“Il
mio primo approccio alla storia degli Albanesi in Italia risale a tempi
lontani, quando -di ritorno dalla guerra e dalla prigionia- ripresi gli
studi universitari e mi laureai nel 1947 a Napoli, discutendo con il Prof.
E. Pontieri una tesi sulle immigrazioni albanesi in Italia, utilizzando in
quel lavoro i testi e i documenti allora disponibili”.
Fu
questa la motivazione di fondo che spinse il prof. Innocenzo Mazziotti,
restio fino a poco tempo fa a qualsiasi tipo di pubblicazione”, ad
interessarsi e poi ad approfondire le vicende storiche degli
italo-albanesi.
Sollecitato a dare alle stampe dal sindaco di San Demetrio Corone, sen.
Cesare Marini “il lavoro di una vita”, Innocenzo
Mazziotti, finalmente dopo tanta insistenza, coglie l’invito del primo
cittadino e pubblica, per conto dell’Amministrazione comunale e per i tipi
de “il Coscile”, il volume “Immigrazioni albanesi in Calabria nel
XV secolo e la colonia di San Demetrio Corone (1471-1815)”.
L’opera, dedicata alla
memoria del figlio Alighieri, chirurgo di fama internazionale,
prematuramente scomparso, si apre con un compendio degli avvenimenti che
precedettero il fenomeno storico delle immigrazioni albanesi. Un periodo
compreso tra le incursioni normanne in Balcania (1081-1185) e la fine
dell’Impero bizantino (1453). Un’ampia premessa che serve per mettere in
moto le origini e gli sviluppi delle colonie albanesi in Calabria in
generale e di San Demetrio Corone in particolare.
Nella preistoria del fenomeno
immigrazioni di massa delle popolazioni greco-albanesi, l’autore analizza
le vicende storiche che interessarono il meridione d’Italia e la
dirimpettaia sponda balcanica, prendendo come punti di riferimento le
spedizioni militari normanne, la IV Crociata, la formazione dell’Impero
latino d’Oriente e la politica orientale degli Svevi e degli Angioini di
Napoli.
Per il Mazziotti, una data
cruciale, che segna l’inizio di una nuova era per la storia della penisola
balcanica, è quella del 15 giugno del 1389. “Nella pianura di Kosovo
(Campo dei merli, a nord di Pristina) il sultano Murad I attaccò le truppe
della coalizione cristiana principalmente formata dai Serbi di re Lazzaro
e dai Bosniaci di Giorgio Balsha e forse anche da bande di Albanesi e
Romeni ; la battaglia fu sanguinosa e segnò la sconfitta dell’esercito
alleato cristiano. Da allora, precisa, nonostante le successive guerre di
difesa da parte di re e di principi cristiani –compresa l’eroica
resistenza di Skanderbeg- contro l’avanzata musulmana, la penisola
balcanica venne occupata dai Turchi e tenuta per secoli in loro potere
sino al crollo dell’impero ottomano”.
In
Albania l’instaurazione del regime feudale turco provocò malcontenti e
agitazioni. Scoppiarono delle rivolte contro l’invasore. Rivolte che
finivano in insuccessi per la mancanza di coordinamento delle forze e per
le inimicizie tra capi albanesi. Mancava ancora, dice il Mazziotti, l’uomo
capace di amalgamare col proprio prestigio e con le personali capacità
militari e politiche il popolo albanese e renderlo idoneo a combattere per
la libertà. Cosa che poi fece Giorgio Castriota Skanderbeg (1405-1468),
l’eroe albanese che per un quarto di secolo (1443-1468) oppose la più
valida resistenza agli eserciti turchi.
Nel
capitolo dedicato a Skanderbeg e alla resistenza antiturca in Albania,
l’autore descrive i rapporti dell’eroe albanese con Venezia, con il Papato
e con i re Aragonesi di Napoli, la spedizione in Puglia, le donazioni
feudali e le ultime vicende belliche fino alla sua morte.
La
prima conseguenza della sua morte e della grave situazione determinatasi
in Albania fu la grande fuga di buona parte della popolazione che cercava
salvezza nella sponda italiana.
Prima di analizzare la grande immigrazione albanese in Italia nel 1468, il
Mazziotti dedica un capitolo intero alla venuta in Calabria nel 1444 di
un contingente di mercenari albanesi al comando di Demetrio Reres,
chiamati da Alfonso V d’Aragona per sedare una rivolta. Demetrio Reres
-secondo alcuni studiosi- per meriti di guerra sarebbe stato ricompensato
dallo stesso re con la carica di Governatore della Calabria Inferiore,
mentre i suoi mercenari avrebbero avuto il permesso di stanziarsi in
colonie nel Catanzarese appena sedata la rivolta del ribelle catalano
Antonio Centelles. Su questa vicenda il Mazziotti , dopo aver riesaminato
e valutato con attenzione i giudizi espressi da studiosi di storia italo-
albanese, ritiene che la fantasiosa avventura del Reres sorse e si
sviluppò, con il crisma dell’autorevolezza storica del Rodotà,
nell’ambiente colto di Mezzojuso e di Palermo. Non “poderose squadre”,
agguerrite legioni” o addirittura “armate del Reres” al
servizio del re Alfonso V d’Aragona, sostiene l’autore del libro, ma
gruppi di mercenari che finita la guerra, insieme a numerosi profughi
albanesi trovarono più conveniente insediarsi nei villaggi e casali in
Calabria in Sicilia. Fra l’altro, aggiunge, la storia delle origini
delle colonie albanesi in Italia, che ha sempre alimentato la confusione,
ha offerto frequenti e grossolani spropositi su tempi, luoghi e
personaggi. Si è addirittura sovvertita, per esempio, la collocazione
cronologica di Irene Castriota, considerandola figlia dell’eroe Giorgio
Castriota Skanderbeg e fondatrice di colonie albanesi nel cosentino fin
dal 1470, mentre in realtà era pronipote di Skanderbeg, giunta in Calabria
nel 1532 come moglie di Pietro Antonio Sanseverino, principe di Bisignano.
Per
Innocenzo Mazziotti anche la suddivisione cronologica a tappe
dell’immigrazione albanese in Italia, stabilita da molti storici, non
corrisponde al reale fenomeno immigratorio, che dovrebbe essere compreso
in tre fondamentali momenti: il primo è quello delle limitate
infiltrazioni di profughi nel meridione d’Italia, valide a preparare
l’ambiente e a costruire gli avamposti per i successivi movimenti
migratori; il secondo iniziato nell’estate precedente la morte di
Skanderbeg (1468) e protrattasi con intensità alterna per alcuni decenni
sino alla totale occupazione dell’Albania e della Grecia degli eserciti
ottomani: il terzo caratterizzato dall’arrivo in Italia di successivi
gruppi di profughi. A questo terzo momento immigratorio fa parte la venuta
dei Coronei nel 1500.
Il Mazziotti sposa la tesi del prof.
Valentini, il quale afferma che gran parte delle colonie albanesi
provengono da famiglie o fratellanze stabilite antecedentemente in Grecia
oltre che da quelle provenienti direttamente dall’Albania
centro-meridionale, con prevalenza di tribù tosca.
Immigrazioni guidate da disposizioni reali di Ferdinando I per ripopolare
le zone scarsamente abitate; per non concentrare i profughi in grossi
agglomerati, onde evitare eventuali contrasti con le popolazioni indigene;
per favorire i desideri dei feudatari locali che lamentavano la mancanza
di mano d’opera. Motivo quest’ultimo, per esempio, che determinò le
capitolazioni tra gli albanesi di San Demetrio e l’Abate del Monastero
Sant’Adriano nel 1471, diventato un “corpo feudale” di notevole
importanza.
Le capitolazioni del 3 novembre 1471 tra
l’Abate Paolo e gli esuli albanesi, precisa il Mazziotti, costituiscono
il primo documento di un accordo tra gli Albanesi immigrati in Calabria
con un feudatario locale e sono abbastanza favorevoli ai nuovi arrivati,
accolti dalla Badia di Sant’Adriano in virtù di diritti feudali.
Vengono concessi agli albanesi agglomerati di case rurali di residenza
delle famiglie dei contadini e di artigiani calabresi alla dipendenza
della Badia, dislocati nei casali di Sancto Dimitro, Macchia dell’Orto,
Scifo, Poggio e Santo Cosma.
Come
contropartita gli immigrati sono tenuti a corrispondere alla Badia una
prestazione in natura o in denaro piuttosto modesta, quasi di favore
considerati i gravami feudali in uso nei tempi.
La
tradizione popolare narra che il primo stanziamento di profughi a San
Demetrio sia avvenuto nella contrada chiamata Magarotti o Filla, quando le
sedi di stanziamenti dei profughi erano ancora mobili e le tende e le
capanne formavano gli accampamenti. Man mano gli esuli si sistemavano in
luoghi più idonei, nelle vicinanze dei corsi d’acqua e di sorgenti;
sorsero così le prime abitazioni fisse sulla dorsale collinosa degradante
da Murmuricca e delimitata dal fiume Marino.
I
capitoli successivi del libro descrivono i luoghi di provenienza dei
profughi, le loro difficoltà ambientali, i contrasti tra arbëreshë e
latini, la questione religiosa, l’istituzione della Commenda, gli abusi
feudali e il trasferimento del Collegio greco Corsini da San Benedetto
Ullano a San Demetrio nel 1794.
Da
allora San Demetrio, per essere sede del Collegio, dice il Mazziotti,
diventò il centro spirituale di tutti i paesi albanesi della Calabria e la
sua storia civile fu connessa alla storia stesa del Collegio, luogo
d’incontro e di fusione degli albanesi della diaspora.
L’artefice di tale grande evento del trasferimento del Collegio greco da
San Demetrio fu Mons. Francesco Bugliari di Santa Sofia d’Epiro
(1742-1806), già alunno del Collegio a San Benedetto e poi parroco di
Santa Sofia dal 1779 al 1791.
Nel
libro vengono riportati la relazione critica sulla situazione del Collegio
Corsini, “destinato a finire la sua missione di istruzione e di civiltà
per i sudditi italo-albanesi se non fosse stato sostenuto dai benefici e
dalla munificenza del reale governo”, il Dispaccio del 1 febbraio 1794 con
cui il re Ferdinando IV disponeva, sulla base della relazione favorevole
dello statista Giuseppe Zurlo, il trasferimento del Collegio greco nella
soppressa Badia di Sant’Adriano e la riproduzione parziale della lettera
di ringraziamento dei cittadini di San Demetrio al re Ferdinando IV per
l’ottenuto trasferimento del Collegio Corsini a Sant’Adriano.
Successivamente, attraverso i registri parrocchiali e il catasto
onciario, l’autore analizza le vicende del casale nel XVII secolo. Mentre
attraverso la Platea dei beni di Sant’Adriano riesce ad individuare le
varie contrade rurali del feudo di Sant’Adriano date in proprietà
enfiteutica ai vari cittadini e a descrivere i vari generi di coltura che
caratterizzavano il paesaggio agrario di San Demetrio a metà del secolo
XVIII.
Nell’opera sono presenti anche aspetti della vita sociale sandemetrese
nel XVIII secolo ed avvenimenti legati al periodo di transizione dal
regime murattiano a quello borbonico. L’autore cita, per esempio,
l’eccidio del luglio 1815, prendendo spunto da due sentenze della Corte
Criminale di Calabria Citra, riguardanti i processi relativi a due omicidi
avvenuti a San Demetrio.
Descritti, inoltre, gli avvenimenti politici tra il 1794 e il 1799 (la
Repubblica Partenopea e la Repubblica democratica a S. Demetrio), la
reazione sanfedista, il saccheggio del Collegio, gli effetti delle riforme
napoleoniche e l’eversione della feudalità, che determinò la
trasformazione di parte patrimonio del Collegio di Sant’Adriano a
vantaggio della borghesia locale.
Anche se la borghesia locale abbia avuto i suoi privilegi, precisa il
Mazziotti, il Collegio di Sant’Adriano, comunque, “non subì perdite
sensibili nei suoi vari comprensori rurali, in quanto sostanzialmente
restò in possesso di un esteso e cospicuo patrimonio fondiario tale da
garantirgli la sicurezza della vitalità dell’Istituto di cultura, a cui
era preposto a beneficio dell’istruzione dei giovani delle colonie
albanesi e dei paesi italiani della Calabria Citra”.
Oltre all’indice dei
nomi, il volume di trecentosessanta pagine, magistralmente strutturato,
contiene anche una vasta materia bibliografica, idonea guida a chi voglia
approfondire la ricerca specifica sui singoli temi trattati.
Gennaro De Cicco
La Provincia Cosentina, 02/01/05