Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
VIRGILIO, L’ALBANIA E L’INTRIGO DI KADARÉ
Prendendo a esempio l'Eneide, lo scrittore mette in scena un dramma dove regime poliziesco, menzogna e sogno tengono in scacco un'intera società
di Fulvio Panzeri

È intensa e terribile, com'è sempre nella scrittura di Kadaré, anche l'ultima storia dello scrittore albanese che viene tradotta in italiano. Soprattutto nel mettere in scena gli eccessi e l'assurdità del potere, le sue pantomime, il suo grado zero di realtà, una funzione che serve per poter attuare la sua viltà contro l'uomo. Un uomo che così riprende, per sè e per la propria vita, la metafora di uno dei grandi classici della letteratura, l'Eneide, di Virgilio, che diventa anche il controcanto sul quale si tesse questa vicenda, in apparenza leggera, legata a un luogo di vacanza sulla costa dell'Adriatico. La metafora di questo libro è svelata nell'intermezzo segreto, quando il coro delle ombre, di virgiliana memoria, torna, attraverso Kadaré, a definire la propria verità: «Dire che siamo morti è una banalità. Non esiste destino più antico di questo nel nostro basso mondo. A essere nuovo e singolare è il fatto che non siamo mai venuti vivi, qui. Fin dal nostro arrivo, lunga coorte di rifugiati, non siamo mai stati altro che i virgulti della Morte, i suoi riflessi, lampi glaciali di uno specchio rinviati da un altro specchio».
Non a caso nel prologo, che evoca i luoghi in cui si svolge la vicenda, lo scrittore parla di una piccola città della costa albanese, così lucida e nitida da mettere i brividi, una stagione sottolineata nella sua solarità anche dalla bellezza estrema della giovinezza dei suoi protagonisti. Troviamo infatti ad aggirarsi, come ombre che si seguono, si incontrano e poi si perdono un giovane, Lul Mazrek, il cui profondo desiderio è quello di fare l'attore, che all'inizio troviamo mentre aspetta una risposta sulla sua richiesta di entrare a far parte della Scuola di arte drammatica. La domanda è rifiutata, ma arriva l'obbligo di prestare il servizio militare. La destinazione è quella che tutti sognerebbero: viene infatti destinato a guardia di frontiera nella cittadina sulla costa, una specie di vacanza secondo il parere di molti suoi amici. E una ragazza, Viollcia Morina, impiegata alla Banca di Stato, assoldata dallo Stato come esca per tutti coloro che hanno in mente la fuga. Sono i protagonisti di un enigma che Kadaré sviluppa come un canto tragico tra il Grand Hotel di Saranda e il luogo, che nel prologo, viene definito più nascosto, ma emblematico per capire questa storia di potere, in cui sono coinvolti militari e servizi segreti dello Stato comunista albanese, perfino il ministro a capo della polizia segreta, tutti alle prese con tentativi di fuga via mare verso la Grecia e l'Italia.
Colpisce il contrasto continuo tra la solarità e l'idea di morte, la tragicità che assumono le due figure giovani, simbolo della bellezza e di una futura speranza, per i quali diventa d'obbligo, per Kadaré, prendere in mano il poema di Virgilio, visitare il luogo che in realtà diventa centrale in tutto il romanzo, l'antico teatro di Butrint, situato un po' in disparte, verso l'interno.
Tutto sembra sovrapporsi nelle domande inespresse, nel desiderio profondo di capire, nel senso di disorientamento che pervade un popolo in balia di figurine dell'assurdo, dove l'autentico è negato, perché è necessario recitare la finzione. Virgilio restituisce un senso, una possibilità di comprensione a questo vuoto dell'anima. «Leggendo la descrizione di Virgilio ripensò ai rifugiati troiani, questa volta non a teatro, ma per le strade e le piazze della città, mentre esprimevano a tutti la propria curiosità e formulavano le proprie domande e le proprie angosce». La descrizione di Virgilio si sovrappone in maniera impressionante a quella della città da loro vissuta. Tutto riprende un senso, una verità in questa storia, basata su episodi realmente accaduti, dove tutti hanno una propria menzognera verità da raccontare. Tutti in balia di un sogno che il coro delle ombre definisce come un obbligo e un'assurda richiesta quella «di abbandonare i nostri scheletri e metterci in cammino per venire a popolare questa città scono sciuta con quelli che definite i nostri singhiozzi, ma che non sono altro che i vostri lamenti».


Ismail Kadaré
Vita, avventure e morte di un attore
Longanesi. Pagine 254. Euro 17,60

Priru /Torna