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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
LE IMMIGRAZIONI ALBANESI IN CALABRIA NEL XV SECOLO
E LA COLONIA DI SAN DEMETRIO CORONE (1470-1815)
IN UN LIBRO DEL PROF. INNOCENZO MAZZIOTTI
di Gennaro De Cicco

Il mio primo approccio alla storia degli Albanesi in Italia risale a tempi lontani, quando -di ritorno dalla guerra e dalla prigionia- ripresi gli studi universitari e mi laureai nel 1947 a Napoli, discutendo con il Prof. E. Pontieri una tesi sulle immigrazioni albanesi in Italia, utilizzando in quel lavoro i testi e i documenti allora disponibili”.

Fu questa la motivazione di fondo che spinse il prof. Innocenzo Mazziotti, restio fino a poco tempo fa a qualsiasi tipo di pubblicazione”, ad interessarsi e poi ad approfondire le vicende storiche degli italo-albanesi.

Sollecitato a dare alle stampe dal sindaco di San Demetrio Corone, sen. Cesare Marini “il lavoro di una vita, Innocenzo Mazziotti, finalmente dopo tanta insistenza, coglie l’invito del primo cittadino e pubblica, per conto dell’Amministrazione comunale e per i tipi de “il Coscile”, il volume  “Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo e la colonia di San Demetrio Corone (1471-1815)”.

L’opera, dedicata alla memoria del figlio Alighieri, chirurgo di fama internazionale, prematuramente scomparso, si apre con un compendio degli avvenimenti che precedettero il fenomeno storico delle immigrazioni albanesi. Un periodo compreso tra le incursioni normanne in Balcania (1081-1185) e la fine dell’Impero bizantino (1453). Un’ampia premessa che serve per mettere in moto le origini e gli sviluppi delle colonie albanesi in Calabria in generale e di San Demetrio Corone in particolare.

Nella preistoria del fenomeno immigrazioni di massa delle popolazioni greco-albanesi, l’autore analizza le vicende storiche che interessarono il meridione d’Italia e la dirimpettaia sponda balcanica, prendendo come punti di riferimento le spedizioni militari normanne, la IV Crociata, la formazione dell’Impero latino d’Oriente e la politica orientale degli Svevi e degli Angioini di Napoli.

Per il Mazziotti, una data cruciale, che segna l’inizio di una nuova era per la storia della penisola balcanica, è quella del 15 giugno del 1389. “Nella pianura di Kosovo (Campo dei merli, a nord di Pristina) il sultano Murad I attaccò le truppe della coalizione cristiana principalmente formata dai Serbi di re Lazzaro e dai Bosniaci di Giorgio Balsha e forse anche da bande di Albanesi e Romeni ; la battaglia fu sanguinosa e segnò la sconfitta dell’esercito alleato cristiano. Da allora, precisa, nonostante le successive guerre di difesa da parte di re e di principi cristiani –compresa l’eroica resistenza di Skanderbeg- contro l’avanzata musulmana, la penisola balcanica venne occupata dai Turchi e tenuta per secoli in loro potere sino al crollo dell’impero ottomano”. 

In Albania l’instaurazione del regime feudale turco provocò malcontenti e agitazioni. Scoppiarono delle rivolte contro l’invasore. Rivolte che finivano in insuccessi per la mancanza di coordinamento delle forze e per le inimicizie tra capi albanesi. Mancava ancora, dice il Mazziotti, l’uomo capace di amalgamare col proprio prestigio e con le personali capacità militari e politiche il popolo albanese e renderlo idoneo a combattere per la libertà. Cosa che poi fece Giorgio Castriota Skanderbeg (1405-1468), l’eroe albanese che per un quarto di secolo (1443-1468) oppose la più valida resistenza agli eserciti turchi.

Nel capitolo dedicato a Skanderbeg e  alla resistenza antiturca in Albania, l’autore descrive i rapporti dell’eroe albanese con Venezia, con il Papato e con i re Aragonesi di Napoli, la spedizione in Puglia, le donazioni feudali e le ultime vicende belliche fino alla sua morte.

La prima conseguenza della sua morte  e della grave situazione determinatasi in Albania fu la grande fuga di buona parte della popolazione che cercava salvezza nella sponda italiana.

Prima di analizzare la grande immigrazione albanese in Italia nel 1468, il Mazziotti dedica un capitolo intero alla venuta in Calabria nel 1444 di un  contingente di mercenari albanesi al comando di Demetrio Reres, chiamati da Alfonso V d’Aragona per sedare una rivolta.  Demetrio Reres -secondo alcuni studiosi- per meriti di guerra sarebbe stato ricompensato dallo stesso re con la carica di Governatore della Calabria Inferiore, mentre i suoi mercenari avrebbero avuto il permesso di stanziarsi in colonie nel Catanzarese appena sedata la rivolta del ribelle catalano Antonio Centelles. Su questa vicenda il Mazziotti , dopo aver riesaminato e valutato con attenzione i giudizi espressi da studiosi di storia italo- albanese, ritiene che la fantasiosa avventura del Reres sorse e si sviluppò, con il crisma dell’autorevolezza storica del Rodotà, nell’ambiente colto di Mezzojuso e di Palermo. Non  “poderose squadre”, agguerrite legioni” o addirittura “armate del Reres” al servizio del re Alfonso V d’Aragona, sostiene l’autore del libro, ma gruppi di mercenari che finita la guerra, insieme a numerosi profughi albanesi  trovarono più conveniente insediarsi nei villaggi e casali in Calabria  in  Sicilia. Fra l’altro, aggiunge, la storia delle origini delle colonie albanesi in Italia, che ha sempre alimentato la confusione, ha offerto frequenti e grossolani spropositi su tempi, luoghi e personaggi. Si è addirittura sovvertita, per esempio, la collocazione cronologica di Irene Castriota, considerandola figlia dell’eroe Giorgio Castriota Skanderbeg e fondatrice di colonie albanesi nel cosentino fin dal 1470, mentre in realtà era pronipote di Skanderbeg, giunta in Calabria nel 1532 come moglie di Pietro Antonio Sanseverino, principe di Bisignano. 

Per Innocenzo Mazziotti anche la suddivisione cronologica a tappe dell’immigrazione albanese in Italia, stabilita da molti storici, non corrisponde al reale fenomeno immigratorio, che dovrebbe essere compreso in tre fondamentali momenti: il primo è quello delle limitate infiltrazioni di profughi nel meridione d’Italia, valide a preparare l’ambiente e a costruire gli avamposti per i successivi movimenti migratori; il secondo iniziato nell’estate precedente la morte di Skanderbeg (1468) e protrattasi con intensità alterna per alcuni decenni sino alla totale occupazione dell’Albania e della Grecia degli eserciti ottomani: il terzo caratterizzato dall’arrivo in Italia di successivi gruppi di profughi. A questo terzo momento immigratorio fa parte la venuta dei Coronei nel 1500.

Il Mazziotti sposa la tesi del prof. Valentini, il quale afferma che gran parte delle colonie albanesi provengono da famiglie o fratellanze stabilite antecedentemente in Grecia oltre che da quelle provenienti direttamente dall’Albania centro-meridionale, con prevalenza di tribù tosca.
Immigrazioni guidate da disposizioni reali di Ferdinando I per ripopolare le zone scarsamente abitate; per non concentrare i profughi in grossi agglomerati, onde evitare eventuali contrasti con le popolazioni indigene; per favorire i desideri dei feudatari locali che lamentavano la mancanza di mano d’opera. Motivo quest’ultimo, per esempio, che determinò le capitolazioni tra gli albanesi di San Demetrio e l’Abate del Monastero Sant’Adriano nel 1471, diventato un “corpo feudale” di notevole importanza.

Le capitolazioni del 3 novembre 1471 tra l’Abate Paolo e gli esuli albanesi, precisa il Mazziotti, costituiscono  il primo documento di un accordo tra gli Albanesi immigrati in Calabria con un feudatario locale e sono abbastanza favorevoli ai nuovi arrivati, accolti dalla Badia di Sant’Adriano in virtù di diritti feudali.

Vengono concessi agli albanesi agglomerati di case  rurali di residenza delle famiglie dei contadini e di artigiani calabresi alla dipendenza della Badia, dislocati nei casali di Sancto Dimitro, Macchia dell’Orto, Scifo, Poggio e Santo Cosma.

Come contropartita gli immigrati sono tenuti a corrispondere alla Badia una prestazione in natura o in denaro piuttosto modesta, quasi di favore considerati i gravami feudali in uso nei tempi.

La tradizione popolare narra che il primo stanziamento di profughi a San Demetrio sia avvenuto nella contrada chiamata Magarotti o Filla, quando le sedi di stanziamenti dei profughi erano ancora mobili e le tende e le capanne formavano gli accampamenti. Man mano gli esuli si sistemavano in luoghi più idonei, nelle vicinanze dei corsi d’acqua e di sorgenti; sorsero così le prime abitazioni fisse sulla dorsale collinosa degradante da Murmuricca e delimitata dal fiume Marino.

I capitoli successivi del libro descrivono i luoghi di provenienza dei profughi, le loro difficoltà ambientali, i contrasti tra arbëreshë e latini, la questione religiosa, l’istituzione della Commenda, gli abusi feudali e il trasferimento del Collegio greco Corsini da San Benedetto Ullano a San Demetrio nel 1794.

Da allora San Demetrio, per essere sede del Collegio, dice il Mazziotti, diventò il centro spirituale di tutti i paesi albanesi della Calabria e la sua storia civile fu connessa alla storia stesa del Collegio, luogo d’incontro e di fusione degli albanesi della diaspora.

L’artefice di tale grande evento del trasferimento del Collegio greco da San Demetrio fu Mons. Francesco Bugliari di Santa Sofia d’Epiro (1742-1806), già alunno del Collegio a San Benedetto e poi parroco di Santa Sofia dal 1779 al 1791.

Nel libro vengono riportati la relazione critica sulla situazione del Collegio Corsini, “destinato a finire la sua missione di istruzione e di civiltà per i sudditi italo-albanesi se non fosse stato sostenuto dai benefici e dalla munificenza del reale governo”, il Dispaccio del 1 febbraio 1794 con cui il re Ferdinando IV disponeva, sulla base della relazione favorevole dello statista Giuseppe Zurlo, il trasferimento del Collegio greco nella soppressa Badia di Sant’Adriano e la riproduzione parziale  della lettera di ringraziamento dei cittadini di San Demetrio al re Ferdinando IV per l’ottenuto trasferimento del Collegio Corsini a Sant’Adriano.

Successivamente, attraverso i registri parrocchiali e il catasto onciario, l’autore analizza le vicende del casale nel XVII secolo. Mentre attraverso la Platea dei beni di  Sant’Adriano riesce ad individuare le varie contrade rurali del feudo di Sant’Adriano date in proprietà enfiteutica ai vari cittadini e a descrivere i vari generi di coltura che caratterizzavano il paesaggio agrario di San Demetrio a metà del secolo XVIII.

Nell’opera sono presenti anche aspetti della vita sociale sandemetrese  nel XVIII secolo ed avvenimenti legati al periodo di transizione dal regime murattiano a quello borbonico. L’autore cita, per esempio, l’eccidio del luglio 1815, prendendo spunto da due sentenze della Corte Criminale di Calabria Citra, riguardanti i processi relativi a due omicidi avvenuti a San Demetrio.

Descritti, inoltre, gli avvenimenti  politici tra il 1794 e il 1799 (la Repubblica Partenopea e la Repubblica democratica a S. Demetrio),  la reazione sanfedista, il saccheggio del Collegio, gli effetti delle riforme napoleoniche e  l’eversione della feudalità, che determinò la trasformazione di parte patrimonio del Collegio di Sant’Adriano a vantaggio della borghesia locale.

Anche se la borghesia locale abbia avuto i suoi privilegi, precisa il Mazziotti, il Collegio di Sant’Adriano, comunque, “non subì perdite sensibili nei suoi vari comprensori rurali, in quanto sostanzialmente restò in possesso di un esteso e cospicuo patrimonio fondiario tale da garantirgli la sicurezza della vitalità dell’Istituto di cultura, a cui era preposto a beneficio dell’istruzione dei giovani delle colonie albanesi e dei paesi italiani della Calabria Citra”.

Oltre all’indice dei nomi, il volume di trecentosessanta pagine, magistralmente strutturato, contiene anche una vasta materia bibliografica, idonea guida a chi voglia approfondire la ricerca specifica sui singoli temi trattati.

Gennaro De Cicco

La Provincia Cosentina, 02/01/05

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