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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
Il contributo di un autore arbëresh alla cultura nazionale italofona.
Un libro speciale che illustra gli usi civili, privati e pubblici, di un edificio artistico-storico-culturale, disegnato dal grande architetto Francesco Borromini.
"Un libro appassionante che affascina ed intriga" (Enrico Pugliese, Prefazione , p. 10)
VILLA FALCONIERI
in due splendidi volumi
 

RECENSIONE SU "EDUCAZIONE E SCUOLA"


Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo

 

Villa Falconieri, fra Storia e micro-storia

 

"L'Aleph?" ripetei. "Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. (...)"
Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l'infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?
I mistici, in simili circostanze, son prodighi di emblemi: per significar la divinità, un persiano parla d'un uccello che in qualche modo è tutti gli uccelli; Alanus de Insulis, d'una sfera di cui il centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo; Ezechiele, di un angelo con quattro volti che si dirige contemporaneamente a Oriente e a Occidente, a Nord e a Sud. (...)
D'altronde, il problema centrale è insolubile: l'enumerazione, sia pure parziale, d'un insieme infinito. In quell'istante gigantesco, ho visto milioni di atti gradevoli o atroci; nessuno di essi mi stupì quanto il fatto che tutti occupassero lo stesso punto, senza sovrapposizione e senza trasparenza.
Quel che videro i miei occhi fu simultaneo: ciò che trascriverò, successivo, perché tale è il linguaggio. (....)
Jorge Luis Borges, L'Aleph, Milano, Feltrinelli, 1961 (El Aleph, 1952, trad. di Francesco Tentori Montalto)

E' un fatto: spesso gli edifici sopravvivono agli uomini che li hanno realizzati e vissuti.

Costruzioni, palazzi, ville, muti testimoni del nostro divenire, osservano silenziosi le incessanti vicissitudini dei loro artefici.

In alcuni di essi la Storia - quella maiuscola - si affaccia più volte direttamente o indirettamente lasciando, talvolta, profonde cicatrici sulle loro mura.

Si può allora immaginare un cambio di prospettiva che ci consenta di osservare il passare dei secoli da un unico angolo di osservazione, un po' come l'Aleph sognato da Borges in un angolo nascosto nelle cantine di un palazzo in procinto di essere demolito in via Garay a Buenos Aires.

E' questa la chiave di lettura che ci piace seguire per analizzare i due volumi (fra l'altro molto diversi fra loro) di cui si compone "Villa Falconieri - Dalla borghesia nobiliare alla periferia del sapere" (2002), scritto da Antonio Sassone e pubblicato dall'editore Armando.

L'autore, insegnante e preside, già ricercatore del CEDE, oggi in pensione, ha interamente dedicato questo libro - che non avrebbe mai visto le stampe "(...) se un ex-operaio italiano emigrato in Germania sul finire degli anni Cinquanta, non ne avesse finanziato la pubblicazione" (vol.II, p.16)  - a Villa Falconieri, vista non tanto come struttura architettonica quanto come espressione di un "sorprendente Genius Loci" che, a cavallo dei secoli, ha contraddistinto e caratterizzato quanti hanno vissuto ed operato fra le sue secolari pareti.

"Villa Falconieri costituisce oltre che materia di ricerca storica, oggetto di un'attenzione letteraria nascosta tra le pagine. Visto, ora come patrimonio di una famiglia, ora come sede di prestigiosi istituti nazionali e internazionali, ora come oggetto di contesa tra nobili e discendenti di pontefici, l'edificio borrominiano (e forse, prima, michelangiolesco) è il protagonista proteiforme della storia, un protagonista che attraversa gli eventi come un fantasma, avvicina gli uomini alle opere, consente di superare la frammentarietà della narrazione storica e di stabilire una continuità tra fatti, eventi e vicende variamente dislocati nel tempo e nello spazio e non ordinati secondo una rigida regola di successione cronologica, ma ricostruiti su base tematica intorno alla unicità e alla stabilità del monumento architettonico  e delle sue adiacenze ambientali." (vol. I, p. 17)

Il sottotitolo dell'opera, "Dalla borghesia nobiliare alla periferia del sapere", "richiede qualche chiarimento: l’espressione composta  borghesia nobiliare, ignota alla pubblicistica storiografica , è stata usata per designare  quei ceti sociali che dall’età dei Comuni fino alla Rivoluzione francese hanno assunto gradualmente i titoli distintivi e i comportamenti parassitari della Nobiltà di sangue, finendo con il condividerne anche il destino di decadenza.
L’espressione periferia del sapere è una parafrasi ricavata da un classico della Sociologia ; essa intende rappresentare l’ultima destinazione sociale,  in ordine di tempo, di Villa Falconieri e, insieme, l’ubicazione sociologica, culturale e topografica  dei cosiddetti "comandati" : un'élite spuria ,  professionalmente oscillante tra mandarinato marginale e volontariato di parrocchia , reclutata dalla categoria degli insegnanti medi  -  "proletariato periferico del sapere" (C. Wright Mills)." (vol. I, p. 15)

Villa Falconieri, come edificio, ha una sua proto-storia: sulle rovine dell'antica villa romana dei Quintilii (II sec. d.C.), sorge nel medioevo la Chiesa di Santa Maddalena, da cui prende nome il luogo sul quale viene edificata, durante il pontificato di Paolo III (1534 - 1549), forse con il contributo di Michelangelo Buonarroti, una dimora fortificata per il Papa, Villa Ruffina, che ospiterà, fra gli altri, la famiglia Cenci (immortalata dal dramma di Artaud).

Solo nel 1628, con l'acquisto da parte di Orazio I, la villa acquisirà il nome della casata dei Falconieri che, fattala ridisegnare dal Borromini, ne rimarrà proprietaria per generazioni fino al 1859 con l'ultimo discendente Chiarissimo.
Con i Falconieri, mercanti e commercianti prima, nobili ed alti prelati poi, la villa assurgerà a centro di riferimento politico e sociale per la storia italiana e consoliderà la sua 'vocazione' europea ed internazionale.

Alla fine della prima guerra mondiale la villa, divenuta dal 1907, dopo alterne vicende, proprietà del Kaiser Guglielmo II di Hoenzollern, entreà a far parte definitivamente del demanio dello stato.

Dopo il rifiuto di D'Annunzio (al quale Mussolini voleva offrirla al simbolico canone annuale di "una lira") [*], diventerà sede di enti nazionali ed internazionali: l'IICE (Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa, 1928-37, diretto da Luciano De Feo), l'INRE (Istituto Nazionale per le Relazioni con l'Estero, 1938, diretto sempre da Luciano De Feo), il CDN (Centro Didattico Nazionale) poi CEE (Centro Europeo dell'Educazione, 1959-73, diretto da Giovanni Gozzer), il CEDE (Centro Europeo dell'Educazione, 1974-99, dal 1979 presieduto da Aldo Visalberghi) e, oggi, l'INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione).

A questi enti, che intrecciano la propria storia con quella della scuola italiana nel secondo dopoguerra, ma in particolare alla periferia del sapere rappresentata dai ricercatori comandati presso gli stessi e sottoposti a quell'effetto Tantalo (pp. 121 e seguenti) richiamato dal sottotitolo, è dedicato il secondo volume dell'opera.

"Gli uomini, i fatti e le istituzioni sopra elencati sono degni di indagine storica? Più in particolare, è utile un’analisi storicamente orientata, dei rapporti costi-benefici riferiti alle attività istituzionali di enti pubblici operanti nel settore educativo? La collettività su cui grava il peso del mantenimento in vita di tali istituzioni ha il diritto di conoscere i risultati prodotti dagli investimenti delle risorse pubbliche e la contropartita delle rinunce che la stessa collettività ha dovuto sopportare per destinarne i frutti agli enti pubblici?" (vol. II, p. 16)

Così l'autore; a noi lettori il piacere di rispondere affermativamente, ricomponendo, suo tramite, i frammenti di una storia che diversamente sarebbe rimasta sepolta dal tempo ed augurandoci, con lui, che anche sulle vicende future che la vedranno protagonista "(...) il Genius Loci di Villa Ruffina (...) non cesserà di vigilare." (vol. I, p.20)

 

[*] Questa la risposta di D'Annunzio all'offerta del Duce: "Voglio pensare che chiedendomi così inaspettatamente una lira, Tu intenda in lirico contraccambio, la mia lira di sette corde. Stop. Io ho quel che ho donato e non ho mai e non voglio mai avere quel che mi è donato e condonato".