brecht aveva a suo tempo ricordato l’importanza di quelli che con la loro fatica avevano costruito “Tebe dalle cento porte”. Guardando una splendida opera architettonica raramente ci si pone il problema di quanta fatica sia costata agli schiavi che l’hanno costruita, o più generalmente - e meno politicamente – il problema di chi erano, e come erano, coloro i quali progettavano, disegnavano, costruivano,  quella grande opera. Ma l’autore – che certamente è molto sensibile alla fatica di chi ha costruito  Villa Falconieri e per secoli ne ha curato il parco e l’azienda agricola – chiarisce ulteriormente i motivi del rinnovato interesse per l'edificio monumentale e indica la specificità delle  motivazioni sottostanti ad  una nuova ricerca sulla storia e la vita della dimora gentilizia.

Dopo aver ricordato che la Villa è stata oggetto di numerosissimi studi, in particolare, ma non solo, di storia dell’architettura, egli si chiede: "quale ragione  di esistere può avere un ennesimo libro su villa Falconieri?" E  risponde che, in realtà, non ce ne sarebbe nessuna,  “se l'edificio borrominiano fosse stato studiato come un vuoto contenitore architettonico e non come una frequentata e folta dimora di enti internazionali e nazionali ospitati dagli inizi del secolo scorso ad oggi." In realtà, sono questi i temi ai quali è dedicato in misura preponderanre il secondo volume, che tratta del ruolo, della vita e della politica di istituzioni a carattere prevalentemente educativo , insediatesi nella villa intorno alla seconda metà del secolo scorso. Ricevono  particolari attenzioni analitiche il CEE di Giovanni Gozzer e il Cede di Aldo Visalberghi, due personalità di rilievo in ambito nazionale,  che hanno operato a lungo nel campo dell'educazione e che l'autore considera, in particolare il secondo, meritevoli di profondo rispetto e quindi di attenzione storiografica.

Ma procediamo con ordine. Nel primo volume, l'autore con grande impegno di ricerca ricostruisce la storia della villa, intrecciandola con quella della famiglia Falconieri dalla quale essa prende il nome. Per la precisione,  la ricerca va ancora più indietro nel tempo, giacché, prima dei Falconieri, la Villa fu di controversa proprietà, ufficialmente dei Ruffini,  per i quali era  stata  costruita nel ‘500, sembra con il coinvolgimento dello stesso Michelangiolo Buonarroti. Villa Ruffina dunque e poi Villa Falconieri – ridisegnata dal Borromini - sono al centro di complesse vicende riguardanti le famiglie aristocratiche e successivamente   una serie di istituzioni del periodo post-unitario, negli anni  del fascismo e in quelli della Repubblica.

Il lettore può chiedersi se fosse  necessaria una così estesa introduzione alla problematica trattata nel secondo volume, che è una problematica di politica della scuola e di politica dell'educazione. Io non so dare una risposta. Ma so che la prima parte relativa alla storia della famiglia affascina ed intriga. E poi è come se ci fosse davvero una continuità, una sorta di genius loci della Villa, e comunque una relazione particolare tra chi ne è proprietario (o assegnatario) e la Villa.

E, d'altronde, l'autore sottolinea il nesso tra i due pezzi di storia nel dare il sottotitolo: “Dalla borghesia nobiliare alla periferia del sapere”. Perché si tratti di borghesia nobiliare (primo ossimoro) l’autore l’illustra all’inizio riferendosi alle origini mercantili della famiglia. Più drammatico è il contenuto dell’altro concetto quello di "periferia  del sapere", che allude alla espressione  di Charles Wright Mills riferita agli insegnanti quali "proletariato periferico del sapere": una condizione di marginalità e di scarso riconoscimento per una attività alta. L’espressione riferita originariamente agli insegnanti si attaglia ancora meglio – secondo l’autore, ma l’idea mi sembra condivisibile – ai “comandati”. C’è sempre qualcosa di contraddittorio, di estremo nella vicenda  raccontata nei due volumi, sia che si tratti della Villa e della famiglia  detentrice della proprietà, sia che si tratti delle istituzioni che vi hanno avuto sede. In questo conta molto il gusto dell’autore per il paradosso, ma anche il carattere effettivamente paradossale di molte vicende. Il che rende la lettura del saggio molto stimolante.

La Villa – come immobile e come opera d’arte, compreso il parco, l’azienda agraria e la fauna allevata o selvaggia – è  sempre protagonista, quale che sia l’argomento trattato nei diversi capitoli. E non per un vezzo, ma perché, la gestione dell’immobile e dei beni (compresi a volte i crocefissi) è parte dello stile delle famiglie e delle istituzioni proprietarie, ma anche delle istituzioni educative, le quali ultime ne sono usuarie, sotto diverse denominazioni, da più di mezzo secolo. Allo stesso modo, assume il ruolo di protagonista l’epica resistenza di un affittuario inviso al responsabile di una delle istituzioni insediatesi nella Villa durante il fascismo. Il direttore dell'ente voleva disfarsi dell'affittuario, nonostante il valente contributo economico da lui dato  all’azienda annessa alla Villa. Si tratta di pagine interessanti: digressioni forse non necessarie, ma importanti come fatti storici interni al compendio immobiliare studiato e utili per avere uno spaccato di vita istituzionale in quegli anni. Al riguardo, va ricordato che il capitolo intitolato "L'azienda agricola e la bella apparenza" rappresenta un esempio isolato di studio particolareggiato delle relazioni contrattuali tra rappresentanti della proprietà pubblica e affittuari privati di terreni demaniali.

La storia della famiglia Falconieri e dei suoi rapporti con il potere temporale dei papi si snoda per diversi secoli attraverso le vicissitudini della Roma papalina, compreso il momento drammatico dell'occupazione francese e del coinvolgimento di una dama della famiglia (Marianna Lante) nella corte napoleonica, che sarà processata per queste storie e soprattutto per le incredibili spese che l'avevano portata a dilapidare il patrimonio di famiglia. Ma si sa: le grandi famiglie aristocratiche sopravvivono a queste bufere: il figlio, diventerà il potente cardinale Chiarissimo Falconieri, amico e segretario di Stato di Pio IX. E ancora, nelle frequenti digressioni che caratterizzano diverse  parti del libro e che si giustificano come effetti del potere di attrazione dell'edificio borrominiano sulle vicende più disparate ed eterogenee, non manca un riferimento al ramo siciliano del casato dei Falconieri, in particolare a Tancredi, il nipote del Gattopardo, nel romanzo  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E’ interessante notare, anche rispetto alle polemiche attuali sui beni pubblici, il carattere di inalienabilità che mantiene la Villa per tanti secoli e che è alla base della continuità della storia. Il Fidecommisso che riguardava la Villa è un istituto giuridico romano che, passando attraverso il Medioevo e l'epoca moderna, ha trasmesso fino a noi, oggi, la figura dell'inalienabilità. Orazio Falconieri nel 1654 imponeva questo vincolo alla maggior parte dei suoi beni. Il vincolo aveva carattere privatistico ed era storicamente determinato dalle caratteristiche sociali della Borghesia nobiliare. Decadde dopo la Rivoluzione francese e venne ripristinato, assumendo però natura pubblicistica , durante il Fascismo  che lo ha trasmesso fino a noi.

Dopo l'estinzione del casato dei Falconieri la Villa appartenne all’ordine dei  frati cistercensi riformati  e successivamente ad aristocratici tedeschi, che la donarono al Kaiser, al quale (in quanto  tedesco sconfitto) fu requisita dopo il trattato di Versailles, per divenire poi demaniale e sede appunto di istituzioni nazionali e internazionali. Ciò è detto senza dimenticare un momento di passaggio di nuovo in mano ai tedeschi nel periodo dell’occupazione.

Il lettore si accorgerà di quanto interessante, oltre che  ben documentata, sia questa parte del lavoro. E non è il caso di attirare ulteriormente la sua attenzione su quei fatti, che sono raccontati in maniera tale da far rivivere l’atmosfera dell’epoca e che sono letti con una continua punta di ironia. Mi soffermo volentieri invece sull’ultima parte della storia, quella relativa al Novecento,  quando cioè la Villa  diventa un bene demaniale. I passaggi di proprietà della Villa a partire dal 1859 riflettono profondamente lo  Zeit Gheist, lo spirito dell’epoca, come lo riflettono la natura e il carattere delle istituzioni che vi hanno sede, compreso, per un breve tempo, il Censis nel periodo repubblicano. C’è nobiltà, ma c’è anche miseria ed abuso. Ben lo illustra l’autore con riferimento a una istituzione degli anni del fascismo (Istituto internazionale di cinematografia educativa)  e del suo direttore.

Nel secondo volume, l’autore affronta con competenza  il funzionamento e l’influenza (o mancata influenza) sulla società e sulla scuola italiana delle istituzioni di ricerca che hanno avuto la loro sede nella Villa. Dopo quelle del fascismo e del primo periodo del dopoguerra, subentra il Centro Europeo per l’Educazione guidato da Giovanni Gozzer, personaggio di estremo interesse e fuori dagli schemi, come per altro ben nota l’autore nel delinearne la provenienza, la personalità e il ruolo. E a questo riguardo un aspetto interessante è rappresentato dalla sottolineatura delle  titubanze e dell’antipatia della cultura pedagogica della sinistra nei confronti delle proposte di Gozzer. Non meno interessante è l’elemento  di continuità che l’autore ritrova tra la struttura organizzativa e l’impalcatura istituzionale dei vecchi enti previsti dalla legge Bottai durante il fascismo e quelli più recenti, ovviamente di natura più democratica e innovativa, ma condizionati dalla impostazione originaria. Già negli anni Cinquanta e Sessanta, questa problematica era stata affrontata  ed era emersa la proposta di riempire la “vecchia botte” (l’impalcatura istituzionale) ereditata dai tempi del fascismo e del ministro Giuseppe Bottai con il “vino nuovo”, cioè  la nuova concezione della scuola e dell’educazione delineate dalla costituzione repubblicana. E questo è in ultima analisi quanto è avvenuto secondo l’autore. Egli scrive  che il DPR del 1974 che cancellava i vecchi Centri Didattici e istituiva i nuovi enti di ricerca e sperimentazione educativa (gli Irrsae, il Cede e la Bdp) aveva finito per ripristinare “l’otre fascista” in almeno sei dei suoi vecchi “cerchi”: 1. la personalità giuridica di diritto pubblico come forma di garanzia di indipendenza dal potere centrale; 2. le finalità (ricerca, documentazione, sperimentazione, aggiornamento educativo); 3. il finanziamento statale nella sua forma della finanza derivata; 4. il decentramento territoriale; 5. il reclutamento del personale attraverso la figura giuridica del comando; 6. la nomina ministeriale dei membri dei Consigli Direttivi degli Enti nazionali e regionali” (pag. 92 del volume secondo). E questo ha finito per rappresentare una vera e propria “malformazione congenita” per le nuove istituzioni.

Anche come contributo di storia delle istituzioni pedagogiche lo studio di Sassone mi sembra molto utile. Negli ultimi capitoli del secondo volume, egli affronta la problematica che  ha vissuto direttamente lavorando come abitante della "periferia del sapere" presso il Cede di Visalberghi. Di questa istituzione egli analizza nel dettaglio più minuzioso, l’attività, i successi e le difficoltà. E’ qui che emerge con chiarezza l’importanza del mito di Tantalo. L’autore  passa al setaccio la struttura organizzativa e i contributi scientifici che questa istituzione è stata capace di fornire e ne valuta  la produttività, adottando un approccio di studioso delle organizzazioni. Ma con disappunto ne mostra anche la mancata utilizzazione da parte del Ministero,  dipinto come una sorta di volontario Tantalo, che con una grande ricchezza a disposizione fa il possibile per morire di fame e di sete, per  perdere, cioè, il cibo intellettuale disponibile; Il Tantalo ministeriale perviene a questo risultato auto - lesionistico, assegnando all’esterno studi e ricerche che avrebbe potuto  far realizzare ai propri dipendenti dotati di elevata competenza ( e spesso ridotti all’ozio forzato, calamitati anch'essi  dalla forza di attrazione del mitico Tantalo).

Nell'introduzione a Le città invisibili, Italo   Calvino si dichiara d'accordo con Croce nel ritenere che la storia e la personalità dell'autore siano del tutto irrilevanti nella lettura di un'opera letteraria. Sarà certamente vero. Ma io personalmente, nel leggere questo lavoro fuori del comune, non sono mai riuscito a fare a meno di pensare al come e perché all'autore sia venuto in mente di scriverlo, di cosa abbia stimolato di volta in volta (soprattutto nella prima parte) la sua curiosità, di quali siano stati i percorsi che l'hanno portato a diventare, da ragazzo calabrese della comunità arbreshe di Lungro, collaboratore di Visalberghi al Cedntro Europeo dell'Educazione, dopo aver ricoperto il  ruolo di preside di liceo a Roma e  accumulato competenze di studioso di storia e scienze sociali, in particolare, di scienze dell'educazione.

Credo che in tutto questo abbia contato anche l'esperienza di studio nel liceo di Castrovillari che  frequentavamo insieme e dove un professore di Filosofia -   all’apparenza, fragile e un po’ indifeso -  costringeva una classe tumultuosa  ad avvicinarsi all'impegno culturale e civile , riuscendo nell'impresa, nonostante i nostri tenaci sforzi di resistenza. Dico questo, soprattutto per quanto mi riguarda, ma credo che quell'influenza culturale abbia riguardato anche Antonio Sassone: come sempre, la sorgente dell’impegno e del lavoro svolto in età adulta è rintracciabile nell'educazione intellettuale ricevuta nel corso  dell' adolescenza.

Enrico Pugliese, Direttore dell'Istituto di ricerche sulle popolazioni e sulle politiche sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Professore ordinario di Sociologia del Lavoro presso l'Università di Napoli “Federico II”.