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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Il nuovo romanzo di Carmine Abate

 La festa del ritorno

RISPOSTA A FERRARO

A PROPOSITO DEL “CHE SIGNIFICA ESSERE ARBRESH?” DI NANDO ELMO

 

            E no, mio caro Ferraro, mi puoi accusare di tutto tranne che di razzismo.

            Non posso essere razzista per un sacco di circostanze, alcune delle quali non dipendenti dalla mia volontà.

 Prima, fra tutte, l’avere la nonna paterna ebrea. Faceva di cognome Aronne. Quando chiesi conferma al Centro ebraico di Roma prima, e di Torino poi, mi fu risposto che gli Aronne, comunque questo cognome si declini nel mondo, sono ebrei pur sang. Porto, dunque, in corpo con orgoglio un quarto di sangue ebraico. La leggenda di famiglia dei miei Aronne annovera un’ava etiope…Un mio zio Aronne console in Libia si guadagnò il rispetto incondizionato degli arabi che lo chiamavano ras Arun – per un caso del destino non son nato anch’io in Libia. Una cugina, figlia di una Aronne, ha sposato un palestinese con la mia benedizione…

 Sono, poi, ça va sans dire, greco tra gli arbëreshë, e arbëresh tra i calabresi, bizantino tra i cattolici, cattolico tra gli ortodossi; calabrese tra i piemontesi, piemontese tra gli acquaformositani…

            Abitato da una simile moltitudine come potrei istituire gerarchie? E razziste per giunta?

            Tra i miei migliori amici c’è un indiano, un sikh, Roop Lal Sandhu, mio maestro di Yoga.

            E tra i miei maestri spirituali figura un altro indiano, il chiacchierato Osho, un sincretista guardato con sufficienza dai filosofi ufficiali.

 Mi consumo sulla Bibbia; e sui libri di un nazista, che, con Nietzsche, mi ha liberato da ogni metafisica.

            Sono nutrito di filosofia scettica e nichilista.

            Vado ogni anno a San Pietro in vincoli a rendere omaggio alla tomba del Cusano, quello della Docta ignoratia, del sapere di non sapere, del Dio che si nasconde, del “torniamo a discutere”…

            E insomma, insomma… ho difeso a scuola il velo di due mie allieve magrebine…velo che non è diverso e meno dignitoso di quello che portano le nostre suore che pure entrano senza scandalo e senza “spaventare i nostri bambini” – come volle la direttrice di un asilo privato berlusconide bossiana di Ivrea - nelle nostre scuole, nei nostri asili, nei nostri ospedali. Velo dignitoso, com’è dignitosa la tunica bianca degli imam, che non ha niente di diverso e di meno “sacro” della tonaca dai nostri sacerdoti – quando la indossano.

Ho difeso gli shqipetari musulmani contro le pretese, quelle sì razziste, del vostro scrittore per eccellenza. Secondo il quale, quei poveracci infestavano l’ex seminario di San Basile: panico da invasioni barbariche.

Ho amici shqipetari musulmani. Frequento valdesi e ortodossi. Sto a mio agio tra gli atei. Sono entrato scalzo nella moschea di Roma inchinandomi alla porta della kibla.

Mi si sono inumiditi gli occhi di tenerezza, a me che prego solo in greco, ascoltando un “Salve Regina” in latino cantato da un dolcissimo soprano a Notre Dame di Parigi…

Ho preso moglie palermitana latina e non ho temuto che, come pretende sempre il vostro editore e pensatore per eccellenza,  mi succhiasse l’intelligenza arberisca, lasciandomi “con una faccia da cretino” (così afferma il vostro editore arberisco di Lungro).  

Prego la moglie del mio amico indiano di indossare il sari, e di lasciare a noi occidentali i jeans.

Non disdegno di parlare piemontese con i piemontesi, romano con i romani, e il palermitano tasciu , volgare(il giudizio è di mia suocera), della Vucciria, con i palermitani…

Condivido l’insonnia con Skirò di Maxho, che è un’altra moltitudine…

Insomma, insomma…come si fa a sospettarmi di razzismo?

A meno che, per razzismo, non s’ intenda la mia insofferenza viscerale per i berlusconidi, per i fascisti, per i piduisti, per i bushisti guerrafondai. Per  tutti i ceffi – e le ceffe cotonate, siliconate, e affluenti, col bel faccino alla Prestigiacomo - che appaiono in televisione, con la pretesa di rendere vere le transeunti finzioni dentro di cui ci tocca vivere; o con la pretesa di rendere vere le nostre povere congetture, umane troppo umane per essere vere e fondate - ma cosa non si farebbe per uno straccio di sicurezza, di valore…  

Sono anch’io, come direbbero Vattimo e Rorty, un nichilista allegro, ironico, contingente: come potrei pretendere di sedarmi e di sedermi in un qualche luogo ameno della corrente “cultura” berlusconide che sa dove sta il bene e dove il male? Come potrei accampare, e accamparmi in, qualche verità – anche quella dell’insistita “essenza” arbëreshe, maschera che mi piace indossare, ma di cui mi rispoglio quand’è opportuno?

Non potrei essere un bossiano…

Ho anch’io le mie idiosincrasie, diamine, sono un umano, parziale, prospettico, nella miseria della mia astheneia: amo la canzone napoletana ma non sopporto quella cantata da Mario Merola, da Lina Sastri, da Massimo Ranieri, dai D’Angelo, dai D’Alessio, e da tutti gli enfatici che frequentano le trasmissioni del vomitevole Limiti. Ma amo sì, invece, quella di Pino Daniele, ma sì quella di Avitabile, ma sì quella di Senese. E giacché ci siamo mi danno il vomito la Berté e Reitano. Sarà perché sono litinjë? E sia. Ma queste idiosincrasie non m’impediscono di essere napoletano e calabrese, quando si tratta d’essere napoletani e calabresi. D’avere come amico lo scrittore Mongiardo, l’autore di “Ritorno in Calabria”, che è delle tue parti, caro Ferraro – një liti, dunque, con cui sono in perfetta sintonia.

Proprio per questo nella mia nota dedicata a C. Abate non intendevo assolutamente stabilire alcuna assiologia tra calabresi litinjë e arbëreshë, cattivi gli uni e buoni gli altri. Ero solo alla ricerca delle caratteristiche che avrebbero fatto di un arbëresh un arbëresh. Punto e basta.  

D’altra parte, senza cogliere il grano d’ironia del mio scritto, mi si potrebbe, invece, accusare d’aver fatto degli arbëreshë degli ignavi, proprio per la sottolineata loro voglia di quieto vivere, dentro le sicurezze, le abitudini acquisite. Un’ipotesi di tratto distintivo: nient’altro.

E rimango, in ogni caso, nel sospetto che gli arbëreshë non esistano, che siano essi semplicemente epifenomeni di una calabresità e sicilianità profonde e incontestabili. Calabresità come quella dei personaggi di C. Abate, il quale rimane – c’è bisogno che lo ripeta - ottimo scrittore, ma italiano, calabrese – e questo senza demerito, sia chiaro, agli occhi di un arbresh come me: il mio era e rimane, per così dire, un discorso estetico.

E non c’entra il rito: sia chiaro anche questo. Gli abitanti di Carfizi non saranno meno arbëreshë per questo. Mancherà,  tuttavia, loro quel tratto in più che caratterizza coloro che in quel rito sono cresciuti, senza pertanto essere bizantini. Ahimè?. Come si può cantare, essendo bizantini: “Sono stati i miei peccati” dietro il Taphos? Questo canto litì, “latino” – e qui “latino” si dice nel senso in cui i bizantini chiamavano “latini” – quindi litinjë per noi figli dell’aquila a due teste, dunque bizantina, se è il caso di scomodare radici remote - quelli dell’impero d’occidente, i papisti, essendo essi, i bizantini, “romei”, antipapisti - confligge con la teologia bizantina, “romea”, che è dietro la synkatavasis dell’ “I zoì en tapho” e degli altri encomoi. Questione razzista? (qui devo andare per le spicce, ma si potrebbe approfondire il discorso in altra occasione).

Non so, ripeto, come possa il rito psicologicamente configurarci come arbëreshë. Potrebbe questo servire a uno scrittore per “colorare” di arbreshità personaggi che sono totalmente immersi in una cultura “latina”?  

Ripeto, io non lo so. Sto in attesa di lumi.   

Mi aspettavo che m’ illuminassi tu, Ferraro, dicendomi: gli arbëreshë sono fatti così e così…

E attendo quest’illuminazione perché sono convinto da Heidegger (ma quanti maestri ho?) il quale afferma:  “(…) siamo piante che debbono crescere radicate nella terra, se vogliono fiorire e dare i loro frutti” (M. Heidegger: Gelassenheit – trad it. C. Angelino, il melangolo, Genova 1989). Qual è allora il carattere di questa Terra? Io gliene do uno, bizantino… e voi?

A me capita, tuttavia, di essere definito in Canavese, dove vivo con lo spirito dello straniero – non mi sono mai integrato, “immischiato” (questo sì, potrebbe essere razzismo: “Mos u mbishkar me litinjët”) –  “il greco”.

Qualcuno mi ha sentito cantare in greco la liturgia a Torino, presso la parrocchia bizantina di papas Bugliari. Contravvenendo all’uso, ho letto l’epistola nella lingua di Paolo, e ho recitato il Credo nella lingua dei Padri, proprio per stare nel nostro fino in fondo – e pazienza per chi non capiva. Qualche altro sa che ogni volta che entro nella mia banca alzo inni alla Theotokos, che troneggia sulla cassa del mio amico bancario canavesano con la fissa del bizantino – è uno strenuo antipapista.

Ne ho scritto su K.Y. anni fa.

Si tratta del dott. Sergio Cavoretto che parla, fluently, il greco, l’antico e il moderno.

Conosce egli tutta la liturgia bizantina a memoria. Mi basta intonare un qualsiasi tropario che lui mi segue. Siamo i “greci” di Favria Canavese. E non so quanto questa diceria faccia “greco” me, e quanto “greco” il dott. Cavoretto, che non è un arbëresh come me, ma un piemontese nelle midolla. Quanto alla mia grecità, posso dire che la settimana scorsa, alla Badia greca di Grottaferrata, ho sofferto nel sentir celebrare da quei santi monaci la liturgia in italiano. Il fatto che rimane è, però, che siamo, tutt’e due, italiani, sia io che Cavoretto. – Tra l’altro, noi arbëreshë, abbiamo perso anche i tratti somatici che all’inizio ci avranno distinti dai latini: uno shqipetaro? lo vedi subito, prima che apra bocca, che è tale.

Allora di nuovo che cos’è che mi fa arbëresh, o greco?

Era questo, non altro, il mio problema recensendo il libro di Abate.

So,  tuttavia, di non saper scrivere.  Lo dico senza falsa modestia e senza ironia. È possibile che non sia riuscito, nella nota su Abate, ad esprimere con chiarezza quello che volevo. D’altra parte sono consapevole che ogni volta che si afferma qualcosa, si nega tutto il resto. Come ogni viandante, sono seguito anch’io dalla mia ombra. E un’ombra di razzismo sarà trapassata, almeno in filigrana, in controluce, nel mio discorso che voleva cercare, appunto, i tratti dell’arbrescità, in opposizione semiologica con la latinità. E questo è, come dire?, un difetto del linguaggio, che per quanto sia ambiguo in profondità, è sempre in superficie affermativo - quindi negativo - (mi rendo conto che qui le cose, dal punto di vista teoretico, s’incasinano, ma non ho nessuna voglia di esplicitarle in maniera adeguata).

Potrei, però, se volessi essere cattivo, dire: “D’accordo, c’è chi non sa scrivere, ma c’è anche chi non sa leggere – vale a dire,  non sa riconoscere la natura ambigua del linguaggio.

Anch’io, d’altra parte, essendo uno che non è mai sicuro d’alcunché, mi sono rivolto a Giuseppe Skirò di Maxho per un parere sull’intervento di Ferraro. Di Maxho – ma lui è di parte - mi ha confortato: “Non ti preoccupare, hanno preso “as për figurë”, lucciole per lanterne”.

Con simpatia e con gratitudine per te Ferraro, per essere un mio affezionato lettore

Nando Elmo

Rivarolo Canavese , 14 – 05 - 004