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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Il nuovo romanzo di Carmine Abate

 La festa del ritorno

A SAN DEMETRIO CORONE  NANDO ELMO INCONTRA  CARMINE ABATE

di Nando Elmo

 

Ci siamo finalmente accordati? Con Carmine Abate? Su chi siano gli Arbëreshë?

Noi, Carmine Abate e io, che viaggiamo su livelli diversi dell’essere, lui con lo strumento della ragione narrante, io con quello della ragione ragionante?

Attento io a mettere tra parentesi qualsiasi pre/giudizio, sovrastruttura interpretante, qualsiasi enfasi, qualsiasi pathos, qualsiasi coloritura locale, qualsiasi cosa, insomma, che impedisca di andare con occhio “puro” (se ciò mai si dia) verso quella che si chiama, come dicono, la “cosa in carne ed ossa”, gli Arbëreshë nella fattispecie; lui, invece, ad accogliere tutto quanto fa “mito”, mito della memoria, con le inevitabili “coloriture” stilistiche, le inevitabili, anche se non esplicite, enfasi localistiche, ecc…?

Ci siamo accordati? Potevamo accordarci?

Forse che sì, forse che no - e c’erano i buoni uffici degli amici di San Demetrio Corone: Pino Cacozza, Pasquale De Marco, Gianni Macrì, Adriano Mazziotti, che hanno accolto Alfredo Frega e me, una sera di luglio, con l’ospitalità degna di Arbëreshë che si rispettino: son, dunque, ospitali, dunque civili, gli Arbëreshë? Non selvaggi incivili, come vuole un critico da quattro soldi delle nostre parti? Sono ospitali, dunque civili gli Arbëreshë, come i discendenti di quell’ Italo, che, oltre a dar nome all’Italia, secondo Aristotele, istituì i primi sissizi, i pasti comuni che avrebbero reso civili appunto le genti barbare di Calabria, dalle quali a quegli Arbëreshë sarebbe toccato d’essere ospitati?

Civili gli Arbëreshë.

Questo pare assodato, se la serata di S. Demetrio Corone si è conclusa con un sissizio, per la megaloprepia dei su menzionati.

I quali avevano questo intento: far incontrare Carmine Abate e me per dirimere quella questione sorta in seguito al mio articolo pubblicato da Arbitalia: Chi sono gli Arbëreshë?

Qualcuno si era risentito per quell’articolo definendomi perfino razzista. E  mi prendo i rimproveri anche di Carmine Abate,  perché avevo scritto che certi atti violenti che appaiono nei suoi romanzi andrebbero attribuiti piuttosto ai latini che agli Arbëreshë. I quali a mio avviso sono miti e concilianti per amor di pace e non perdere la faccia…

Non voglio ripetere qui quello che ho scritto nell’articolo reperibile su Arbitalia, e rimando a quello i volenterosi.

E dunque con Carmine Abate ci siamo incontrati, ci siamo parlati.

Chiariti?

Forse che sì, forse che no.

Forse che no: siamo rimasti come due sordi a esporre ognuno le proprie tesi, Abate sul coté della ragione narrante, dello scrittore, del narratore, del costruttore di miti, cui la “verità” importa poco; io sul coté del “Che cosa è?” cui importa la “verità”, e solo l’irraggiungibile “verità”. Abate che chiede ai lettori la sospensione dell’incredulità, d’accettare che gli Arbëreshë siano esattamente come lui li descrive; io che li metto sul “sospetto”.

Devo dire che quando ho sospeso io stesso l’incredulità (come faccio a cinema, a teatro) leggendo il suo “Tra due mari”, mi sono commosso per quegli Arbëreshë che vogliono tornare, costruire casali, vigne e quant’altro mai per rimpossessarsi d’una vita che sembrava persa per le vie d’Europa...

Si scontravano, nella “magica” serata di S. Demetrio Corone, due “metodi”, due “vie”, che cercavano di dire lo stesso pur nelle maniere diverse del narratore e del “filosofo”.

Parlando di “filosofo”, sto parlando di un poveraccio che cammina in un deserto e che “dispera”  (Husserl: “Chi non conosce disperazione…”), e che va dietro a una colonna di fumo che indica una terra che non sarà mai raggiunta… - uno come me non potrà mai fare una “Festa del ritorno”; e mai ballare un “ballo tondo”: per me il cerchio non si chiude…

La “Verità”, poi, ha questo di “vero”: si sottrae alla nostra “espressione”: ogni volta che cerchiamo di esprimerla si tramuta in “altro” – la tramuta in “altro”, il nostro stile, per esempio, e la “logica” stessa dell’ “espressione” che potrebbe essere altro dalla “logica” della “cosa stessa” (se “la cosa stessa” ha una logica…) ….

Parlando di narratore, voglio invece segnalare un esuberante che crede fermamente nelle sue “finzioni” – e fa bene a crederci: verum ipsum fictum, potremmo dire correggendo, con non so quale ardimento e impudenza, il Vico.

E tuttavia abbiamo goduto (almeno io, sì; non so Abate) di questa apparente discordia, colorando d’enfasi ciascuno le proprie assunzioni.

Alla fine eravamo lì a comporre, senza volerlo, l’armonia discors, l’armonia aphanés, l’armonia nascosta, che diceva Eraclito, è migliore dell’apparente. Ci componevamo, al di là della nostra apparente discordia, nella nostra diversità che ci faceva simili. Essendo diversi eravamo simili: e con un pizzico di buona volontà – e di tempo – avremmo potuto scoprire come la ragione raziocinante si faceva mitica, e come la mitica raziocinante.

A scanso di equivoci, voglio dire subito che parlando delle “finzioni” di Abate non voglio togliere niente alla “verità” delle sue storie.

D’altra parte mentiva anche Omero – lo sapevano quegli  “ingenui” dei filosofi che si autodefinivano, con due pizzichi di supponenza, servitori della Verità.

E con le sue menzogne Omero creava la Grecia – la quale dovette cadere proprio quando quelle menzogne non ressero più – e per opera dei filosofi…

Con le “finzioni” crearono un’Arberia De Rada e quanti come lui sognarono un sogno e furono invasati da un’idea – si tenga presente che, secondo Socrate, alla Grecia i più grandi benefici vennero proprio dai folli, dagli invasati dalla divina follia, dalla theia mania…non dai razionali filosofi, technites che sanno sempre quello che fanno…

Anche i filosofi, tuttavia, “fingono” mondi. Anche i filosofi “al/lucinano” mondi, credendo di accendere sul mondo il lume di una “Verità” - che non può essere fondata.

E, vivaddio, anche la filosofia è stata dichiarata (si è dichiarata, perché solo la filosofia può tanto) un’arte, come dire una finzione retorica – questo lo dico da amante della sapienza, da Philo/sophos, da “dilettante”, da colui che si “diletta” del sapere, che non possiede – da colui che sa di non sapere, il sapere appartenendo agli dei.

“Fingiamo” sempre di sapere, il nostro sapere è una finzione. Il serpente dell’Eden ci ha reso simili a dei. Simili: fingiamo l’onnipotenza di Dio quando con due sillogismi ben condotti crediamo di possedere il mondo, e di possedere Dio stesso con la nostra teologia. Il peccato originale è questo fingere di sapere…

Allora chi sono questi Arbëreshë?

Da “filosofo” non possono non diffidare delle successive definizioni, le quali non possono non derivare che da “al/lucinazioni” di mondo. E d’altra parte come potrei non andare incontro “a quella cosa in carne ed ossa” che sono gli Arbëreshë senza partire da una suggestione, da un sapere precostituito, da una presupposizione, da una “memoria”?

Memoria? Di che? Non, per caso, di interpretazioni  di dati “oggettivi” che costituiscono quell’inconscio già da sempre interpretato? Inconscio che come physis  sempre  in/futura immagini nuove che vanno interpretate in quell’ “apertura” che fa la vita dello Spirito – che visita invasati, folli, costruttori di miti?

E quell’interpretazione non è per caso una “finzione”, una phantasia che per quanto possa essere tradotta in “idee chiare e distinte” sempre phantasia rimane?

La memoria? Se la volete dovete costruirvela, come il mondo, direbbe Nietzsche.

Non dovrei, allora, fare, volendo dire quello che sono gli Arbëreshë, quello che fa appunto Carmine Abate? Non dovrei “incontrarmi” con lui e con le sue “finzioni? – di queste “finzioni” chiedete qualcosa agli storici e alla loro vana fatica di restituirci i fatti “in carne ed ossa”.

Amarcord” – con la “grazia” o la “disgrazia”, fate voi, di una variante locale -: Fellini non aveva vergogna di definirsi un bugiardo - e raccontava delle “storie”, delle “memorie”. Questo per dire che la memoria  non è giustifica da nessuna “verità”, anzi la memoria adultera ogni “verità”…

Ritornava, per analogia, qui, il problema della lingua più volte avviato, e mai condotto a una conclusione per il prodursi di nuovi corni del problema, nella serata di S. Demetrio Corone tra i commensali.

Del  “puro, “vero” arbëresh”, che nasconde ogni volta una ossessiva richiesta di reversibilità del tempo, dell’”eterno ritorno dell’identico” (che è più un fatto naturale che spirituale), che non si danno.

Il fatto è che il tempo è escatologico, è apocalissi di “eventi” irreversibili, come “nuovi cieli e nuova terra”, più che una sequela di fatti ciclicamente ritornanti identici a sé stessi – a meno che l’identità non si dia nella loro alterità -: insomma, almeno qui e ora, non possiamo uscire dal tempo, né negarne l’irreversibilità; almeno qui e ora non possiamo negarci alla novità degli eventi (“cantiamo un cantico nuovo”, invitano i Salmi)…

L’arbëresh, mi ripeto, è un divenuto e non può non divenire: sempre “nuovo” rispetto a se stesso.

A questo proposito dovrebbe metterci sull’avviso l’impasto linguistico di Abate che non si perita di vestire d’italianità termini arberischi, “cantando” parole nuove per l’italiano: così non dovremmo noi vietare a nessuno di vestire di arbreshità termini italiani, soprattutto se hanno una “storia”, nuova : “nuova”, “novella” dello Spirito che sempre si rinnova… dono il suo per toglierci dalla nausea dell’eterno ritorno?

Di accostamento in accostamento, i temi si sono presentati in tanti. Avrebbero richiesto un esame approfondito. Ma nella notte di S. Demetrio Corone c’era più la voglia di godere della simpatia di Carmine Abate che di torturarsi il cervello con i filosofemi e i sofismi di un bizantino, di un “alessandrino” come me.

Abate fa bene a descriverci gli Arbëreshë come vuole lui e come li “vive” lui, non sarebbe lo scrittore, il narratore che è, altrimenti.

Sulla sua arbreshità non possiamo dubitare: parla un arbëresh chiarissimo senza, m’è parso, inflessioni locali; da buon emigrato che ha acquisito quella “neutralità” che dovrebbe fare la gioia dei metafisici…

Ho invidiato la sua disponibilità, l’assenza di spocchia di cui si caricano gli scrittori (ce ne fossero di veri) da quattro soldi delle nostre parti; e il suo baffo da giannizzero, nerissimo contro il mio bianco per antico pelo…

Come potrebbe un vecchio Socrate da quattro soldi come me temperare l’esuberanza di un Alcibiade che è tutto vivere e poco filosofare?...

Potessimo averne di questi incontri in cui ci si scontra in pace alla ricerca di quell’ Arbëresh in sé e per sé, che nel conoscersi scopre sempre d’essere “altro”, secondo le possibili “finzioni” della sociologia, della psicologia, della storia, della letteratura, dell’arte ecc… Che variano a seconda che siano pensate in Shqiperia, in Arberia, ad Arcavacata,  a Trento, a Torino, ad Acquaformosa, a Piana degli Albanesi, a S. Demetrio Corone,  o dove vi paia…