La
pubblicazione sulla rivista di cultura “Zjarri” di due articoli del
Prof. Luigi Fioriti (“La comunità albanese di Pianiano” (1975, n. 1-2,
6-10) e “Un’emigrazione albanese nella Tuscia (1989, n. 33, 52-61) ha
sollevato il problema, trascurato per molto tempo, della presenza di una
colonia albanese, originaria di Scutari, a Pianiano, frazione di Cellere
in Provincia di Viterbo.
L’emigrazione ebbe luogo nel 1756 e contava 218 persone che, per sfuggire
alle persecuzioni e angherie dei Turchi, che spadroneggiavano in Albania,
lasciarono la sponda oltre Adriatico e sbarcarono ad Ancona, da dove per
interessamento della Camera Apostolica furono indirizzati a Castro (VT) e
sistemati attorno al castello di Pianiano con la concessione in enfiteusi
delle terre circostanti.
Ora
la ricerca sistematica di Italo Sarro, Preside arbëresh di S. Giacomo di
Cerzeto (CS), ci dà la dimensione vera di tale presenza con un’analisi
puntuale sorretta da una ricca documentazione edita e inedita. Il volume
“Pianiano – Un insediamento albanese nello stato pontificio”
(S.ED Editore, Viterbo 2004) rende ragione di questa comunità che ha
chiuso la fase delle emigrazioni storiche della venuta degli Arbëreshë in
Italia.
Nel
volume sono descritte con cura e fedeltà alla documentazione, ritrovata
nell’Archivio di Stato di Viterbo e nell’Archivio notarile di Tuscania, le
diverse fasi attraverso le quali sono passati gli Albanesi, da Scutari ad
Ancona, e da Ancona a Pianiano; da qui a Napoli per fare ritorno
nuovamente a Pianiano, da cui in seguito si allargarono al capoluogo
Cellere. La comunità albanofona ha conservato abbastanza integra la sua
identità fino al 1845, quando per il sottigliarsi del numero delle
famiglie rimaste nel piccolo centro, la Congregazione di Propaganda Fide
non nominò più neppure un Curato spirituale. Gli albanesi da Pianiano si
trasferivano per ragioni economiche nei centri viciniori, e in particolare
a Cellere e Ischia di Castro.
La
documentazione che ci offre il Preside Italo Sarro ci dà la possibilità di
individuare anche le ragioni del calo graduale della presenza albanese a
Pianiano. In primo luogo: le famiglie non crescevano perché per mantenere
i terreni in enfiteusi i coniugi dovevano essere entrambi albanesi e la
presenza di donne albanesi era scarsa. In secondo luogo la concentrazione
della ricchezza in poche mani diede origine ad un fenomeno di fuga verso
centri più promettenti. Il frastagliamento, poi, in più centri dei gruppi
familiari alloglotti, privi di supporti di tutela culturali, favorì la
dispersione e l’assorbimento nel tessuto culturale ospitante.
Un
effetto particolare comunque producono i cognomi delle famiglie, tutti
originari e tipici albanesi, e i nomi, che denotano l’area cattolica di
apparteneza. Ecco alcuni cognomi: Brenka, Kabashi, Karuçi, Kola, Kolici,
Kovaçi, Gega, Gjoka, Gjoni, Halla, Leshanji, Logoraci, Mida, Pali, Remani,
Zadrima, Zanga.
Nell’apprezzare pienamente il risultato della ricerca del Prof. Sarro, il
pensiero va al concetto di memoria storica, che rimane un tratto che dura
nei secoli, anche se quasi tutti gli elementi culturali sono scomparsi. Un
appello alla Provincia di Viterbo non è privo di significato, se, alla
luce della legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche, la 482
del 1999, vorrà deliberare l’ambito territoriale e subcomunale, segnato
storicamente dalla presenza della minoranza albanese, onde beneficiare
degli effetti della suddetta legge di tutela, a favore dei centri
summenzionati. Ciò senza dubbio potrà avere effetti benefici in direzione
di un rafforzamento della memoria storica, con la reale possibilità di
ricomporre in un quadro unitario la presenza arbëreshe in Italia. Un
quadro che conta più di 150.000 individui, in gran parte nell’Italia
meridionale, ma sempre più presenti anche nei grandi centri del resto
dell’Italia.
Italo Costante Fortino