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ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Il nuovo romanzo di Carmine Abate

 La festa del ritorno

…Su Carmine Abate e “La festa del ritorno”

Leggo sempre con piacere le pagine di Arbitalia dedicate a Carmine Abate, e con lo stesso piacere, anche con curiositą, i romanzi e i racconti dello scrittore di Carfizzi.

Il dott. Elmo si poneva una questione circa che cosa vuol dire essere arbėresh? E se tale “condizione” emerga o meno dalle pagine di Abate.

Conosco bene e da vicino la realtą dei paesi italo – albanesi della provincia di Crotone, anche di Carfizzi, paese natale di mio padre.

E’ vero che i paesi dell’area crotonese hanno perso molto in termini di cultura materiale e spirituale tipicamente arbėreshe, ed č anche vero che molto probabilmente a Lungro o ad Acquaformosa č impensabile che un arbėresh imbracci un fucile per andare a caccia (ma č proprio vero??). Ebbene, da noi (a Carfizzi, come a Pallagorio e a San Nicola), invece, č cosģ! Forse saremo mezzosangue! Forse i tratti arbėreshė si sono mischiati a quelli litirė e calabresi e…, ahimč, non siamo albanesi, non siamo calabresi, non siamo italiani….(tutt’al pił creoli!?).

La mia non vuole essere una risposta alla domanda che si poneva il dott. Elmo, né una spiegazione circa l’identitą di chi č parte delle comunitą albanesi del Crotonese.

Pur appartenendo a quelle comunitą, anche io non so bene come definirmi (Arbėresh? Calabrese? Italiano? Facciamo italo – albanese, e tagliamo la testa al toro?).

Quello che importa, ed emerge dalle pagine di Abate, non č tanto una “descrizione” di quella che č una comunitą arbėreshe, nei suo tratti distintivi e peculiari. Nella narrazione c’č l’intercalare del “biri im”, ci sono le nenie della nonna, qualche sfumatura che riporta alla mente proprio Carfizzi, e non altri luoghi della regione. Questo basta per rendere quel luogo, quei personaggi assolutamente arbėreshė? Forse no. Ma non credo fosse quello l’intento dell’autore.

Abate nei suoi romanzi e racconti non vuole semplicemente “descrivere” una comunitą arbėreshe; non ha l’urgenza di plasmare personaggi squisitamente arbėreshė, “puri”, semplicemente perché non gli preme farlo. Nei suoi libri l’autore parla di se stesso, del suo rapporto con il paese, del suo rapporto con le storie di emigrazione, compresa la sua. Tutto qui. Non c’č volontą di circoscrivere un’identitą che sia radicata solo in un determinato luogo, e che per questo “puzzi” di quel luogo, solo e per sempre ancorato ai propri valori e alle proprie tradizioni.

Insomma la realtą arbėreshe di Abate č una realtą personale, vista attraverso la lente dello scrittore, che non deve e non vuole sottostare ad etichette del tipo: questo č arbėresh e allora va bene, quell’altro particolare non č arbėresh e allora non va bene!

Credo che l’interrogativo, o riflessione, del dott. Elmo non possa trovare risposta nelle pagine di Abate, solo per il fatto che l’”arbėreshitą” di Abate non č quella di qualsivoglia altro arbėresh. Non si puņ ricostruire, in altre parole, attraverso un racconto un senso identitario e comunitario, quando lo stesso autore pone in primo piano non la comunitą (e l’identitą di una popolazione), ma il proprio modo di essere arbėresh (del tutto personale), la propria vita, i propri ricordi, la propria famiglia.

Certo i suoi romanzi sono anche un tributo a Carfizzi, ma questo tributo non supera, non avanza sulla personalitą, sulla riflessione, tutta intima, di un autore che parla in primo luogo del proprio io e della propria esperienza, sullo sfondo di una comunitą arbėreshe, i cui membri possono o meno sentirsi arbėreshė, ma ognuno a modo suo.

Pietro L. Aquino